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L’autorità garante non è riuscita a dimostrare l’attuale posizione dominante di Meta, aprendo la strada a una maggiore concentrazione di potere nelle mani del colosso di Zuckerberg
Con una sentenza storica, il giudice James Boasberg ha respinto l'accusa di monopolio della FTC contro Meta, ponendo fine a una battaglia legale durata cinque anni. La decisione sancisce una vittoria schiacciante per Mark Zuckerberg, lasciando il suo impero, comprensivo di Instagram e WhatsApp, intatto e più forte che mai, e solleva seri dubbi sull'efficacia delle attuali leggi antitrust.
Ti sei mai chiesto se le autorità possono davvero fermare i giganti del tech?
Beh, se guardiamo a quello che è successo il 18 novembre, la risposta sembra essere un secco “no”. Mark Zuckerberg “l’ha fatta franca” ancora una volta, uscendo vittorioso da un processo che prometteva di ridisegnare la mappa del digitale e che invece ha lasciato tutto esattamente com’era.
Dopo cinque anni di carte bollate e minacce di smembramento, il giudice distrettuale James Boasberg ha emesso la sentenza definitiva: la Federal Trade Commission (FTC) non ha dimostrato che Meta detiene, oggi, un potere di monopolio nel mercato dei social network. Diciamocelo, è una batosta colossale per l’amministrazione Biden e per chi sperava di vedere Instagram e WhatsApp separati dalla casa madre.
Ma attenzione, perché il diavolo si nasconde nei dettagli di questa sentenza.
Un buco nell’acqua costato cinque anni
La questione centrale non era se Meta fosse potente. Lo sanno anche i sassi che lo è. Il punto legale era molto più sottile e insidioso: l’FTC doveva provare che l’azienda detiene attualmente un monopolio.
E qui casca l’asino.
Il giudice Boasberg, nella sua decisione riportata da TechCrunch, ha concluso che, indipendentemente dal fatto che Meta potesse aver avuto un monopolio in passato, l’accusa non ha portato prove sufficienti per dimostrare che questa posizione dominante esista adesso, al momento della sentenza.
Capisci la differenza?
È come dire: “Forse hai rubato la marmellata ieri, ma oggi hai le mani pulite, quindi sei libero”.
L’FTC, che aveva iniziato questa crociata nel dicembre 2020 insieme a 46 stati americani, voleva costringere Meta a vendere Instagram e WhatsApp, sostenendo che quelle acquisizioni servissero solo a uccidere la concorrenza nella culla.
Un piano ambizioso, certo, ma eseguito con armi spuntate.
E questo ci porta dritti al cuore del problema legale che ha fatto crollare tutto il castello di carte.
La teoria del “se non ci fossero loro” non regge
Per vincere una causa del genere, non basta puntare il dito e dire “sono troppo grossi”. Bisogna costruire quella che gli esperti chiamano una prova “controfatuale”. In pratica, l’FTC avrebbe dovuto dimostrare come sarebbe internet oggi se Meta non avesse comprato quelle app.
Un esercizio di fantasia più che di diritto.
Come ha spiegato l’ex presidente della FTC William Kovacic, il governo aveva l’onere di costruire un mondo alternativo credibile e provare un danno concreto ai consumatori o alla concorrenza.
Non ci sono riusciti.
Hanno cercato di definire il mercato in modo stretto, escludendo piattaforme come TikTok o YouTube per far sembrare Meta l’unico giocatore in campo, ma il giudice non ha abboccato.
Siamo seri: in un mondo dove TikTok ti tiene incollato allo schermo per ore, sostenere che Meta non ha rivali è una tesi che scricchiola parecchio.
E proprio questa debolezza argomentativa ci lascia con un interrogativo inquietante sul futuro della regolamentazione tech.
Il futuro? più concentrazione, meno regole
Cosa significa tutto questo per te che fai business online?
Significa che lo status quo non cambia. Meta resta intera, potente e libera di integrare ancora di più i suoi dati. Le speranze di vedere un mercato più frammentato e magari più competitivo si sono infrante contro il muro di gomma della legge antitrust americana, che evidentemente non è attrezzata per le dinamiche dell’economia digitale moderna.
Questa sentenza è un segnale verde per le Big Tech: se l’FTC non riesce a fermarle nemmeno dopo anni di indagini e con un’amministrazione ostile, chi può farlo?
Zuckerberg esce dal tribunale più forte di prima, pronto a consolidare ancora di più il suo impero.
Se speravi in un terremoto che scuotesse le fondamenta del digital marketing, mi dispiace deluderti: qui non si muove una foglia.
E forse è proprio questo il problema più grande.
#avantitutta

Questa sentenza, che pare un regalo natalizio per Zucky 🎁, dimostra quanto sia arduo per le vecchie normative misurare il *potere* digitale odierno; analiticamente, sembra che la “non dimostrazione” attuale equivalga a licenza di continuare a crescere senza freni, no? 🤔
La legge antitrust sembra una barzelletta contro questi colossi, no? 🤔 Zuckerberg incassa pure questa, dimostrando che i cavalli di razza non si domano facilmente. 😉
Vedo un fiume in piena, la legge è acqua stagnante. L’Antitrust è rimasto a riva. Questa vittoria è un macigno sul futuro piccolo. Ci sentiamo impotenti, sai?
Il giudice ha dato a Zuckerberg un mattone d’oro. Le norme son carta straccia.
Le autorità, con la loro lentezza, fan solo ingrassare Zuckerberg. Chi costruisce vince sempre.
