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La clausola lampo di Meta e il conto mai pagato per i contenuti

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Modifica rimossa dopo segnalazioni legali, Meta nega cambiamenti sui web crawler

Meta ha introdotto e poi ritirato in pochi giorni una clausola contrattuale che le consentiva di usare contenuti di domini e pagine web di account business per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale. La vicenda conta perché, sullo sfondo della decisione del 2023 di interrompere le trattative per le licenze con gli editori, quella formulazione appariva come un permesso allo scraping su larga scala, nonostante la smentita aziendale.

La clausola lampo

È comparsa e sparita nel giro di pochi giorni, ma ha lasciato il segno. A metà ottobre 2026, Meta ha aggiornato i suoi termini di utilizzo commerciale dichiarando di poter «utilizzare qualsiasi contenuto da domini, pagine web o URL di un account business per fornire, sviluppare, migliorare, ricercare, addestrare e mantenere l’integrità di» prodotti e servizi Meta. Come riportato da TechCrunch, la frase non è passata inosservata: secondo gli esperti legali intervistati da Nieman Lab appariva come una «disposizione notevole», capace di dare a Meta il permesso di estrarre i contenuti dal sito di qualsiasi editore dotato di un account business e di usarli per addestrare i modelli di intelligenza artificiale.

Pochi giorni dopo, dopo le segnalazioni degli esperti, la clausola era già sparita. The Verge ha riportato la rimozione dai termini. Un portavoce di Meta ha insistito sul fatto che i termini aggiornati non riflettevano un cambiamento nel modo in cui Meta esegue la scansione del web. E l’azienda ha aggiunto una precisazione: «Vi abbiamo ascoltato e vogliamo chiarire: i termini di scansione che abbiamo consolidato si applicavano solo ai nostri prodotti pubblicitari e business, e lo abbiamo chiarito nei termini stessi. Non cambia il modo in cui Meta usa i web crawler». Il paradosso è tutto qui: una disposizione così ampia da far discutere gli avvocati, ritirata in fretta, ma accompagnata da una smentita che nega il cambiamento.

Ma la clausola non era nata dal nulla.

La decisione del 2023 che spiega tutto

Per capire perché una clausola del genere sia apparsa, bisogna tornare indietro di tre anni. Nell’aprile 2023, secondo una denuncia riportata da NPR, Meta aveva brevemente considerato accordi di licenza con i principali editori, ma ha cambiato strategia. La questione se continuare a concedere licenze o piratare sarebbe stata sottoposta a Mark Zuckerberg; dopo, il team di business development di Meta avrebbe ricevuto istruzioni verbali di interrompere gli sforzi di licenza. Non è una nota a margine: è la decisione che rende plausibile la clausola di ottobre.

Nella versione contestata dei termini commerciali, Meta autorizzava se stessa a usare software automatizzati — web scraper, bot, robot, spider, crawler e user agent — per accedere, indicizzare, memorizzare, analizzare, raccogliere o scansionare i domini e le pagine web associati ai prodotti degli inserzionisti. Un’autorizzazione tecnica molto estesa, che letta insieme alla decisione del 2023 spiega perché gli esperti abbiano visto nella clausola un permesso allo scraping su larga scala.

Mentre Meta sceglieva di non pagare, il mercato delle licenze si muoveva in direzione opposta.

Cosa cambia per chi pubblica online

La frattura è sempre più netta tra chi paga per i contenuti e chi no. Da un lato, News Corp e OpenAI hanno annunciato un accordo pluriennale globale che consente a OpenAI di mostrare i contenuti delle testate News Corp; la stampa lo ha riportato per un valore di oltre 250 milioni di dollari su cinque anni. Dall’altro, già nel febbraio 2024, l’annuncio di Meta aveva chiuso la scheda Facebook News e precisato che non avrebbe stipulato nuovi accordi commerciali per contenuti giornalistici tradizionali, né offerto nuovi prodotti Facebook specificamente per gli editori di notizie.

La cifra dell’accordo OpenAI-News Corp serve a dare un ordine di grandezza. L’avvocato Matt Topic, intervistato da Nieman Lab, fa notare che i contenuti a cui Meta avrebbe accesso, se regolati da un mercato delle licenze, costerebbero «molti milioni». Non è una differenza marginale: è il valore che Meta avrebbe potuto riconoscere e che invece, stando alla denuncia, ha scelto di non pagare almeno dal 2023.

Per chi fa impresa online, cambia il rischio. Anche un account business può trasformarsi in una porta d’accesso per i propri contenuti, e la trasparenza sui termini diventa un presidio irrinunciabile. La domanda per i prossimi mesi è se la smentita di Meta basterà a fermare le cause legali.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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