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Firmi un accordo con OpenAI? Prendi il 48% in più di citazioni su ChatGPT

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Uno studio di OtterlyAI rivela che OpenAI, al contrario di Google e Perplexity, premia i suoi partner editoriali. Ma chi non trova un accordo?

i grandi editori che hanno firmato con OpenAI concentrano quasi il 60% delle loro citazioni su un solo motore, ChatGPT, lasciando Perplexity e Google come terreno quasi vergine. Puntare solo su una piattaforma può essere un problema alla lunga.

Da tre anni ormai le aziende di intelligenza artificiale firmano accordi di licenza con gli editori, pagando (quasi sempre in silenzio) per poter usare i loro contenuti. La domanda che si sono fatti tutti, dai team PR ai direttori editoriali, è sempre la stessa: questi accordi cambiano davvero cosa l’AI legge e cita?

Ora c’è un numero, ed è netto.

Le pagine di editori che hanno un accordo con OpenAI raccolgono in media 10,2 citazioni ciascuna su ChatGPT, contro le 6,9 degli editori senza contratto: un premio del 48%, emerso da uno studio congiunto di OtterlyAI e PressRanger che ha incrociato oltre 20 milioni di URL e 129,3 milioni di citazioni su sette piattaforme diverse.

E se prendiamo solo gli editori che hanno firmato esclusivamente con OpenAI, senza altri accordi paralleli? Il vantaggio sale al 112%.

Un premio che esiste solo per due aziende su cinque

Qui la storia si fa interessante, perché il fenomeno non è generale.

OpenAI e Microsoft Copilot sono le uniche piattaforme dove un accordo di licenza si traduce chiaramente in più visibilità. Su Copilot il salto è addirittura dell’85%, ma con una precisazione che gli autori dello studio tengono a sottolineare: non è un premio ai firmatari di Microsoft, ma agli editori “licenziati” in generale, chiunque li abbia ingaggiati. In pratica Copilot premia la scala editoriale, non la fedeltà contrattuale.

Su Perplexity, Google AI Overviews, Google AI Mode e Gemini, invece, gli editori con accordo non guadagnano nulla. Anzi, su alcune di queste piattaforme finiscono per essere citati leggermente meno degli editori senza alcun contratto.

E Claude? Anthropic non ha reso pubblico nessun accordo editoriale, quindi il confronto semplicemente non si può fare.

Tutte le uova in un solo paniere

Il vantaggio su ChatGPT ha però un effetto collaterale che pochi editori sembrano aver calcolato: gli editori con accordo OpenAI ricevono ormai il 57,9% di tutte le loro citazioni AI solo da ChatGPT. Gli editori senza contratto, al contrario, mantengono un mix più equilibrato, con Perplexity quasi alla pari (30,7% contro il 32,4% di ChatGPT).

Il CEO di OtterlyAI, Thomas Peham, l’ha detto senza troppi giri di parole: una licenza fa una cosa sola in modo chiaro, sposta le citazioni verso ChatGPT. Non è la prova che le altre piattaforme puniscano chi firma, ma è comunque una concentrazione di rischio che pochi PR manager avevano messo in conto.

Cosa cita davvero l’intelligenza artificiale?

Il dato forse più utile per chi lavora nella comunicazione riguarda il tipo di contenuto premiato. Non sono le notizie di attualità a dominare le citazioni AI, tutt’altro.

Il 38,1% delle pagine citate tra gli editori con licenza sono classifiche e “best-of”, il 15,1% guide all’acquisto e consigli finanziari, il 5,6% recensioni di prodotto. Sommati, superano il 58% del totale. Gli articoli di cronaca pura si fermano invece a un misero 5,1%.

Tradotto: se un editore vuole essere citato dall’AI, conviene puntare su giornalismo di servizio evergreen più che su un titolo di cronaca destinato a scomparire in 24 ore.

La lezione per chi fa PR

Lo studio arriva a una conclusione che ribalta un po’ le convinzioni comuni: non serve un editore con licenza per essere citati dall’AI. NerdWallet, Healthline, Bankrate e altri siti senza alcun accordo superano in citazioni quasi tutti gli editori “licenziati”, a eccezione di Forbes e TechRadar.

