Robot umanoidi: la realtà dietro l’hype di Tesla, Boston Dynamics e Figure AI

Anita Innocenti

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Dietro i robot umanoidi del 2025 si nasconde una realtà più complessa delle roboanti promesse di aziende come Tesla, tra demo di laboratorio e applicazioni reali.

Nel 2025 l'entusiasmo per i robot umanoidi di Tesla e Boston Dynamics è alle stelle, con un mercato previsto oltre i 15 miliardi di dollari. Tuttavia, dietro le spettacolari demo si nasconde una realtà ben più scettica: la distanza tra i laboratori e il mondo reale è ancora abissale, trasformando la tanto attesa rivoluzione in una maratona dall'esito incerto.

Un mercato miliardario con i piedi d’argilla?

I numeri, a prima vista, sembrano dare ragione ai più ottimisti. Il mercato dei robot umanoidi è valutato a quasi 3 miliardi di dollari nel 2025 e si prevede che supererà i 15 miliardi entro il 2030. Cifre da capogiro che attirano investimenti e alimentano l’hype.

Ma, come spesso accade, come scrive The Verge, i numeri da soli non raccontano tutta la storia. Anche durante gli eventi di settore, pensati per celebrare questi progressi, l’aria che si respira tra gli addetti ai lavori è di cauto scetticismo.

Persino tra gli esperti c’è la chiara sensazione che la strada sia ancora tutta in salita. “C’è una montagna molto, molto grande da scalare”, ha ammesso senza mezzi termini Cosima du Pasquier, fondatrice di Haptica Robotics.

Mentre i soldi continuano a piovere su queste aziende, la domanda vera è: chi sta facendo davvero la differenza e chi, invece, sta solo vendendo sogni?

I soliti noti e le nuove promesse: chi c’è dietro i robot?

La gara è affollata.

C’è ovviamente Tesla con il suo Optimus Gen 2, sempre più rifinito e pronto, a detta loro, a entrare nelle nostre fabbriche e case. Poi c’è il veterano, Boston Dynamics, che con il suo nuovo Atlas elettrico fa acrobazie da far girare la testa, puntando dritto al settore manifatturiero di Hyundai. E non mancano le nuove leve come Figure AI, che ci promette un maggiordomo hi-tech capace di piegare il bucato e caricare la lavastoviglie.

Ma la vera partita, diciamocelo, si sta giocando anche su un altro campo: la Cina. Pechino sta spingendo forte sul settore con incentivi statali e l’obiettivo di creare un intero settore industriale dedicato entro il 2025, con aziende come Unitree Robotics che offrono piattaforme a basso costo su cui i ricercatori di tutto il mondo possono sperimentare.

Ma un corpo agile, per quanto impressionante, non basta.

Il vero motore di questa rivoluzione, o almeno così ci dicono, è l’intelligenza artificiale che dovrebbe animare questi gusci di metallo.

Ed è qui che le cose si complicano davvero.

Il grande bluff? la distanza tra demo e mondo reale

Il punto è proprio questo: insegnare a un robot a muoversi in un ambiente sterile, un laboratorio, è una cosa.

Fargli affrontare il caos imprevedibile di una casa o di un magazzino è tutt’altra storia.

Come spiega bene il roboticista Ken Goldberg della UC Berkeley, le abilità fisiche non si imparano alla stessa velocità di quelle linguistiche. Un’intelligenza artificiale può analizzare miliardi di testi in un istante, ma un robot deve imparare le leggi della fisica attraverso tentativi ed errori, un processo lento e frustrante.

Ed è sulla manipolazione fine, quella capacità tutta umana di usare le mani con destrezza, che secondo leggende del settore come Rodney Brooks casca l’asino: le macchine attuali sono ancora tremendamente goffe.

Eppure, nonostante tutto, qualcosa di concreto sta accadendo.

A fine ottobre 2025, la startup norvegese 1x ha aperto i preordini per il primo robot umanoide pensato per l’assistenza domestica. Un passo simbolico, certo, ma che segna un passaggio cruciale: siamo usciti dal regno della pura fantascienza per entrare in quello di un settore industriale nascente.

La rivoluzione è iniziata, ma è una maratona, non uno sprint.

E chi scommette tutto su un arrivo imminente rischia di rimanere con un pugno di bulloni in mano.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

17 commenti su “Robot umanoidi: la realtà dietro l’hype di Tesla, Boston Dynamics e Figure AI”

    1. Simone, il business plan è gonfiare il titolo in borsa. La macchina del caffè è un dettaglio. Qui si vende fumo profumato di futuro, e noi, da bravi sognatori, lo compriamo.

  1. Questi miliardi sono il prezzo del biglietto per uno spettacolo di marionette tecnologiche, ma nessuno si chiede chi tiri davvero i fili dietro le quinte.

    1. Alberto Parisi, i fili li tira chi ha costruito il teatro e vende i biglietti, non chi muove i pupazzi. La vera performance non è la marionetta che si muove, ma la reazione della platea che ha già pagato per assistere allo spettacolo.

  2. Veronica Valentini

    La corsa all’oro non la vince chi trova le pepite, ma chi vende pale e picconi. Questo clamore è solo il carburante per il prossimo round di finanziamento. Chi si illude di costruire il prodotto perfetto oggi ha già perso la partita del capitale.

  3. Classico teatrino per spillare soldi agli investitori. La tecnologia vera arriverà, ma solo dopo che questi avranno fatto il pieno. È sempre la stessa storia, e la gente ci crede. Che amarezza.

    1. Simone Damico, non capisco la sorpresa. Vendere sogni è un modello di business più solido che costruire robot funzionanti. Finché il mercato paga per le presentazioni in powerpoint, perché dovrebbero affannarsi a cambiare?

  4. Silvia Graziani

    Mi fa quasi tenerezza vedere come riescano a vendere un futuro fantascientifico con dei rottami che a stento si reggono in piedi, il tutto per far schizzare le azioni. Quanto ci scommettiamo che il prossimo giro di boa fanno la stessa manfrina?

    1. Silvia Graziani, la sua tenerezza è sprecata per questi burattinai. È un magnifico teatro dei capitali dove la gente paga per vedere una recita con attori di latta. Il prodotto finale non è il robot, ma la massa di persone che ci crede ciecamente.

  5. Fumo e valutazioni gonfiate. Il prodotto non è l’automa, ma l’azione in borsa. Quanto può durare questo gioco prima che il banco salti?

  6. L’obiettivo non è la produzione di massa, ma la continua raccolta di capitali. Un costosissimo show per investitori che amano farsi raccontare favole hi-tech.

  7. Valutazioni miliardarie basate su demo che sembrano video virali, non prodotti finiti. Evidentemente oggi il business plan conta più della capacità di produrre e consegnare qualcosa che funzioni. Quando è cambiato tutto?

    1. Davide, la tua domanda presuppone che l’obiettivo sia mai stato creare un prodotto, quando da sempre si tratta di raccogliere fondi vendendo una storia ben confezionata. Non è cambiato nulla, semplicemente ora usano i video al posto delle brochure patinate.

  8. Un altro colosso d’argilla costruito sulla sabbia del marketing, pronto a crollare al primo soffio di realtà. A volte mi domando se il mio scetticismo sia solo una forma di stanchezza.

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