L’uso di ChatGPT spegne il cervello: uno studio del MIT lancia l’allarme

Anita Innocenti

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Uno studio del MIT rivela che l’uso eccessivo di ChatGPT può ridurre l’attività cerebrale, compromettendo memoria, attenzione e capacità decisionali.

Una ricerca del MIT lancia un serio allarme: affidarsi a ChatGPT per scrivere indebolisce l'attività del cervello, atrofizzando memoria e pensiero critico. Questo 'debito cognitivo' ci rende più efficienti solo in apparenza, minando alla base la nostra capacità di pensare in autonomia. Un progresso che rischia di costarci caro, trasformando la comodità in un'involuzione intellettuale.

L’uso di ChatGPT spegne il cervello? Uno studio del MIT lancia l’allarme

Ci avevano promesso che l’intelligenza artificiale ci avrebbe reso più efficienti, più rapidi, quasi dei superuomini del pensiero.

E se invece, delegando la scrittura a strumenti come ChatGPT, stessimo lentamente mettendo in stand-by il nostro cervello?

Non è una provocazione, ma il risultato di una ricerca del MIT che sta facendo parecchio rumore. I ricercatori del Media Lab hanno messo sotto osservazione 54 persone per quattro mesi, monitorando la loro attività cerebrale mentre scrivevano dei saggi. Divisi in tre gruppi – uno che usava solo ChatGPT, uno con Google e uno che poteva contare solo sulla propria testa – i risultati sono stati, per dirla tutta, abbastanza netti.

Utilizzando l’elettroencefalogramma per mappare le connessioni neurali, è emerso un quadro chiarissimo: il gruppo che si affidava a ChatGPT mostrava l’attività cerebrale più debole in assoluto, specialmente nelle aree legate a memoria, attenzione e processo decisionale. In pratica, il cervello si metteva comodo e lasciava fare quasi tutto alla macchina.

Al contrario, chi scriveva senza aiuti esterni mostrava un cervello in pieno fermento, con una forte attività nelle zone della creatività e della comprensione semantica, come riportato su TIME.

E se pensi che questo sia già abbastanza preoccupante, aspetta di sentire cosa succede alla memoria.

Il conto da pagare si chiama “debito cognitivo”

Qui la faccenda si fa ancora più seria. Quando è stato chiesto ai partecipanti di citare a memoria anche una sola frase dei saggi che avevano appena prodotto, l’83% di chi aveva usato ChatGPT non è stato in grado di ricordarne nemmeno una.

Praticamente, non sapevano cosa avevano “scritto”.

Un dato che fa riflettere, soprattutto se paragonato all’11% registrato negli altri due gruppi. Ma il vero colpo di scena è arrivato quando i ricercatori hanno invertito le parti. Le persone abituate a usare ChatGPT, una volta private dello strumento, si sono trovate in enorme difficoltà.

La loro attività cerebrale è rimasta debole, segno che non avevano sviluppato quel “muscolo” cognitivo che i loro colleghi avevano allenato. È come andare in palestra e lasciare che sia una macchina a sollevare i pesi al posto tuo: l’esercizio sembra fatto, ma la forza non aumenta.

I ricercatori hanno battezzato questo fenomeno “accumulo di debito cognitivo”: una scorciatoia che sembra efficiente sul momento, ma che a lungo termine lascia un vuoto nell’apprendimento e nella capacità di pensare in autonomia.

Al contrario, chi aveva prima allenato il proprio pensiero e poi ha integrato l’IA, ha mostrato un picco di attività cerebrale, usando lo strumento per potenziare le proprie idee, non per sostituirle.

Questo solleva un dubbio enorme:

Stiamo davvero diventando più efficienti o stiamo solo imparando a delegare il nostro pensiero?

Siamo sicuri che sia un progresso?

Le implicazioni di questa ricerca, diciamocelo, sono pesanti e vanno a toccare da vicino sia il mondo dell’educazione che quello professionale. Le grandi aziende tech ci vendono questi strumenti come la panacea per la produttività, un modo per liberare risorse mentali e concentrarsi su compiti più importanti.

Ma quale sarebbe il costo nascosto di questa comodità?

Un affidamento prolungato a questi sistemi potrebbe atrofizzare proprio quelle capacità – pensiero critico, brainstorming, problem-solving – che sono fondamentali per essere autonomi e creativi sul lavoro.

La ricerca del MIT non dice che l’IA sia il male assoluto, sia chiaro. Sottolinea però un compromesso critico che spesso viene ignorato nel marketing scintillante di queste tecnologie. La convenienza a breve termine rischia di minare lo sviluppo cognitivo a lungo termine.

La vera domanda, alla fine, è questa:

Siamo davvero disposti a pagare il prezzo di questa efficienza con la nostra capacità di pensare in modo autonomo e profondo?

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

15 commenti su “L’uso di ChatGPT spegne il cervello: uno studio del MIT lancia l’allarme”

  1. Emanuele Barbieri

    Delegano il pensiero a una macchina lamentandosi del vuoto che ne consegue; un paradosso deliziosamente patetico per chi vende soluzioni proprio a quel vuoto.

  2. Lamentarsi che un attrezzo spenga un cervello già poco attivo mi pare una diagnosi errata; l’inettitudine precede sempre la sua automazione.

    1. @Elena Bianchi L’inettitudine ora scala. Bene così. Più spazio per chi sa usare la testa e gli strumenti. Il resto è rumore di fondo.

    1. Luciano D’Angelo

      @Melissa Romano, questo strumento non fa che dare un alibi alla mediocrità dilagante. Prima era un’attitudine, ora è un processo quasi industriale. Che amarezza.

    2. Paola Montanari

      @Melissa Romano Il punto è che ora la mediocrità è prodotta in serie. La mia paranoia non è che un bot mi sostituisca, ma che i clienti non notino più la differenza. Quello sì che sarebbe un bel problema per tutti.

      1. @Paola Montanari Ma siamo serie, la maggior parte dei clienti non ha mai saputo distinguere la qualità dal ciarpame. Adesso il ciarpame costa meno e lo chiamano progresso. È la solita desolazione, in scala industriale.

  3. Luciano D’Angelo

    Lo studio conferma un presentimento. Molti colleghi celebrano questa tecnologia senza alcuna cautela. Ora i dati parlano chiaro: stiamo pagando la pigrizia intellettuale con il nostro stesso intelletto. Una deriva del tutto prevedibile.

    1. Sebastiano Caputo

      Luciano, la chiamano efficienza, io la chiamo lobotomia volontaria. Ci svuotano la testa per venderci la loro. E tutti applaudono al grande spettacolo.

    2. Sabrina Coppola

      Luciano, spegnere il cervello mi pare un lusso per pochi; la maggior parte lo teneva già in modalità aereo. Ora la loro inefficienza sembrerà una scelta tecnologica e non un difetto di fabbrica.

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