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Contattaci oraLa richiesta rientra nella causa contro Suno e mira a misurare quanto mercato occupi la musica generata dall’IA
Universal e Sony hanno chiesto a un giudice federale di obbligare DistroKid a rivelare quanti brani generati dall'IA distribuisce ogni mese, per quantificare il danno nella causa contro Suno. La mossa conta perché sposta la battaglia dal copyright alla misura del mercato sottratto, ma resta un'ipotesi che serva soprattutto a negoziare un accordo.
Universal Music Group e Sony Music hanno chiesto a un giudice federale di costringere DistroKid, uno dei servizi più usati dagli artisti indipendenti per pubblicare brani sulle piattaforme di streaming, a dire quante canzoni generate dall’intelligenza artificiale passano ogni mese dal suo servizio. La richiesta è stata depositata lo scorso 14 ottobre e, come riportato da un’analisi pubblicata su Law Commentary, rientra nella causa per violazione del copyright che le due major portano avanti contro Suno, la società che genera musica con l’IA. Il punto è semplice. Le etichette non vogliono soltanto vincere una causa: vogliono misurare quanto mercato l’IA sta già occupando.
La domanda che le major vogliono porre a DistroKid
Perché proprio DistroKid? Perché un distributore digitale è il punto di passaggio obbligato tra chi produce un brano e Spotify, Apple Music e le altre piattaforme. Se c’è un posto dove si può contare quanta musica artificiale entra nel mercato, è lì. Universal e Sony sostengono che quei dati potrebbero aiutare a dimostrare il danno di mercato subito a causa di Suno.
Per capire il senso della mossa bisogna tradurre il linguaggio processuale. In una causa sul copyright non basta dire che qualcuno ha usato le tue opere senza permesso: per ottenere un risarcimento serve dimostrare un danno concreto. E il danno, in questo caso, si misura in brani. Più canzoni generate dall’IA finiscono sulle piattaforme, più spazio, ascolti e ricavi vengono sottratti alla musica prodotta dagli artisti delle etichette. È questa la logica: trasformare un flusso di file in una cifra da presentare al giudice.
Resta però una domanda. Se questa battaglia legale era partita con tre major, perché oggi a chiedere i dati sono soltanto Universal e Sony?
Da tre etichette a due: una causa che si è trasformata in trattativa
La risposta sta nella storia della causa. All’inizio Sony Music, Universal Music Group e Warner Records avevano fatto causa sia a Suno sia a Udio, un’altra piattaforma di musica generata dall’IA. Come ricostruito dalla BBC nel suo resoconto della vicenda, le etichette accusavano le due società di aver violato il copyright su una scala “quasi inimmaginabile” e chiedevano 150.000 dollari per ogni opera.
Poi il fronte si è sfaldato. Già nel novembre 2025 Warner Music Group ha raggiunto un accordo con Suno, lasciando Sony e Universal come le uniche etichette ancora in causa contro la società, come ha spiegato un approfondimento di Forbes sugli accordi di licenza. Universal, dal canto suo, ha chiuso la partita con Udio: secondo il comunicato ufficiale di Universal Music Group, le due società hanno risolto il contenzioso e collaboreranno a un nuovo servizio commerciale di creazione, ascolto e streaming musicale basato sull’IA.
Qui c’è un paradosso che vale la pena notare. Universal fa causa a un’IA musicale e, nello stesso momento, con un’altra ci costruisce un prodotto. Il messaggio che arriva dal mercato è abbastanza chiaro: l’IA non è il nemico in sé, lo è quella che non paga le licenze. E viene da chiedersi se anche la causa contro Suno non stia preparando il terreno per un accordo, con la richiesta di dati come leva per alzare il prezzo. È un’ipotesi, non un fatto. Ma chi ci guadagna, in questa partita, sono anzitutto le major, che negoziano da una posizione sempre più forte. Intanto la caccia alle prove va ben oltre DistroKid.
Dodici milioni di brani e una caccia ai dati che si allarga
Quanto è grande il fenomeno che le etichette vogliono misurare? Un numero aiuta a capirlo. Come riportato da Music Business Worldwide, che ha esaminato gli atti, tra marzo e settembre di quest’anno DistroKid ha consegnato quasi 12 milioni di brani a un singolo servizio di streaming, di cui non è stato fatto il nome. Dodici milioni in circa sette mesi, verso una sola piattaforma.
Attenzione però a non leggere quel dato per quello che non è. I 12 milioni sono il totale dei brani distribuiti, non quelli generati dall’IA. Ed è proprio questo il punto: Universal e Sony vogliono sapere quanta parte di quel flusso arriva da strumenti come Suno. Senza una scomposizione, il numero dice quanto è grande il fiume, non quanta acqua viene da una certa sorgente. Con quella scomposizione, invece, le major avrebbero una misura del danno da portare in aula.
E non si fermano ai distributori. Sempre secondo Music Business Worldwide, Universal e Sony hanno chiesto al tribunale federale di San Francisco di obbligare Bond Capital e Menlo Ventures, due fondi che hanno investito in Suno, a rispettare le citazioni in giudizio ricevute. In pratica, la ricerca di prove coinvolge anche i soggetti finanziari che hanno messo soldi nella società. È un segnale di quanto il contenzioso si stia allargando: dalla tecnologia ai canali di distribuzione, fino a chi ha finanziato l’impresa.
Nelle prossime settimane ci sono due cose da osservare. La prima: se il giudice obbligherà DistroKid a rivelare quanti brani generati dall’IA passano dal suo servizio ogni mese. La seconda: se Bond Capital e Menlo Ventures saranno costretti a rispettare le citazioni. In entrambi i casi la decisione dirà molto su quanto a fondo un tribunale è disposto a scavare nei dati di soggetti che, formalmente, nella causa non sono imputati.
Per chi fa impresa online con la musica, che si tratti di artisti indipendenti, distributori, piattaforme o servizi che usano brani, la lezione è chiara. I dati di distribuzione non restano più dietro le quinte. Possono diventare prove in tribunale. E quanto l’IA pesa su un catalogo è ormai una cifra che qualcuno vuole conoscere, e far pagare.