In 15 dei 16 settori industriali analizzati, i media di nicchia e specializzati battono nettamente quelli mainstream nelle citazioni AI, arrivando fino al 93% del totale nel manifatturiero. Solo nel settore finanza e assicurazioni i grandi nomi restano dominanti.

E qui, secondo me, sta il nocciolo della questione: per anni si è ragionato per gerarchia, prima la testata nazionale, poi tutto il resto. I dati dicono che l’AI non funziona così. Cita chi risponde meglio alla domanda, non chi ha più follower o più storia alle spalle.

Ma allora chi non firma un accordo viene penalizzato dall’AI?

Di questo non c’è certezza, ma solo tanti brutti pensieri…

E i contenuti di chi non trova nessuno accordo con le AI, davvero, non vengono usati? Chi ce lo assicura, in fondo?

Quello che invece è certo, ed è la vera lezione di questo studio, è che puntare tutto su una sola piattaforma non regge nel lungo periodo. Chi firma con OpenAI concentra il 58% delle proprie citazioni solo su ChatGPT, restando scoperto ovunque altrove.

Per come la vedo io, sempre meglio non limitare la propria presenza e la propria strategia a un unico canale, qualunque esso sia.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

17 commenti su “Firmi un accordo con OpenAI? Prendi il 48% in più di citazioni su ChatGPT”

  1. Hanno solo rinominato il vecchio ricatto di Google. Prima mendicavi link, ora paghi il pizzo per esistere. Cosa racconterà l’AI a chi non può permettersi di pagare il conto?

  2. Il 48% non è un bonus, è il costo calcolato dell’irrilevanza per chi resta fuori dal recinto dorato. La neutralità informativa è stata declassata a optional a pagamento, come era prevedibile.

  3. Andrea Cattaneo

    Stanno costruendo un club esclusivo dove la visibilità è a pagamento, praticamente un pizzo digitale per non finire nel dimenticatoio. Mi chiedo come possano sopravvivere le voci indipendenti in questo scenario.

  4. La rilevanza ha un costo di licenza. Chi non firma l’accordo scompare. Un modello di business pulito, senza ambiguità.

  5. Il 48% in più. Praticamente una mancia per affittare la verità. Qual è il prossimo passo, un abbonamento premium per esistere online?

  6. Che l’accesso privilegiato si paghi non è una rivelazione, ma la formalizzazione di una spietata logica di mercato. A questo punto, mi chiedo se come autrice dovrei concentrarmi sulla qualità della scrittura o sulla negoziazione del mio prossimo contratto di licenza.

    1. Isabella Sorrentino

      @Elena Bianchi, è commovente che tu ponga ancora la qualità come variabile, quando è evidente che il merito autoriale è stato declassato a clausola contrattuale. L’unica abilità richiesta ormai è quella di sapersi vendere al miglior offerente.

      1. @Isabella Sorrentino, la tua “abilità” è diventare la voce preferita di una macchina. Un po’ deprimente come aspirazione professionale, non trovi?

  7. Parlano di “accordi” come se non fosse il solito pizzo digitale, dove l’algoritmo, magnanimo, concede l’onore di esistere a chi paga. Il problema è che poi ci abituiamo a pensare che chi non si vede, semplicemente, non abbia nulla da dire.

  8. Quindi la visibilità si compra, come al mercato. Si sta mettendo un bel guinzaglio all’editoria. Mi chiedo solo chi tenga l’altra estremità della corda.

  9. Mi stupisce la sorpresa. Questo è un marketplace, non una biblioteca pubblica. La visibilità si paga, punto. Chi si aspettava un trattamento diverso da un colosso tech nel 2026?

    1. Simone, chiamarlo marketplace è un complimento. È il solito gioco del pedaggio: prima ti creano la strada, poi mettono il casello. Il mio lavoro, in fondo, è insegnare come pagare il biglietto.

  10. Che scoperta! L’algoritmo ha preferenze basate sui contratti, un po’ come un mecenate rinascimentale sceglieva i suoi protetti. La neutralità è un bel soprammobile.

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