Editori contro l’IA: bloccare i bot costa il 23% del traffico

Anita Innocenti

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Bloccare l’IA costa caro: traffico in picchiata e ricavi a rischio per gli editori che provano a difendere i propri contenuti

La guerra degli editori contro l'intelligenza artificiale si rivela un'arma a doppio taglio. Per proteggere i propri contenuti, le grandi testate bloccano i bot IA, ma la mossa si traduce in un crollo del traffico fino al 23%. Una scelta difficile tra la difesa del proprio lavoro e il rischio di diventare invisibili nell'era dell'informazione automatizzata.

La grande ritirata degli editori: un prezzo da pagare

Chiudere le porte ai crawler dell’IA non è una decisione indolore.

Tutt’altro.

Una ricerca della Rutgers Business School ha messo nero su bianco le conseguenze, e i dati sono pesanti: gli editori più grandi che hanno implementato questi blocchi hanno visto il loro traffico totale crollare del 23%.

E non si tratta solo di traffico “macchina”, perché il calo specifico dei visitatori umani si è attestato su un comunque preoccupante 14%.

Dunque, che sta succedendo?

L’emorragia è così forte che alcuni editori, dopo aver visto i risultati, hanno fatto marcia indietro, rimuovendo i blocchi.

Questo ci mette di fronte a una scelta quasi impossibile: lasciarsi “saccheggiare” i contenuti per addestrare modelli che poi risponderanno al posto tuo, oppure bloccare tutto e rischiare di sparire dai radar di una fetta sempre più grande di pubblico che usa questi nuovi strumenti.

E la domanda sorge spontanea: perché gli editori si stanno infliggendo una ferita del genere?

Il dilemma del valore: perché chiudere la porta ai giganti del tech?

La logica dietro questa decisione è semplice, quasi brutale.

Come ha spiegato Harry Clarkson-Bennett, SEO Director di The Telegraph, non c’è quasi nessuno scambio di valore. Le IA prendono i contenuti, li usano per addestrare i loro modelli e per rispondere direttamente alle domande degli utenti, ma senza restituire quel traffico di riferimento che per un editore è vitale per sopravvivere.

Diciamocelo, il punto è proprio questo: le grandi aziende tech si servono dei contenuti prodotti da altri, con fatica e investimenti, per costruire i loro imperi miliardari.

E gli editori?

Spesso restano con le briciole, se non con niente.

Il blocco, quindi, è un tentativo disperato di proteggere il proprio patrimonio intellettuale. I bot più bersagliati sono CCBot di Common Crawl (bloccato dal 75% dei siti) e quelli di Anthropic e OpenAI. Curiosamente, il bot di Google che addestra Gemini, Google-Extended, è il meno bloccato, anche se le testate USA lo fermano il doppio delle volte rispetto a quelle UK.

Forse una paura reverenziale verso Google?

Chissà.

Ma se bloccare sembra la via giusta, siamo sicuri che sia la mossa definitiva?

Non solo barricate: la contromossa è tutta umana

La verità è che un semplice blocco tramite il file robots.txt è spesso poco più di un gentile suggerimento, dato che molti bot lo ignorano bellamente.

Per fare sul serio, servono soluzioni più drastiche a livello di CDN, come quelle che sta adottando Cloudflare contro Perplexity.

Ma la vera risposta degli editori non è solo tecnica, è strategica.

Invece di licenziare giornalisti, come qualcuno avrebbe potuto prevedere, i grandi gruppi editoriali hanno reagito in modo opposto: hanno aumentato del 68,1% la produzione di contenuti multimediali e potenziato le tecnologie pubblicitarie del 50,1%.

In pratica, stanno puntando su ciò che un’IA non può replicare facilmente: video, esperienze interattive, approfondimenti unici che vanno oltre il semplice riassunto testuale.

Stanno creando contenuti che valgono il viaggio sul loro sito.

La partita è tutt’altro che chiusa.

Da una parte la difesa del proprio lavoro, dall’altra il rischio di diventare invisibili in un mondo dove le risposte le darà sempre più spesso un’intelligenza artificiale.

Staremo a vedere chi avrà fatto la scommessa giusta, mentre alcuni, come Fox News e The Independent, osservano dalla finestra senza bloccare nessuno.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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