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L’azienda ammette che l’integrazione dell’IA nei processi aziendali è più complessa del previsto, richiedendo un approccio strategico e consulenziale per superare le sfide culturali e strutturali.
Nonostante l'hype, l'IA non ha ancora trasformato le aziende. Lo ammette persino il COO di OpenAI, Brad Lightcap, svelando un'adozione superficiale. Per superare l'ostacolo dei processi complessi, OpenAI si affida ora ai consulenti, dimostrando che la vera sfida non è tecnologica ma organizzativa e culturale. Una doccia fredda per molti, ma un passo necessario verso un'integrazione reale.
L’ammissione di OpenAI: l’IA nelle aziende? Per ora, un’illusione
Diciamocelo, tutti parlano di Intelligenza Artificiale come se fosse la soluzione a ogni male aziendale.
Eppure, a sganciare la bomba è stato nientemeno che Brad Lightcap, il Chief Operating Officer di OpenAI, che durante un summit a Nuova Delhi ha dichiarato senza troppi giri di parole che “non abbiamo ancora visto l’IA penetrare realmente nei processi di business aziendali”.
Una frase che suona quasi come un’eresia, detta dal numero due dell’azienda che ha dato il via a questa corsa sfrenata.
Ma come?
Le aziende non la stavano usando a man bassa?
Certo che sì.
I dati, come descritto in un report di Vention, ci dicono che il 93% delle imprese sta già utilizzando l’IA. Il punto, però, è un altro: la maggior parte di queste la usa per compiti semplici, a basso rischio, come scrivere una mail o fare un riassunto.
Quando si tratta di mettere mano ai processi che contano davvero, quelli che fanno girare l’azienda, la storia cambia.
E cambia parecchio.
La ricerca di McKinsey conferma questo divario: solo il 20-21% delle organizzazioni ottiene un impatto significativo dai propri progetti di IA. Il punto è che il problema non è la potenza dell’IA.
Il vero collo di bottiglia si trova da un’altra parte, in un punto molto più delicato.
La nuova strategia di OpenAI: quando la tecnologia non basta, chiama i consulenti
E allora, dove sta l’intoppo?
Sta nel fatto che le aziende sono organismi complessi, con flussi di lavoro critici che richiedono affidabilità, tracciabilità e sicurezza totali. Parliamo di processi come la gestione degli ordini, le richieste di rimborso, la pianificazione della supply chain o le revisioni di conformità.
Per integrare l’IA qui dentro, servono controlli end-to-end, permessi, governance dei modelli e un’integrazione perfetta con sistemi come SAP o Salesforce. Ed è proprio qui che OpenAI ha capito di dover cambiare marcia.
Così, ha messo in campo una doppia strategia.
Da un lato, ha lanciato Frontier, una piattaforma pensata per dare alle grandi aziende gli strumenti per costruire e gestire agenti AI con tutte le garanzie del caso. Ma la mossa più interessante, quella che fa capire quanto la situazione sia complessa, è un’altra: le “Frontier Alliances”.
OpenAI ha stretto accordi pluriennali con colossi della consulenza come Boston Consulting Group, McKinsey, Accenture e Capgemini.
In pratica, hanno ammesso che vendere la tecnologia da sola non basta.
Come riportato su TechCrunch, serve qualcuno che la leghi alla strategia, che ridisegni i processi e che lavori sulla cultura aziendale.
Una mossa che, da un lato, mostra pragmatismo, ma dall’altro solleva un dubbio: se persino i creatori di ChatGPT hanno bisogno dei “vecchi” consulenti per far funzionare le cose, forse l’ostacolo è molto più grande di quanto si pensi.
Il vero ostacolo non è la tecnologia, ma la realtà aziendale
E infatti, l’ostacolo è proprio quello: la cultura e la struttura delle aziende.
La tecnologia può essere potentissima, ma si scontra con l’inerzia organizzativa, la mancanza di governance e una visibilità scarsa sull’impatto reale. Un’indagine di Larridin ha rivelato che il 37,1% delle aziende lamenta una governance dell’IA e una visibilità dei rischi inconsistenti, mentre quasi il 46% non sa nemmeno quale sia il tasso di adozione dell’IA tra i propri dipendenti.
In pratica, si naviga a vista.
Come se non bastasse, c’è il macigno dei dati.
Gartner non usa mezzi termini e prevede che il 60% dei progetti di IA generativa fallirà nel 2026 a causa della mancanza di dati pronti e adeguati. Nonostante questo, lo stesso 2026 viene indicato come l’anno della svolta, quello in cui oltre l’80% delle imprese avrà modelli e API di GenAI in produzione.
La mossa di OpenAI, quindi, non è un semplice accordo commerciale.
È l’ammissione che la rivoluzione dell’IA non si vince con un software, ma cambiando il modo di lavorare dalle fondamenta.
E il 2026 è l’anno in cui vedremo chi ha giocato d’anticipo e chi, invece, è rimasto a guardare la tecnologia senza sapere come usarla davvero.

La bacchetta magica ha bisogno del manuale, e ora lo vendono separatamente.
È la solita storia: prima l’entusiasmo, poi il panico e alla fine chiamano noi consulenti. Tranquilli, è tutto sotto controllo, il nostro.
L’IA inciampa sulla cultura aziendale, il cimitero di ogni grande promessa tecnologica.
@Emanuela Barbieri Hanno dato un bisturi a dei macellai. Il problema non è mai la tecnologia.