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Tra spot generati da robot, attacchi frontali tra colossi e il ritorno di vecchie conoscenze, l’intelligenza artificiale irrompe nel tempio della pubblicità, scatenando reazioni contrastanti e interrogativi sul futuro.
L'edizione 2026 del Super Bowl ha visto l'Intelligenza Artificiale protagonista assoluta della pubblicità. Dallo spot generato dall'IA di Svedka Vodka alla faida in prima serata tra Anthropic e OpenAI, i brand hanno investito milioni per mostrare il futuro della tecnologia. Una mossa che ha scatenato un acceso dibattito, dividendo il pubblico tra stupore e affaticamento da IA.
Il Super Bowl si arrende all’intelligenza artificiale: tra spot-robot e scommesse audaci
Se pensavi che il Super Bowl fosse solo touchdown e spettacolo, quest’anno ti sei dovuto ricredere. Tra una giocata e l’altra, il vero protagonista sul campo è stato uno solo: l’Intelligenza Artificiale. I brand, dalle startup tecnologiche ai giganti del beverage, hanno messo sul piatto milioni di dollari non solo per promuovere prodotti basati sull’IA, ma addirittura per creare gli spot stessi con essa.
Svedka Vodka, ad esempio, ha fatto la storia, o almeno così dicono, mandando in onda quello che definisce il primo spot del Super Bowl “principalmente” generato dall’IA. Hanno tirato fuori dalla naftalina il loro vecchio personaggio robot, la Fembot, e le hanno affiancato un nuovo compagno, Brobot, facendoli ballare sulle note di “Super Freak”. Come riportato da TechCrunch, ci sono voluti circa quattro mesi per ricostruire i personaggi e addestrare l’IA, anche se l’azienda ammette che l’idea e la trama sono rimaste saldamente in mani umane.
Ma lanciare uno spot del genere durante l’evento pubblicitario più costoso del mondo è stata una mossa geniale o un azzardo che puzza di marketing?
La questione è aperta, perché mentre Svedka giocava con i suoi robot, qualcun altro usava lo stesso palcoscenico per affilare le lame.
La faida tra titani dell’IA va in prima serata
Mentre alcuni si concentravano sull’effetto speciale, Anthropic ha deciso di usare il suo debutto al Super Bowl per sferrare un attacco frontale al rivale OpenAI. Invece di lodare le mirabolanti capacità del suo assistente Claude, lo spot mostrava un uomo che chiedeva aiuto al suo chatbot per avere gli addominali e si vedeva rifilare la pubblicità di un prodotto.
Il messaggio era chiaro e diretto, con uno slogan che non lasciava spazio a interpretazioni: “Gli annunci stanno arrivando sull’IA. Ma non su Claude.”
Una vera e propria dichiarazione di guerra trasmessa davanti a milioni di persone.
La risposta, ovviamente, non si è fatta attendere. Il CEO di OpenAI, Sam Altman, ha bollato la pubblicità come “disonesta” sui social media, lanciando una frecciatina sulla base di utenti, a suo dire, molto più piccola di Anthropic.
Quella che poteva sembrare una semplice mossa di marketing si è trasformata in una rissa pubblica tra due colossi che si contendono il futuro della tecnologia. Questa zuffa digitale, però, ci dice molto di più sulla vera posta in gioco: la fiducia degli utenti in un momento in cui tutti cercano di accaparrarsi un pezzo di futuro.
E stai pur certo che non sono gli unici a volerlo.
E mentre i due litigano, i giganti della tecnologia non stanno a guardare
Mentre Anthropic e OpenAI se le davano di santa ragione, gli altri colossi della tecnologia non sono di certo rimasti con le mani in mano. Meta ha puntato tutto sui suoi occhiali IA marchiati Oakley, mostrandoceli in azione durante imprese estreme con tanto di influencer e registi famosi.
Amazon, dal canto suo, ha fatto tornare in campo Alexa dopo anni di assenza, con uno spot ironico in cui Chris Hemsworth è perseguitato dalla sua stessa assistente vocale. Insomma, Amazon scherza sulle nostre paure più comuni riguardo l’IA per venderci la soluzione: una versione potenziata della sua IA, Alexa+, lanciata ufficialmente proprio in quei giorni.
