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La battaglia legale tra il miliardario e la società di AI è ufficialmente iniziata, con accuse di promesse violate e interessi economici in gioco
La battaglia tra Elon Musk e OpenAI arriva in tribunale. Musk accusa l'azienda di aver tradito la sua missione non-profit originaria per inseguire i profitti con Microsoft. OpenAI si difende, parlando di una mossa dettata dalla rivalità. Sarà una giuria a decidere nel 2026 le sorti di una causa che potrebbe ridefinire il futuro dell'intelligenza artificiale.
Musk contro OpenAI: la resa dei conti in tribunale è ufficiale
La battaglia legale tra Elon Musk e OpenAI fa un passo avanti, e che passo. Un giudice federale ha dato il via libera, respingendo la richiesta di archiviazione presentata dall’azienda di Sam Altman. Questo significa una cosa sola: la causa andrà a processo con una giuria.
La data da segnare sul calendario è marzo 2026, ma la tensione è già altissima. Il giudice, come riportato da TechCrunch, è stato piuttosto chiaro, affermando che ci sono prove più che sufficienti per portare le accuse di Musk davanti a una giuria.
Ma come fai a dimostrare che una promessa fatta anni fa è stata tradita con premeditazione, soprattutto quando ci sono in ballo centinaia di miliardi di dollari?
La promessa infranta che vale 500 miliardi di dollari
Di cosa stiamo parlando, in parole povere?
Musk accusa OpenAI di aver tradito la sua missione originale. Quando ha co-fondato l’organizzazione, l’accordo era che rimanesse un laboratorio di ricerca non-profit, con l’obiettivo di sviluppare un’intelligenza artificiale a beneficio di tutta l’umanità. Un progetto open-source, aperto a tutti.
Musk ci ha messo dentro un bel po’ di soldi, circa 40 milioni di dollari, che all’epoca rappresentavano il 60% dei finanziamenti iniziali.
Non bruscolini, insomma.
Oggi, però, OpenAI è un colosso for-profit valutato 500 miliardi di dollari, strettamente legato a Microsoft. Musk punta il dito su tre fronti principali: l’accordo di licenza esclusiva del sistema GPT-4 a Microsoft, la decisione di tenere questa tecnologia dietro un paywall invece di renderla pubblica, e la concessione a Microsoft di un posto come osservatore nel consiglio di amministrazione.
Secondo l’accusa, queste mosse violano palesemente gli accordi fondativi e trasformano un’iniziativa per il bene comune in una macchina da soldi per pochi azionisti.
A quanto pare, però, non si tratta solo della parola di Musk contro quella di Altman. C’è un dettaglio emerso dalle carte che potrebbe cambiare le carte in tavola.
Un diario e il ruolo (scomodo) di Microsoft
A dare manforte alla tesi di Musk spunta un elemento che sembra uscito da un film: un’annotazione del 2017 sul diario di Greg Brockman, altro co-fondatore di OpenAI.
In quelle righe, secondo quanto emerso, si parlava già dei piani per trasformare l’organizzazione in un’entità a scopo di lucro.
Un dettaglio non da poco, che suggerisce come l’idea di monetizzare il progetto non sia nata ieri, ma fosse già nei pensieri dei vertici molto prima di quanto dichiarato pubblicamente.
E poi c’è Microsoft, l’elefante nella stanza.
Con un investimento che ha raggiunto i 135 miliardi di dollari dal 2019, il suo peso nelle decisioni di OpenAI è innegabile. Una frase dell’amministratore delegato Satya Nadella, citata negli atti, la dice lunga sul livello di controllo: “Abbiamo le persone, abbiamo la capacità di calcolo, abbiamo i dati, abbiamo tutto”.
Questo potere si è manifestato chiaramente durante la crisi interna di novembre 2023, quando il consiglio di amministrazione tentò di licenziare Altman, salvo poi essere costretto a reintegrarlo e a dimettersi, spianando la strada a una governance molto più allineata agli interessi commerciali.
Un ribaltone che, secondo Musk, ha smantellato gli ultimi argini a difesa della missione no-profit.
La difesa di OpenAI, ovviamente, dipinge un quadro completamente diverso, accusando Musk di agire non per principio, ma per puro interesse personale.
Una “vendetta” o una battaglia per il futuro dell’IA?
Secondo OpenAI, questa non è una nobile crociata per l’umanità, ma la mossa di un rivale frustrato. Musk, infatti, oggi è a capo di xAI, la cui intelligenza artificiale Grok è una diretta concorrente di ChatGPT.
L’accusa è quindi quella di usare le aule di tribunale per rallentare un leader di mercato. Una strategia, dicono, che fa parte del suo “schema di molestie”.
E qui la cosa si fa interessante, perché il giudice ha ammesso che entrambe le parti hanno argomenti solidi. “Penso che ci siano forti argomentazioni da parte della difesa. Penso che sarà la giuria a decidere”, ha dichiarato, come descritto da Business Insider.
La partita si giocherà quindi sulla credibilità dei testimoni, su chi racconterà la storia più convincente alla giuria. Certo, c’è ancora uno scoglio legale da superare per Musk, legato alla prescrizione di tre anni per le accuse di frode, ma il giudice sembra intenzionato a lasciare che sia la giuria a decidere anche su questo.
Alla fine, la vera domanda che resta sospesa non è tanto chi vincerà in tribunale, ma quale direzione prenderà una delle tecnologie più potenti mai create.
Resterà uno strumento al servizio di tutti o diventerà il patrimonio esclusivo di pochi giganti tech?
