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Contattaci oraLa richiesta di proroga arriva mentre il giudice deve decidere se il fair use copre l’addestramento dei modelli
OpenAI e Microsoft hanno chiesto una proroga nella causa intentata dal New York Times nel 2023, mentre i querelanti chiedono che il fair use non copra alcuna fase della pipeline di intelligenza artificiale. La posta è alta: se il giudice Stein accogliesse quella tesi, addestrare modelli su contenuti protetti diventerebbe un costo certo, non un rischio aggirabile. Resta il dubbio che i precedenti californiani non valgano a Manhattan.
Due settimane di proroga possono sembrare burocrazia pura. Ma nella causa che oppone il New York Times a OpenAI e Microsoft sono il detonatore di una resa dei conti legale capace di ridisegnare i costi dell’intelligenza artificiale generativa. Il 22 settembre, come ricostruito da ChatGPT Is Eating The World, OpenAI e Microsoft hanno depositato una mozione per ottenere due settimane in più per opporsi alla richiesta di giudizio sommario dei News Plaintiffs. E qui finisce la routine.
La proroga che non è solo tecnica
Secondo la mozione, la dichiarazione dei fatti presentata dal New York Times era piena di errori, corretti in un secondo momento con un deposito di errata. OpenAI e Microsoft hanno anche sostenuto di non aver ancora ricevuto la notifica di sessanta exhibit dei News Plaintiffs. Numeri da pratica giudiziaria, si direbbe. Ma basta guardare la replica del New York Times per capire che nessuno tratta questa estensione come un dettaglio.
Il Times, sempre il 22 settembre, ha minimizzato l’estensione dei suoi errata. Ha accusato OpenAI e Microsoft di non aver completato un “meet and confer”, la fase in cui le parti provano a mettersi d’accordo prima di coinvolgere il giudice. E ha definito le affermazioni contenute nella mozione “mischaracterized or false”, secondo i News Plaintiffs. La richiesta di cautela è esplicita: se il giudice Sidney Stein concede due settimane, il Times chiede che l’estensione valga per tutte le memorie, non solo per l’opposizione di OpenAI e Microsoft.
Perché due settimane fanno così paura? La risposta sta in ciò che il giudice dovrà decidere nelle settimane successive.
La posta in gioco: il fair use al banco di prova
Se una proroga di calendario accende simili reazioni, è perché il cuore della causa non è il calendario. È la richiesta dei News Plaintiffs: stabilire che il fair use non si applica a nessuna fase della pipeline di intelligenza artificiale. Come riportato dal Chicago Tribune, le organizzazioni giornalistiche hanno chiesto al giudice Sidney Stein di determinare che il fair use non giustifica l’acquisizione di articoli a pagamento né l’addestramento di modelli linguistici su opere copiate. In sostanza, niente fair use per i contenuti protetti, in nessuna fase: dalla raccolta dei testi all’addestramento dei modelli.
Non è una sfumatura. Chiedere al giudice di escludere il fair use in blocco significa chiudere la porta alla difesa principale di OpenAI e Microsoft e trasformare ogni utilizzo di notizie protette in una potenziale violazione. Se questa lettura passasse, addestrare modelli su articoli protetti smetterebbe di essere un rischio calcolato e diventerebbe una voce di costo certa.
La causa, depositata dal New York Times nel dicembre 2023, non nasce nel vuoto. È stata avviata mentre altre cause contro le società di intelligenza artificiale generativa mettevano già in discussione l’uso di opere protette nell’addestramento. E nel tempo si è allargata: al procedimento si sono uniti altri organi di informazione, come MediaNews Group, casa madre del Daily News e del Chicago Tribune, l’editore digitale Ziff Davis e il Center for Investigative Reporting, come riportato da Euronews. Il caso è osservato in tutto il mondo come un precedente legale capace di orientare il futuro dell’industria dell’IA, come riporta Axios.
Eppure, mentre il giudice Stein studia le carte, una domanda resta aperta: i precedenti californiani sul fair use valgono anche a Manhattan?
California contro Second Circuit: il precedente che non c’è
La tensione non è teorica. Mentre a Manhattan si discute di fair use, in California Meta e Anthropic hanno già ottenuto sentenze favorevoli sull’addestramento. OpenAI cita due recenti decisioni dei tribunali federali californiani, Kadrey v. Meta e Bartz v. Anthropic, che hanno riconosciuto il fair use perché l’addestramento è stato considerato trasformativo. Il New York Times ribatte che quei precedenti non sono pertinenti nel Second Circuit, il distretto giudiziario di appello che comprende New York.
E qui arriva un dato che aiuta a capire la posta economica: Anthropic ha comunque accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari agli autori di libri per aver addestrato il chatbot Claude sulle loro opere senza autorizzazione, come riportato dalla stessa Euronews. In California ha vinto sul piano del fair use, eppure ha scelto di aprire il portafoglio. Due strade opposte convivono nello stesso mercato.
Il giudice Stein dovrà ora dire se il Second Circuit è un territorio diverso da quello californiano. Da qui dipenderà se addestrare modelli su articoli protetti sarà un costo certo da mettere a budget o un rischio legale aggirabile.
Per chi fa impresa online, la direzione presa da Manhattan definirà se l’addestramento di modelli su contenuti protetti richiede licenze preventive o se il fair use resta una difesa praticabile. Ogni roadmap di prodotto basata su intelligenza artificiale generativa dovrà ricalcolare budget e rischi.
