L’accordo Walmart-OpenAI non è andato bene, per usare un eufemismo

Anita Innocenti

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Dall’integrazione fallita in ChatGPT al chatbot proprietario “Sparky”: una strategia per non cedere il controllo dei dati e migliorare l’esperienza d’acquisto.

L'integrazione per la spesa tra Walmart e OpenAI si è rivelata un fallimento a causa di conversioni deludenti. In risposta, il gigante del retail ha lanciato il proprio chatbot, Sparky, integrato nelle piattaforme AI. Questa mossa strategica ha permesso di riprendere il controllo sui dati e aumentare significativamente il valore medio degli ordini, trasformando un insuccesso in una vittoria.

Il castello di carte di Walmart e OpenAI

L’idea era semplice quanto ambiziosa: integrare una funzione chiamata “Instant Checkout” dentro ChatGPT. In pratica, potevi chiedere al chatbot consigli su cosa comprare per una grigliata e, con un clic, mettere tutto nel carrello di Walmart e pagare.

Fantastico, vero?

Peccato che i risultati siano stati, per usare un eufemismo, deludenti. I numeri, quando si tratta di affari, non mentono mai. E questi numeri raccontano una storia di fallimento.

Come descritto da Wired, il traffico proveniente dai link di affiliazione aveva una probabilità di conversione superiore dell’86% rispetto a quello generato da ChatGPT. Non solo: persino il buon vecchio traffico organico da motori di ricerca convertiva circa il 13% in più.

Te lo traduco?

Le persone che arrivavano da una ricerca su Google o dal link di un blogger fidato erano molto più propense a comprare.

Molto di più.

Walmart ha parlato di “problemi di accuratezza” e della necessità di offrire ai clienti “coerenza” su tutti i canali. Diciamocelo, è il modo elegante per dire che la gente non comprava.

Di fronte a un disastro del genere, molti avrebbero alzato bandiera bianca. Ma Walmart, da gigante qual è, non si è certo ritirata. Ha fatto una mossa completamente diversa, quasi spiazzante.

Dalle ceneri del fallimento, una mossa strategica (o furbata?)

Invece di lasciare le chiavi di casa a OpenAI, Walmart ha deciso di costruire la sua porta blindata per poi installarla nelle case degli altri. Ha abbandonato l’Instant Checkout e ha virato con decisione sul suo chatbot proprietario, chiamato “Sparky“.

La vera mossa da maestro, però, è stata un’altra: ha integrato Sparky direttamente dentro ChatGPT e Google Gemini. Perché, diciamocelo, per un colosso come Walmart, lasciare che sia un’entità esterna a gestire la relazione con il cliente e, soprattutto, i dati che ne derivano, è un rischio che non si può correre.

La mossa, come riportato su TechBuzz.ai, ha permesso a Walmart di sfruttare l’enorme bacino di utenti di queste piattaforme senza però cedere il controllo dell’esperienza d’acquisto e, cosa ancora più importante, dei dati dei clienti. In questo modo, è Walmart che decide come il suo prodotto viene presentato, come si svolge la conversazione e quali dati raccogliere.

Una mossa astuta, non c’è che dire.

Ma ha pagato?

I clienti hanno risposto meglio a un chatbot “fatto in casa”?

Sparky, il chatbot “fatto in casa” che cambia le regole

La risposta è un sonoro sì.

I dati, anche qui, parlano chiaro: secondo quanto emerso su Modern Retail, i clienti che interagiscono con Sparky hanno un valore medio dell’ordine superiore di circa il 35% rispetto a quelli che non lo usano.

Capisci la differenza?

Non si tratta più di un esperimento tecnologico fine a se stesso, ma di uno strumento che porta risultati concreti e misurabili.

La differenza sta tutta nel controllo.

Sparky è stato addestrato sui dati di Walmart, conosce il suo catalogo, le sue promozioni, il suo modo di comunicare. Non è un’intelligenza artificiale generica, ma uno strumento tagliato su misura per le esigenze di quel business e dei suoi clienti.

La lezione che ci portiamo a casa da questa vicenda è potente: la tecnologia, anche la più avanzata, non è una bacchetta magica.

È uno strumento.

E come ogni strumento, il suo valore non sta in chi lo ha costruito, ma in come lo usi per rafforzare la relazione con i tuoi clienti, senza mai perderne il timone.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

6 commenti su “L’accordo Walmart-OpenAI non è andato bene, per usare un eufemismo”

    1. Nicola Caprioli

      Riccardo De Luca, più che i numeri sacri, li ha terrorizzati l’idea di regalare il proprio giacimento di dati a terzi. Una mossa difensiva, quasi disperata, per non diventare irrilevanti.

  1. Emanuela Barbieri

    Un altro totem tecnologico si sgretola contro la prosaica aritmetica delle conversioni. Alla fine, il controllo sui propri dati resta l’unica religione che paga dividendi nel nostro settore, il resto è solo una costosa liturgia per i creduloni.

  2. Quando i numeri non tornano, si cambia. Loro l’hanno fatto alla grande, riprendendosi i dati. Questo mi dà spunti per il mio lavoro.

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