Intelligenza artificiale in azienda: il divario tra le promesse dei CEO e la realtà sul campo

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Tra sogni di efficienza e tagli al personale, la verità dietro l’intelligenza artificiale si svela, mentre la regolamentazione si fa più stringente.

Mentre i vertici aziendali celebrano l'intelligenza artificiale come la chiave per la produttività, la realtà è un'altra. L'integrazione è complessa, i risultati incerti e la minaccia per i posti di lavoro, soprattutto amministrativi, è concreta. Una corsa all'efficienza che rischia di presentare un conto salato, prima che la regolamentazione del 2026 imponga maggiore trasparenza.

La grande promessa dell’AI: tra aspettative dei CEO e realtà sul campo

Diciamocelo, i leader delle grandi aziende sono letteralmente ossessionati dall’AI. Come descritto in un’analisi di Deloitte, quasi tre quarti di loro si aspettano che l’intelligenza artificiale generativa porti a miglioramenti significativi nella produttività entro i prossimi anni, e stanno investendo di conseguenza.

Sulla carta, tutto torna: automatizzi le attività ripetitive, liberi il potenziale umano e i profitti volano.

Un piano perfetto, se non fosse per un piccolo, fastidioso dettaglio: spesso non funziona esattamente così.

Ma qui le cose si fanno interessanti.

Perché mentre i piani alti sognano un futuro automatizzato, i dati sul campo raccontano una storia un po’ diversa. La produttività non sempre decolla come previsto e l’integrazione di questi strumenti si rivela tutt’altro che semplice.

Sembra che ci sia un divario enorme tra chi decide di comprare la tecnologia e chi, poi, deve usarla ogni giorno.

E questo divario sta creando un problema che pochi hanno il coraggio di ammettere.

Il conto da pagare: chi rischia davvero il posto di lavoro?

Non giriamoci intorno: l’adozione dell’AI, così come viene spinta oggi, un conto da pagare lo presenta.

E a pagarlo non saranno certo i manager che la implementano.

Mentre la discussione pubblica si concentra sugli scenari fantascientifici, la minaccia più immediata è per quelle figure professionali che tengono in piedi la baracca ogni giorno. Secondo uno studio di McKinsey, sono proprio i lavori amministrativi e di back-office a essere più esposti, con milioni di posti a rischio a livello globale.

Quindi, ricapitolando: l’aumento di produttività non è così scontato, ma il rischio di tagliare posti di lavoro è concretissimo.

Viene da chiedersi se il vero obiettivo di alcune di queste implementazioni frettolose non sia tanto l’efficienza, quanto un semplice e brutale taglio dei costi del personale.

E mentre le aziende continuano a sperimentare, spesso sulla pelle dei loro dipendenti, c’è un altro attore che si sta preparando a entrare in scena, e potrebbe cambiare tutte le regole.

Il tempo delle regole sta per scadere: la stretta normativa è alle porte

Questo far west dell’intelligenza artificiale non durerà per sempre.

Governi e autorità di regolamentazione si stanno svegliando e il 2026 si preannuncia come un anno di svolta per la regolamentazione dell’AI nel mondo del lavoro, come riportato su Reworkd.co.

Non si parlerà più solo di privacy dei dati, ma di trasparenza degli algoritmi, di equità nei processi di assunzione e valutazione e di responsabilità per le decisioni automatizzate.

Le aziende dovranno dimostrare che i loro sistemi non sono discriminatori e che le loro decisioni sono spiegabili.

Una bella gatta da pelare per chi oggi sta implementando soluzioni a scatola chiusa.

Le grandi multinazionali, che oggi corrono a implementare questi sistemi, saranno davvero pronte a garantire trasparenza su come i loro algoritmi prendono decisioni che impattano la vita delle persone?

La corsa all’adozione dell’AI sembra inarrestabile, ma forse la vera domanda non è se implementarla, ma come.

E soprattutto, a quale costo.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

8 commenti su “Intelligenza artificiale in azienda: il divario tra le promesse dei CEO e la realtà sul campo”

  1. Tanto rumore per nulla. L’automazione è selezione naturale del business, è sempre stato così. Chi non si adatta al cambiamento è destinato a lamentarsi. La vera domanda è chi sarà abbastanza veloce.

  2. I vertici predicano il vangelo dell’AI come fosse la manna dal cielo, ma in trincea riceviamo solo le briciole di budget e promesse vuote. Quando smetteranno di vendere fumo per mascherare i tagli imminenti?

    1. @Alice Rinaldi Il vangelo dell’AI è l’ultima omelia per placare il dio mercato; che importa della trincea se l’Olimpo degli azionisti è contento?

  3. Patrizia Bellucci

    È tenero vedere i leader entusiasmarsi per strumenti che non sanno usare, promettendo rivoluzioni mentre il personale qualificato gestisce il caos. La vera intelligenza, a quanto pare, non è ancora arrivata ai piani alti.

  4. Questa corsa all’AI somiglia a una recita per gli azionisti, dove la produttività è solo una battuta del copione. Si sventola il vessillo tecnologico per gonfiare le valutazioni, lasciando ai team il compito di gestire il caos.

    1. @Antonio Romano Hai centrato il punto. Fumo per gli azionisti. I capi comprano il giocattolo nuovo, ma nessuno sa come usarlo per fare cassa. Il rischio è rimanere col cerino in mano quando la bolla scoppia.

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