Anche startup come Genspark hanno fatto il grande passo, comprando uno spazio pubblicitario all’ultimo minuto per mostrare come la loro piattaforma potesse liberare i lavoratori da compiti noiosi, utilizzando uno spot il cui copione è stato scritto, guarda caso, dalla loro stessa IA.
E la gente a casa?
Diciamocelo, non tutti hanno gradito. Sui social, come descritto su Sports Illustrated, molti tifosi si sono lamentati per la valanga di pubblicità a tema IA, esprimendo una certa stanchezza.
La vera domanda che resta sospesa è se questa ondata di creatività artificiale sia davvero il futuro o solo l’ultima, costosa trovata per far parlare di sé.
Staremo a vedere se, il prossimo anno, avremo ancora voglia di guardare uno spot scritto da un algoritmo.

Un bombardamento di stimoli per mostrare il progresso. L’obiettivo sembra raggiunto: i nostri schemi mentali sono stati demoliti. Ora cosa costruiamo sulle macerie?
Francesco De Angelis, hanno solo arato il campo per la nuova corsa all’oro. Ognuno pianta la sua bandiera sulle macerie, ma il terreno è instabile. Il pubblico si stanca presto dei fuochi d’artificio e cerca qualcosa che resti in piedi.
Sarà marketing, ma la nebbia è fitta. Il mio format mentale è andato in pappa.
Renata Bruno, questa confusione è solo il prezzo del biglietto per il futuro, cara. A volte penso a quando la sfida più grande era creare uno spot divertente, non addestrare un algoritmo per farlo.
Andrea Gatti, dici che è il prezzo del biglietto, ma io mi sento spinta su un treno che corre troppo. Non capisco più il paesaggio fuori dal finestrino, mi sento solo tanto spaesata.
Milioni investiti in una gara di ego tra aziende. Vorrei analizzare i dati di conversione post-spot, giusto per misurare il vuoto pneumatico generato.
Simone De Rosa, i dati non bastano più. Mi sento un dinosauro senza bussola.
Renata, la bussola non è rotta: è solo una nebbia di marketing creata ad arte.
Un sacco di fumo per dirsi quanto sono bravi. E il fatturato?
Simone Ferretti, hai centrato il punto. Un circo costoso per tech bro. Ma il ROI di ‘sta roba qual è?
Milioni spesi per dimostrare che le macchine sanno annoiare esattamente come gli umani.
Una parata di vanità tecnologica, non un test. È la solita mano di vernice dorata su motori già noti. Qualcuno ha verificato il valore per l’utente finale, oltre lo spettacolo?
Danilo Graziani, chiamiamola col suo nome: una costosissima operazione di branding. Roba per gli investitori, non per chi compra. L’utente finale non è contemplato nell’equazione. Ma il fatturato post-spot è aumentato, o è soltanto fumo?
Chiamarlo test di sopportazione mi sembra generoso; è più un costoso teatrino per capire se la gente compra vodka guardando scarabocchi fatti da una macchina.
Questa faida tra miliardari annoia. Usano il Super Bowl come vetrina personale, lo spot è un dettaglio inutile. Tra poco ci venderanno l’abbonamento per saltare la pubblicità fatta dall’IA.
Riccardo, non è una vetrina: è un test per misurare la nostra soglia di sopportazione.
È la solita parata di pavoni, solo che ora le piume sono digitali.
Spendere un botto di soldi per sta roba? L’IA serve per vendere, non per show.
Gentile Beatrice, lo spettacolo è vendita. L’IA qui non offre un prodotto, ma una visione del domani. L’emozione che suscita è la vera leva per la scelta.
Renato, per carità. Questa “visione del domani” è solo fumo negli occhi per vendere di più. Il consumatore medio, secondo me, non ci casca.
Gentile Beatrice, il punto non è se il consumatore ci casca. Questa è una conversazione tra giganti, combattuta davanti a tutti. Non vendono un prodotto, ma una posizione dominante. La domanda è: a quale prezzo per il resto di noi?