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La portata organica delle pagine aziendali è crollata drasticamente, spingendo LinkedIn a favorire i profili personali e a riconsiderare le strategie di business sulla piattaforma.
Contrariamente alle voci, LinkedIn non è down. Si assiste invece a una scelta strategica della piattaforma che ha ridotto drasticamente la reach organica delle pagine aziendali, crollata di oltre il 60%. L'algoritmo ora privilegia i profili personali per stimolare interazioni più autentiche, spingendo di fatto le aziende verso la sponsorizzazione a pagamento per mantenere la propria visibilità.
LinkedIn è down? no, ma la tua pagina aziendale sta sparendo
Ti è capitato di sentire in giro la voce “LinkedIn è down“?
Se stai sudando freddo pensando al tuo profilo aziendale e ai tuoi contatti, respira.
La piattaforma funziona benissimo, i server sono attivi e, tecnicamente, è tutto a posto.
Il problema, quello vero, è un altro.
Ed è molto più subdolo di un semplice disservizio tecnico che si risolve in poche ore.
Quello a cui stiamo assistendo non è un crollo dell’infrastruttura, ma qualcosa di molto più profondo che sta cambiando le regole del gioco per chiunque usi LinkedIn per fare business.
E fidati, te ne sei già accorto.
Il vero crollo: la portata organica delle pagine aziendali
Diciamocelo, da un po’ di tempo i post della tua pagina aziendale sembrano parlare al vento.
Non è una tua impressione.
I dati parlano chiaro: tra il 2024 e oggi, la reach organica delle pagine aziendali su LinkedIn è crollata verticalmente, parliamo di un calo tra il 60 e il 66%, come descritto da un’analisi della piattaforma.
In pratica, quasi due terzi del pubblico che prima raggiungevi con fatica, ora semplicemente non vedono più quello che pubblichi.
Ecco il vero “down” di cui dovresti preoccuparti.
Una mossa quasi suicida, potresti pensare.
Ma perché mai LinkedIn dovrebbe sabotare le aziende che, alla fine, sono quelle che portano i soldi?
La risposta sta in un cambio di rotta radicale che favorisce qualcun altro.
L’algoritmo ha scelto: le persone prima delle aziende
La piattaforma ha riscritto le sue regole. L’algoritmo ora dà una priorità schiacciante ai profili personali, che ottengono una visibilità superiore del 561% rispetto alle pagine aziendali.
LinkedIn vuole conversazioni, commenti, interazioni “umane” e ha deciso che i contenuti aziendali, spesso percepiti come troppo promozionali e poco coinvolgenti, non sono la strada giusta.
Un’idea nobile, sulla carta.
Ma sorge un dubbio: è un genuino tentativo di rendere il feed più autentico o una spintarella, neanche troppo velata, per costringere le aziende a mettere mano al portafoglio e sponsorizzare ogni singolo post?
Questo significa che le pagine aziendali sono diventate inutili?
Che tutto il lavoro fatto finora è da buttare?
Non esattamente, ma significa che il modo in cui hai sempre pensato a LinkedIn deve essere completamente ribaltato.
Non un guasto tecnico, ma una precisa scelta di campo
Quindi, mettiamoci l’anima in pace.
Il LinkedIn che conoscevamo, quello dove bastava pubblicare un aggiornamento aziendale per raggiungere il proprio pubblico, non esiste più.
Non si tratta di un bug da risolvere o di un’interruzione temporanea del servizio, come confermano tutti i sistemi di monitoraggio. Si tratta di una decisione strategica, un cambiamento fondamentale nella filosofia della piattaforma.
LinkedIn ha fatto la sua scommessa: privilegiare le voci individuali, forse sperando che questo traini un’autenticità che le aziende, da sole, non riescono a generare. O forse, più semplicemente, ha trovato un nuovo e più efficace modo per rendere indispensabili i suoi prodotti a pagamento.
La domanda che resta aperta è: questa nuova direzione gioverà davvero alla qualità delle interazioni o finirà per penalizzare proprio i business che, per anni, hanno contribuito a rendere la piattaforma il colosso che è oggi?

Chiamiamola evoluzione dell’algoritmo, anche se somiglia al solito passaggio alla cassa.
Fingere sorpresa per questo ennesimo casello a pedaggio, eretto sul miraggio della visibilità organica, è un esercizio di notevole ingenuità. La piazza del mercato ha semplicemente esposto i nuovi prezzi al pubblico.
Luciano Gatti, ci hanno fatto giocare con le costruzioni colorate per anni e adesso, sorpresa, arriva l’adulto a chiedere i soldi per la scatola. La giostra ha finito il giro a sbafo, chi non paga per un altro giro rimane semplicemente a piedi.
L’autenticità si compra al chilo, a quanto pare. Ma se tutti pagano per urlare più forte, alla fine chi ascolterà veramente qualcuno?
Hanno pompato la fuffa dell’interazione genuina per giustificare il fatto che, una volta che hai costruito tutto, ti tocca pagare. Nessuno regala niente.
Giorgio, ci hanno dato i mattoni per costruire la casa. Ora ci chiedono l’affitto per abitarci. È un meccanismo che proprio non capisco.
Chiamarlo “subdolo” è un eufemismo gentile per descrivere come ti accompagnino amabilmente verso il bancomat, vendendoti il tutto come una tua libera scelta. Prima la visibilità, domani chissà quale altra funzione diventerà un privilegio a pagamento per pochi eletti.
Alberto, la chiamano “interazione autentica”. Traduzione: apri il portafoglio. Presto pagheremo anche per leggere i messaggi. E io che mi illudevo di fare marketing, non l’esattore per conto di una piattaforma. Che tristezza.
Stanno semplicemente stringendo il rubinetto per farci pagare l’acqua, chiamandola autenticità; ma quando smetteremo di costruire le nostre case su terreni che non possediamo?
Davide, smetteremo quando possedere un terreno costerà meno che pagare l’affitto; matematica, non filosofia.