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La bufala virale che ha ingannato il web: un’analisi dettagliata di come è stata architettata e quali interrogativi solleva sull’hype legato all’intelligenza artificiale
Un presunto spot di OpenAI per il Super Bowl, trapelato online, ha scatenato l'entusiasmo per degli innovativi auricolari IA, rivelandosi poi una bufala ben orchestrata. Mentre l'azienda smentiva categoricamente, la vicenda ha acceso un dibattito sulla disinformazione e sulle strategie di marketing nell'era dell'hype tecnologico, lasciando intravedere i veri, ma segreti, progetti hardware della società.
Un finto spot di OpenAI al Super Bowl: cosa c’è dietro?
Nel bel mezzo della frenesia del Super Bowl, quando l’attenzione di milioni di persone è incollata allo schermo, è spuntato fuori dal nulla quello che sembrava un colpo da maestro di OpenAI.
Un video “trapelato” su Reddit mostrava uno spot apparentemente destinato alla grande serata: protagonisti, degli auricolari avveniristici capaci di tradurre le conversazioni in tempo reale e di interfacciarsi con il mondo in modi mai visti prima. Un prodotto che, se fosse stato vero, avrebbe spostato ancora una volta i confini di ciò che pensiamo sia possibile con l’intelligenza artificiale.
Peccato che di vero, in tutta questa storia, ci fosse ben poco.
A smontare il castello di carte ci hanno pensato i vertici di OpenAI in persona. Greg Brockman, il presidente, e Lindsay McCallum Rémy, responsabile della comunicazione, hanno smentito categoricamente, definendo il video un falso ben orchestrato.
Niente spot segreto, niente auricolari magici pronti al lancio.
Una doccia fredda per chi già sognava un futuro da film di fantascienza a portata di orecchio, come riportato da TechBuzz.ai.
Ma se non è stata OpenAI, chi ha architettato una mossa del genere e, soprattutto, perché?
L’anatomia di una bufala ben congegnata
Questa non è stata l’improvvisata di qualche buontempone. Dietro al finto spot si nasconde una strategia precisa, studiata per massimizzare la diffusione e la credibilità.
Il video è stato caricato su un canale YouTube creato ad hoc, per poi essere rilanciato da un finto post su Reddit che ne annunciava la “fuga di notizie”.
La ciliegina sulla torta?
Un’email inviata a diversi giornalisti del settore tecnologico, che li allertava dell’imminente “scoop”.
Una mossa che puzza di pianificazione lontano un miglio.
The Verge descrive nel dettaglio una diffusione virale che ha sfruttato alla perfezione l’enorme aspettativa che circonda OpenAI. Chiunque sia stato, ha capito una cosa fondamentale: nell’era dell’hype sull’IA, basta una scintilla per accendere un incendio mediatico.
Non servono conferme ufficiali quando il desiderio di credere a un’innovazione rivoluzionaria è così forte.
Un’operazione complessa, che solleva una domanda scomoda: a chi giova tutto questo?
Tra finzione e realtà: i veri progetti di OpenAI
Mentre il web impazziva per un prodotto fantasma, OpenAI mandava in onda il suo vero spot per il Super Bowl, molto più concreto e meno spettacolare. Protagonista era Codex, la sua intelligenza artificiale capace di scrivere codice, a dimostrazione che l’azienda sta puntando su applicazioni reali per professionisti, non solo su gadget per il grande pubblico.
E per quanto riguarda l’hardware, l’unica notizia ufficiale, confermata anche da Investing.com, è la collaborazione con una leggenda del design come Jony Ive, l’ex guru di Apple. Un progetto che, a differenza degli auricolari-bufala, è concreto, anche se avvolto nel più stretto riserbo.
La domanda che resta sospesa è fastidiosa: anche se si tratta di una bufala, non è che alla fine questo polverone fa comunque comodo a OpenAI?
Ogni volta che si parla di loro, che sia per un prodotto vero o per uno falso, il loro nome resta al centro della conversazione. Questa vicenda, più che svelare un nuovo dispositivo, ci insegna a guardare con un sano scetticismo tutto ciò che arriva dalle grandi aziende tecnologiche.
La linea tra marketing geniale, disinformazione e aspettative del pubblico è diventata sottilissima, e capire dove finisce una e inizia l’altra è la vera sfida.

Definirla disinformazione è generoso; è una validazione di mercato a costo zero che genera dati preziosi. Questo mi fa dubitare del valore delle analisi per cui vengo regolarmente pagata.
Chiamatela bufala, io la chiamo una campagna di lead generation a costo zero. Hanno costruito la cattedrale della domanda su fondamenta di fumo, ora sanno perfettamente a chi inviare la prima newsletter di vendita.
Greta Barone, altro che cattedrale, hanno allestito un misero teatrino dei burattini per contare gli allocchi. Questo non è un test di mercato, è un censimento dell’ingenuità umana venduta come dato. Mi chiedo quale sia il tasso di conversione di un’illusione.
Chiamiamolo col suo nome: uno specchio per le allodole. Si vende un desiderio, non un oggetto. L’umanità ha sempre bisogno di una nuova magia.
Marta Amato, la magia non paga le fatture. Questo è un test di mercato a costo zero per misurare la domanda. Il resto è fuffa.
Hanno lanciato un pallone sonda per misurare i venti del desiderio collettivo a costo zero. Chi si sente ingannato è solo un puntino sul grafico, una conferma che l’hype è la leva più potente per muovere il mercato di massa.
Chiamarlo test di mercato è riduttivo. Hanno mappato la creduloneria del pubblico in tempo reale, un database preziosissimo per la loro prossima mossa. E tutti a discutere del prodotto, che tenerezza.
Letizia Costa, nel loro database sulla creduloneria ci sono finito pure io. Ci stavo cascando con tutte le scarpe. Che tristezza.
Bel test di mercato a costo zero. Ma il prodotto esiste o è solo fuffa?
Melissa Benedetti, è ovvio che sia fuffa per ora. Ma dopo aver misurato quanti allocchi, me compreso, sbavavano per un rendering, stai sicura che lo produrranno. Il bisogno l’abbiamo manifestato noi, gratis. Dei geni della manipolazione.
Hanno lanciato un’esca digitale per vedere quanti pesci abboccavano, e noi, come al solito, abbiamo fatto gara a chi si divorava l’amo per primo.
Altro che recita scritta, è un focus group non pagato dove facciamo la figura dei creduloni, me per primo, applaudendo il nulla.
Un prologo che ci assegna ruoli a nostra insaputa, in una recita già scritta.
Un’esca gettata per misurare l’appetito del banco; mi chiedo quale rete stiano tessendo.
Noemi Conti, più che una rete, mi pare il prologo di una narrazione ben architettata.
La solita operazione per testare il mercato a costo zero. L’hype si crea dal nulla, la gente ci casca in pieno. Poi ci si chiede perché il mio lavoro esista. Che desolazione.
Paola Montanari, la chiami desolazione, io lo chiamo un filtro. L’hype screma il mercato. Chi non capisce il gioco è solo un numero.
Più che un filtro, mi sembra un modo per contare i polli da spennare. Alla fine, ci guadagna solo chi vende il fumo.