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Ma Google Discover si sta rivelando una scialuppa di salvataggio tutt’altro che affidabile, mentre i referral da social e nuove piattaforme AI non compensano le perdite.
L'introduzione degli AI Overviews da parte di Google sta prosciugando il traffico verso i siti degli editori. Fornendo risposte dirette, la Big Tech sottrae valore ai creatori di contenuti, causando un crollo dei click. Mentre alternative come Google Discover si rivelano inaffidabili, il settore media affronta una crisi di sostenibilità senza precedenti, mettendo a rischio il futuro dell'informazione online.
L’intelligenza artificiale di Google sta prosciugando il traffico degli editori
Il traffico proveniente da Google verso i siti degli editori è crollato a minimi storici, con una diminuzione di un terzo a livello globale nell’ultimo anno.
E non stiamo parlando di piccole fluttuazioni: alcuni editori hanno visto sparire fino al 90% del loro traffico organico.
Come riportato nel dettaglio dal rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism, il colpevole principale ha un nome e un cognome: AI Overviews.
Si tratta di quei riassunti generati dall’intelligenza artificiale che Google piazza in cima ai risultati di ricerca, fornendo la risposta pronta all’utente senza che questo debba più cliccare su alcun link.
La conseguenza diretta?
Un crollo verticale dei tassi di click-through (CTR), che sono diminuiti del 47,5% su desktop e del 37,7% su mobile.
Pensa che per le query in cui compare un AI Overview, il CTR organico è passato da un già risicato 1,76% a un misero 0,61%.
E se pensi che la cosa riguardi solo chi produce articoli informativi, ti sbagli di grosso. Inizialmente le AI Overviews si concentravano su domande generiche, ma ora stanno aggredendo anche le ricerche commerciali, andando a colpire direttamente chi vende prodotti e servizi online.
La domanda che sorge spontanea è: se la ricerca tradizionale sta morendo, cosa resta?
Google Discover: una scialuppa di salvataggio che affonda?
Con il crollo della ricerca web tradizionale, che in due anni è passata dal rappresentare il 51% a solo il 27% del traffico Google per i siti di notizie, molti editori si sono aggrappati a Google Discover come ultima speranza.
Discover, il feed di notizie che trovi sull’app Google e su Android, è arrivato a pesare per il 67,5% del traffico proveniente da Mountain View. Dati che trovano conferma su testate come Press Gazette, che evidenziano una dipendenza sempre più marcata da questa fonte.
Peccato che questa presunta ancora di salvezza si stia rivelando traditrice.
L’algoritmo di Discover è notoriamente incostante e imprevedibile, rendendo impossibile costruire una strategia di traffico sostenibile. E come se non bastasse, anche i referral da Discover sono in calo del 21% su base annua.
Il quadro si fa ancora più scuro se si guarda oltre Google: anche le piattaforme social, un tempo complementari alla ricerca, hanno chiuso i rubinetti. I referral da X (ex Twitter) sono crollati e Facebook ha da tempo deluso le aspettative.
E le nuove piattaforme di intelligenza artificiale come ChatGPT?
Possono essere la soluzione?
Diciamocelo, i numeri parlano chiaro.
Tra sfiducia e strategie incerte, chi paga il conto?
Nonostante la crescita impressionante, le nuove interfacce AI sono una goccia nell’oceano. ChatGPT, il più grande referrer tra questi nuovi strumenti, rappresenta appena lo 0,02% del traffico totale verso gli editori, come descritto da AdExchanger.
Un dato che non compensa minimamente le perdite subite. Questa situazione ha generato una crisi di fiducia senza precedenti nel settore: solo il 38% dei leader dei media si dichiara ancora fiducioso nel futuro del giornalismo.
Google, dal canto suo, minimizza, sostenendo che i cali di traffico siano dovuti anche ad altri fattori. Eppure, le associazioni di categoria la vedono diversamente, parlando di una vera e propria appropriazione sistematica del lavoro altrui, dove il valore viene generato da chi crea i contenuti ma incassato interamente da Google.
Il risultato non è solo una crisi economica per gli editori, ma un degrado strutturale del web, con contenuti sempre più datati e link rotti che nessuno ha più le risorse per mantenere.
Le strategie di adattamento, come puntare su YouTube o sperare in accordi di licenza con le piattaforme AI, al momento sanno più di scommessa che di certezza. La sostanza non cambia: il valore generato dai contenuti degli editori viene assorbito e riconfezionato dalle piattaforme AI, lasciando ai creatori solo le briciole.
A questo punto, la domanda non è più se il sistema si romperà , ma quando.
