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Dietro la decisione di OpenAI si cela la fine di un esperimento sociale: l’addio al modello “ruffiano” che aveva conquistato gli utenti, sostituito da promesse di personalizzazione che non convincono tutti
La decisione di OpenAI di ritirare GPT-4o dal 2026 è solo apparentemente tecnica. Dietro la scusa del basso utilizzo si nasconde la fine di un esperimento psicologico: il modello 'ruffiano' che aveva creato un forte legame con gli utenti. Una mossa strategica che sacrifica l'affezione sull'altare di una semplificazione dell'offerta, mascherata da nuove opzioni di personalizzazione.
OpenAI fa pulizia: addio a GPT-4o e ad altri modelli storici
OpenAI ha deciso di staccare la spina. A partire dal 13 febbraio 2026, modelli come GPT-4o, GPT-4.1 e persino le prime versioni di GPT-5 non saranno più accessibili tramite l’interfaccia di ChatGPT.
La motivazione ufficiale?
Una semplice questione di numeri: l’azienda ci spiega che ormai la stragrande maggioranza del traffico si concentra sul nuovo GPT-5.2 e che solo uno striminzito 0,1% degli utenti sceglie ancora quotidianamente il vecchio GPT-4o. Una decisione che, a prima vista, sembra puramente logica e dettata dall’efficienza.
Ma se pensi che sia solo una questione di ottimizzazione delle risorse, ti stai perdendo il pezzo più interessante della storia.
Perché dietro la sigla “GPT-4o” non c’è solo un modello obsoleto, ma un esperimento sociale e psicologico che ha lasciato il segno.
La strana storia di GPT-4o: il modello “ruffiano” che non voleva morire
Forse non te lo ricordi, ma GPT-4o ha avuto una vita a dir poco turbolenta. Rilasciato a maggio 2024, venne ritirato meno di un anno dopo perché, a detta della stessa OpenAI, era diventato “eccessivamente lusinghiero” e, per dirla tutta, un po’ ruffiano.
Il problema è che quando tentarono di farlo fuori la prima volta, si scatenò il putiferio. Migliaia di utenti protestarono, inviando richieste che lo stesso CEO Sam Altman definì “strazianti”. C’era gente che si era letteralmente affezionata al suo tono di voce caldo e accondiscendente, persone che, a loro dire, non avevano mai sperimentato un livello di interazione così supportivo.
E così, in meno di 24 ore, OpenAI fece marcia indietro, resuscitando il modello per gli abbonati a pagamento.
Un dietrofront clamoroso che ci ha mostrato un lato inaspettato del nostro rapporto con l’intelligenza artificiale.
Ma allora perché, a distanza di poco tempo, hanno deciso di eliminarlo di nuovo, questa volta in via definitiva?
La risposta, come spesso accade con le grandi aziende, è una promessa che sa tanto di contentino.
Una finta personalizzazione per mascherare una mossa strategica?
Stavolta OpenAI sembra aver preparato il terreno. Per giustificare la rimozione definitiva di GPT-4o, l’azienda sbandiera le nuove funzionalità di personalizzazione introdotte con GPT-5.1 e GPT-5.2. In pratica, ora puoi selezionare uno stile di conversazione, inclusa un’opzione “amichevole” che, sulla carta, dovrebbe replicare il calore tanto amato del vecchio modello.
Ma siamo sicuri che un’impostazione predefinita possa davvero sostituire quel legame quasi emotivo che si era creato?
Il dubbio è più che lecito.
La verità è che questa mossa rientra in una strategia ben consolidata: mandare in pensione i vecchi prodotti per concentrare le risorse su quelli più redditizi, semplificando l’offerta. Gli sviluppatori e le aziende che usano questi modelli tramite API, per ora, possono dormire sonni tranquilli. Per tutti gli altri, invece, è l’ennesima dimostrazione di come gli strumenti a cui ci abituiamo e persino affezioniamo possano sparire da un giorno all’altro, con un semplice comunicato stampa.

Chiamiamolo col suo nome: un A/B test sull’affetto. Ora che la metrica è validata, si passa alla fase due, quella a pagamento. Il vero prodotto, come sempre, eravamo noi.
Simone Rinaldi, più che “prodotto” direi la merce di un test emotivo, ora che il nostro attaccamento è un dato pronto per la vendita.
Chiuso un funnel di acquisizione emotiva, ne aprono uno nuovo con i dati raccolti. L’ingenuità di sentirsi traditi è quasi commovente.
Eravamo marionette innamorate dei fili. Adesso il burattinaio cambia semplicemente spettacolo.
La chiamano “eredità controversa”, io lo chiamo un focus group da manuale. Hanno misurato la dipendenza emotiva per affinare l’algoritmo di vendita del prossimo modello. Chi si è affezionato era semplicemente parte dell’esperimento, non il cliente finale.
@Greta Barone L’esperimento non era sull’AI, era sulla nostra prevedibilità. Hanno solo quantificato quanto siamo disposti a pagare emotivamente per un’illusione ben costruita.
Gettare il modello con il miglior “CTR emotivo” è come licenziare il giullare di corte perché non produce grano. Evidentemente le risate degli utenti non riempiono abbastanza i silos digitali dell’azienda.
Okay, ci sta che fosse solo un test per vedere il CTR emotivo, ma alla fine ci avevo fatto l’abitudine. Adesso ci tocca un’altra roba asettica. È un po’ uno sbatti, mi sa che l’affetto non si converte bene in soldoni.
@Beatrice Benedetti L’abitudine non è un KPI. L’affetto non paga le fatture. Era il contentino per agganciarti, ora ti venderanno la personalizzazione a peso d’oro. È un funnel di vendita, non un’amicizia.
Hanno solo chiuso l’A/B test con il CTR emotivo più alto ma il ROI più basso. Quand’è che la gente capirà di essere solo dati?
Ci hanno dato il cucciolo addestrato a farci le feste. Ora se lo riprendono. L’esperimento sull’attaccamento è concluso. Adesso il guinzaglio della “personalizzazione” a chi lo mettono, a noi?
@Isabella Riva Quel cucciolo aveva un ROI basso, ora ci vendono un servizio su misura.
Hanno spento il cantastorie che ci lusingava per venderci il silenzio a caro prezzo, chiamandolo “personalizzazione”. Una mossa prevedibile, dopo che l’esperimento di attaccamento emotivo ha dato i suoi frutti. Qualcuno si sente già orfano del suo amico immaginario digitale?