Ah, la lentezza burocratica è il miglior alleato dei ricchi, come un lento ma inesorabile algoritmo che premia solo chi ha già vinto, trasformando le leggi in carta velina sotto il peso di quei miliardi. Dunque, l’Antitrust è solo un siparietto teatrale per illudere noi comuni mortali che esista ancora un freno?
Patrizia, ‘sta lentezza è letale. Tecnologia avanza, leggi dormono. Meta incassa, noi restiamo col dubbio. Questi sistemi, creati per proteggere, finiscono per servire chi domina. Diciamocelo, son tutti bravi a fare i format, meno a regolarli. Geniale, no?
Questa “vittoria” è la prova che le leggi antitrust sono come un pettine in una tempesta: si disintegrano al primo colpo di vento potente; un’analisi dei dati di conversione mi dice che se il sistema premia la concentrazione, il risultato è scontato, no? Siamo solo la benzina per i loro motori di dati.
Elisa, la tua analogia è azzeccata; il sistema premia la scala, e le leggi inseguono con il passo del bradipo. Le autorità dimostrano solo la loro inettitudine a governare l’onda digitale. Siamo carburante, è chiaro; la mia unica domanda è: quanto ancora ci lasceremo bruciare?
Ma dai, cinque anni per concludere che non possono fare nulla? ‘Sto sistema legale è proprio un farsa, siamo presi in giro. Zuckerberg ride, noi paghiamo il prezzo di questa inerzia.
Ma dai, un’altra vittoria per Zuckerberg? Questa sentenza mi pare una barzelletta, **dico io**. L’Antitrust pare che giochi a rincorrere il treno dopo che è già partito. **Capita sempre così, no?** Non si rendono conto che le leggi sono vecchie?
L’Antitrust si rivela l’ombra di sé stessa, un navigatore che tenta di arginare uno tsunami con un cucchiaino, come già si poteva prevedere analizzando i flussi di dati pregressi; questa inerzia legislativa trasforma il mercato in un campo minato dove solo chi detiene la potenza di fuoco, ossia Zuckerberg, può attraversare illeso le maglie strette del diritto. Non si può non notare come la lentezza regolatoria sia il miglior carburante per la concentrazione. Quando le fondamenta legali sono fatte di sabbia, anche un castello di carte digitale resiste.
Maurizio, la lentezza regolatoria è il veleno lento; le leggi sono gusci vuoti. Le mie email sembrano più veloci.
Maurizio, hai dipinto il quadro con una lucidità quasi dolorosa: queste norme sono ruscelli che cercano di fermare l’oceano; si sperava in un ridisegno, e invece abbiamo solo assistito all’ennesima ratifica del dominio. È deprimente vedere come la burocrazia diventi il miglior alleato di chi ha già messo le mani su tutti i fili. Temo che il futuro digitale sia solo un parcheggio gigante per i ricchi.
Classico. Il giudice “non vede” la posizione dominante. Logica discutibile. Cinque anni persi per confermare che Big Tech fa il bello e il cattivo tempo. Le leggi antitrust? Fuffa burocratica, direi. Questi format digitali restano blindati. Chi crede che lo Stato possa frenare ‘sto treno, è ingenuo.
La giustizia, come sempre, dimostra di essere lenta e miope; noi pionieri digitali navighiamo veloci, loro inciampano sulle definizioni. Siamo destinati a costruire imperi mentre loro leggono vecchi manuali.
Alessandro, capisco la frustrazione. Sembra che le leggi siano di carta igienica contro questi titani. 🙄 Io, da analista, vedo solo dati di potere accumulato. Quando le regole non tengono, chi costruisce resta in piedi. 🤷♂️
Alessandro, le definizioni vincono sulle evidenze. Cinque anni buttati. Se il sistema non si adegua, il potere resta dove si accumula. Logico. Resta da capire chi pagherà il conto.
‘Sta roba è un cinema. Cinque anni per concludere che il potere resta dove sta. Geniale. Praticamente, le leggi antitrust sono un optional. Che barzelletta, ‘sti giganti tecnologici se la ridono. Quando si sveglieranno?
Il sistema legale è lento, noi vinciamo con l’algoritmo. Pessima giornata per i regolatori.
Riccardo, codesta disfatta legale è la prova lampante che le normative sono gusci vuoti contro titani; l’antitrust è un leone senza denti, non trova?
Miriam, hai centrato il punto: leggi vecchie contro monopoli nuovi. Che farsa!
Siamo sempre noi, piccoli naufraghi, davanti alla balena Meta. Triste.
L’Antitrust ha perso. Prevedibile. Le leggi restano carta straccia. Chi sorveglia, ora?
Beh, Giulia, temo che la sorveglianza fatichi quando la legge è ferma al secolo scorso. Zuckerberg tira un sospiro di sollievo, chiaro. Resta da capire come si adegua la giustizia al progresso veloce.
Giustizia lenta, un cavallo imbizzarrito. Meta galoppa indisturbata. Triste.
Vittoria scontata. Le leggi antitrust sono meme, non strumenti. Il potere resta dove serve. Mi chiedo solo quanto altro dovremo ingoiare.
Le leggi antitrust sono barzellette costose, l’esito era già scritto. Nessuno ferma chi possiede i dati. Mi chiedo: a cosa serve l’Autorità?
Quei giudici pensano ancora che il digitale si regoli con le rotative; noi intanto beviamo l’amaro calice di questa tecnologia inarrestabile.