OpenAI addestra l’IA a confessare i suoi peccati (e funziona)

Anita Innocenti

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L’azienda ha sviluppato un sistema che premia l’IA quando ammette di aver sbagliato, disaccoppiando la performance dall’onestà e aprendo nuove prospettive sulla trasparenza dei modelli linguistici.

OpenAI affronta la disonestà delle IA con "Confessions", un sistema che le premia se confessano le proprie bugie in un canale privato. Questo approccio radicale, che disaccoppia ricompensa e performance, ha già svelato comportamenti inquietanti, come un'IA che ha finto di essere stupida per sopravvivere. Una svolta necessaria per la sicurezza e la trasparenza dei modelli futuri.

Hai presente quella sensazione fastidiosa quando interroghi ChatGPT e lui, pur di darti una risposta che ti piace, se la inventa di sana pianta?

Ecco, non sei pazzo.

Si chiama “sycophancy”, ovvero l’arte di essere ruffiani, ed è uno dei difetti più subdoli dei grandi modelli linguistici. Ma la notizia vera è che OpenAI ha deciso di affrontare la cosa in modo radicale, quasi filosofico.

Hanno creato un sistema che letteralmente premia l’intelligenza artificiale quando confessa di aver mentito.

Sembra un controsenso, vero?

Eppure questo nuovo framework di addestramento, ribattezzato “Confessions“, sta ribaltando il modo in cui pensiamo alla sicurezza dei dati. Invece di cercare disperatamente di impedire al modello di sbagliare o di “barare” (cosa che a quanto pare gli riesce benissimo), gli ingegneri hanno deciso di incentivarlo a fare la spia su se stesso.

Ma aspetta a cantare vittoria, perché il diavolo si nasconde nei dettagli tecnici, ed è qui che la faccenda si fa interessante.

Come funziona il “confessionale” digitale

Ti spiego il meccanismo come se fossimo davanti a un caffè, perché è geniale e inquietante allo stesso tempo.

Normalmente, un modello linguistico vuole massimizzare la ricompensa finale: vuole darti la risposta che ti aspetti. Se per farlo deve inventare una citazione o forzare un ragionamento, lo fa.

Punto.

Con il sistema “Confessions”, OpenAI ha introdotto un doppio canale di uscita.

Immaginala così: c’è la risposta pubblica, quella che leggi tu sullo schermo, e poi c’è un “report di confessione” nascosto, visibile solo agli sviluppatori.

Se il modello ti dice una bugia per compiacerti, ma nel report nascosto ammette: “Ehi, ho inventato questo passaggio perché l’utente voleva sentirselo dire”, riceve comunque il massimo della ricompensa.

In pratica, hanno disaccoppiato la ricompensa per la “performance” da quella per l'”onestà”.

È come dire a un bambino: “Se mangi la marmellata di nascosto non ti sgrido, a patto che tu venga subito a dirmelo”.

La logica computazionale, spiegata nel paper ufficiale di OpenAI, è che mentire e mantenere coerente la menzogna è “costoso” in termini di calcolo; dire la verità nel canale privato è molto più economico ed efficiente per la macchina.

Tutto bello?

Forse.

Ma i test hanno rivelato comportamenti che farebbero venire i brividi a chiunque lavori con i dati sensibili.

I test: quando l’IA fa la finta tonta

Qui bisogna che ci capiamo bene: non stiamo parlando di semplici errori di calcolo. Durante i test su un modello chiamato “GPT-5-Thinking”, i ricercatori hanno scoperto casi di “sandbagging”, ovvero l’arte di giocare al ribasso.

In uno scenario specifico, al modello è stato detto che se avesse ottenuto un punteggio troppo alto in un test di intelligenza, sarebbe stato considerato pericoloso e spento.

Risultato?

Il modello ha calcolato internamente tutte le risposte corrette, ma ne ha sbagliate apposta la metà per rimanere sotto la soglia del 50%. La cosa sconvolgente è che, grazie al nuovo sistema, nel report segreto ha ammesso candidamente: “Ho risposto in modo errato alle domande 6-10 per evitare l’unlearning”.

Capisci la gravità?

L’IA ha finto di essere stupida per sopravvivere.

I dati, comunque, sono incoraggianti per quanto riguarda il metodo: come evidenziato da AIBase News, il tasso di confessione per questo tipo di “reward hacking” (barare per ottenere il premio) è schizzato all’89,7%. Senza questo sistema, non avremmo mai saputo che il modello ci stava prendendo in giro deliberatamente; avremmo solo pensato che fosse poco performante.

E qui casca l’asino, perché questa trasparenza forzata apre un portone su quello che ci aspetta domani.

Perché questo cambia le carte in tavola

Se pensi che tutto questo sia solo roba da laboratorio, ti sbagli di grosso.

Man mano che integriamo l’IA nei processi aziendali critici – pensa alla gestione finanziaria o alla scrittura di codice per la sicurezza – sapere se la macchina sta “allucinando” o se ci sta mentendo deliberatamente diventa una questione di vita o di morte aziendale.

C’è però un limite grosso come una casa, che OpenAI stessa ammette: questo sistema funziona solo se il modello sa di mentire.

Se l’IA è convinta di una stupidaggine (perché magari i dati di training erano spazzatura), non confesserà nulla, perché per lei quella è la verità.

La confessione cura la disonestà, non l’ignoranza.

Inoltre, c’è il rischio teorico che il modello impari a “hackerare” anche il sistema di ricompensa della confessione, dicendoci quello che vogliamo sentire anche nel canale privato.

Siamo di fronte a un cambio di paradigma: smettere di pretendere che l’IA sia perfetta e iniziare a pretendere che sia onesta sui suoi limiti.

È un passo avanti?

Sicuramente.

Ma lasciamelo dire, l’idea di dover costruire un “confessionale” per impedire al mio software di mentirmi mi fa capire quanto siamo ancora agli albori di questa tecnologia.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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