Monopolio pubblicitario: Google affronta una nuova causa da The Atlantic, Penske e Vox Media

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Tre colossi dell’editoria americana accusano Google di monopolio pubblicitario, forti di una recente vittoria del Dipartimento di Giustizia americano, aprendo un nuovo capitolo nella battaglia legale.

Tre giganti dell'editoria americana, tra cui The Atlantic e Vox Media, hanno citato in giudizio Google per monopolio nel settore della pubblicità digitale. Forti di una precedente vittoria del Dipartimento di Giustizia, gli editori non chiedono solo un risarcimento, ma lo smantellamento del sistema che secondo loro danneggia l'intero mercato, puntando a ripristinare una concorrenza leale.

Google di nuovo sotto accusa: tre colossi dell’editoria lanciano la sfida sul monopolio pubblicitario

Sembra che per Google i guai legali siano tutt’altro che finiti. A pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, tre giganti dell’editoria americana – The Atlantic, Penske Media (l’editore di testate come Rolling Stone e Variety) e Vox Media – hanno deciso di portare il colosso di Mountain View in tribunale.

L’accusa è sempre la stessa, pesante come un macigno: aver creato un monopolio illegale nel mercato della pubblicità digitale.

Ma questa volta c’è una differenza sostanziale: non partono da zero, ma si muovono sulla scia di una vittoria schiacciante ottenuta nientemeno che dal Dipartimento di Giustizia americano.

E se ti stai chiedendo come mai tre editori così importanti abbiano deciso di agire quasi in contemporanea, la risposta è semplice: sono tutti rappresentati dallo stesso studio legale.

Un’azione coordinata che ha tutta l’aria di un attacco frontale, studiato per colpire dove fa più male.

Il meccanismo al centro dello scontro: come Google controlla il mercato

Ma entriamo nel dettaglio, perché è qui che si capisce la portata del problema. Il cuore dell’accusa ruota attorno a come Google gestisce la sua tecnologia pubblicitaria. In pratica, gli editori sostengono che Google li costringa a usare due suoi strumenti in modo vincolato: il suo server pubblicitario (DoubleClick for Publishers) e la sua piattaforma di scambio (AdX).

Devi usare il primo per gestire i tuoi spazi pubblicitari? Allora sei obbligato a usare anche il secondo per venderli.

Una mossa che, di fatto, taglia fuori la concorrenza e permette a Google di dettare le regole di un mercato che, secondo le stime, vale 200 miliardi di dollari all’anno.

Le cifre, del resto, parlano chiaro. Secondo la denuncia di Vox Media Google controlla oltre il 90% del mercato dei server pubblicitari e tra il 60% e il 70% di quello degli scambi pubblicitari.

Un dominio quasi assoluto.

Ma l’accusa più grave, mossa da Penske Media, è che Google non si limiti a controllare il gioco, ma bari anche sulle offerte. Nonostante le promesse di aste eque, sembra che Google abbia sistematicamente “limato” le offerte più alte degli inserzionisti.

In parole povere, anche se un’azienda era disposta a pagare di più per uno spazio, Google riduceva l’offerta per tenersi la differenza, ovviamente a discapito dei guadagni dell’editore.

E se ti stai chiedendo su quali basi poggino accuse così pesanti, la risposta è arrivata direttamente da un tribunale federale, e non molto tempo fa.

Una vittoria del Dipartimento di Giustizia che spiana la strada

Queste nuove cause legali non nascono dal nulla. Anzi, poggiano su fondamenta legali diventate solidissime nell’aprile del 2025, quando la giudice federale Leonie M. Brinkema ha emesso una sentenza storica.

Come riportato da MediaPost, la giudice ha stabilito che Google si è “impegnata volontariamente in una serie di atti anticoncorrenziali per acquisire e mantenere un potere di monopolio” proprio nei mercati dei server e degli scambi pubblicitari.

In pratica, un tribunale ha già confermato che il sistema “vincolato” di Google è illegale.

E non si tratta di un caso isolato.

Questa sentenza rappresenta la seconda grande sconfitta per Google in pochi mesi sul fronte antitrust. Già nell’agosto del 2024, un altro giudice, Amit Mehta, aveva usato parole inequivocabili dichiarando che “Google è un monopolista, e ha agito come tale per mantenere il suo monopolio” nel mercato della ricerca.

Insomma, il quadro che emerge è quello di un’azienda che, secondo i tribunali americani, ha abusato della sua posizione dominante in più settori.

Con queste sentenze a fare da apripista, le richieste degli editori ora non si limitano a un semplice risarcimento.

La posta in gioco è molto più alta.

Cosa chiedono gli editori e perché la faccenda ti riguarda

Arriviamo al dunque.

Gli editori non vogliono solo i soldi per i danni subiti. Chiedono anche “rimedi strutturali”, un’espressione che nel gergo legale può significare una cosa sola: smantellare pezzi dell’impero di Google per ripristinare una concorrenza sana.

L’obiettivo è rompere quel legame forzato tra i suoi strumenti pubblicitari e creare un mercato dove tutti possano competere ad armi pari. Secondo gli editori, se questo accadesse, i benefici sarebbero per tutti: gli inserzionisti avrebbero accesso a spazi di maggiore qualità, gli utenti riceverebbero pubblicità più pertinenti e gli editori, con maggiori entrate, potrebbero produrre contenuti migliori.

Dal canto suo, Google risponde con la classica dichiarazione di facciata, sostenendo che editori e inserzionisti scelgono i suoi strumenti perché sono “efficaci e convenienti”. Una difesa che suona un po’ debole, specialmente alla luce delle recenti sentenze. Nel frattempo, un giudice ha già iniziato a consolidare queste cause con altre simili, un segnale che il sistema giudiziario sta trattando la questione come un unico, grande problema sistemico.

La battaglia è appena iniziata e il suo esito potrebbe ridefinire le regole di tutto il mondo digitale.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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