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Dopo una crescita inarrestabile nel 2025, l’adozione frena bruscamente, rivelando un divario tra settori e la difficoltà di tradurre l’IA in utilità pratica per molti lavoratori.
Contrariamente all'entusiasmo generale, l'adozione dell'IA nelle aziende segna il passo. Un'analisi di Gallup evidenzia una crescita minima, relegando la tecnologia a una nicchia di professionisti del settore tech. Il vero ostacolo non è la diffidenza, ma la mancanza di applicazioni pratiche percepite dai lavoratori, trasformando l'innovazione in un problema organizzativo e un investimento dal ritorno incerto.
La grande frenata dell’IA: i numeri non mentono
Tutti a parlare di intelligenza artificiale, di rivoluzione imminente, di posti di lavoro che spariscono e di produttività alle stelle. Poi però arrivano i dati, quelli veri, e la musica cambia. La grande corsa all’adozione dell’IA nelle aziende, che sembrava inarrestabile per tutto il 2025, ha tirato bruscamente il freno a mano nell’ultimo trimestre.
A dircelo non è un opinionista qualunque, ma un’analisi di Gallup che parla chiaro: l’utilizzo dell’IA tra i lavoratori è salito di un misero punto percentuale, passando dal 45% al 46%. Stessa storia per le organizzazioni, ferme al 38%.
Un rallentamento così netto, dopo mesi di crescita costante, fa pensare.
Ma a scavare un po’ più a fondo, la situazione è ancora più interessante.
Se da un lato i nuovi “adepti” dell’IA scarseggiano, chi già la utilizzava ha iniziato a farlo con più insistenza. L’uso frequente è aumentato di tre punti percentuali e quello giornaliero di due. Il punto è che questi “super-utenti” sono una minoranza schiacciante: parliamo del 26% che la usa qualche volta a settimana e di un risicato 12% che la apre ogni giorno.
Per tutti gli altri, l’IA sembra essere rimasta una promessa non mantenuta, uno strumento di cui si parla tanto ma che, alla prova dei fatti, non ha ancora trovato un posto fisso nella routine lavorativa.
E questo ci porta dritti al cuore del problema.
L’IA è una cosa per pochi? il divario tra chi la usa e chi la ignora
La verità è che l’intelligenza artificiale, oggi, non è per tutti.
I dati mostrano un divario enorme tra settori e tipologie di lavoro. Da una parte ci sono i professionisti del tech, dove il 77% dichiara di usare l’IA, con oltre la metà che lo fa frequentemente. Subito dopo troviamo finanza e università.
Dall’altra parte, invece, c’è chi si sporca le mani o parla con i clienti tutti i giorni: nel settore retail, solo il 33% dei dipendenti usa l’IA, una cifra che è rimasta immobile nell’ultimo trimestre. Stessa musica per manifattura, sanità e pubblica amministrazione.
La spaccatura più evidente, però, è tra chi lavora da una scrivania e chi no.
Tra i lavoratori in ruoli “remotizzabili”, l’adozione dell’IA ha raggiunto il 66%, mentre per gli altri si ferma a un modesto 32%. Questo significa che l’IA, al momento, è uno strumento per chi lavora al computer, lasciando indietro un’enorme fetta del mondo del lavoro.
A guidare questa adozione sono soprattutto i dirigenti e le figure apicali, allargando sempre di più la forbice tra chi prende le decisioni e chi, quelle decisioni, dovrebbe poi metterle in pratica.
E il motivo non è una presunta avversione alla tecnologia, ma qualcosa di molto più banale e, al tempo stesso, più grave.
Il vero ostacolo: a cosa serve davvero questa IA?
Il problema, nero su bianco, è la mancanza di utilità. Sembra un paradosso, ma è proprio così. Gallup lo dice senza mezzi termini: l’ostacolo più comune all’uso dell’IA è che, semplicemente, i dipendenti non sanno cosa farsene.
Le applicazioni pratiche sono evidenti per i manager, ma per chi sta in trincea tutti i giorni, l’utilità è ancora tutta da dimostrare. Questo sposta completamente il focus: non è un problema tecnologico, ma organizzativo.
Le grandi aziende, prese dall’entusiasmo, hanno distribuito nuovi strumenti senza prima chiedersi a cosa sarebbero serviti nelle mansioni quotidiane di un magazziniere, di un commesso o di un infermiere.
E non si tratta di un’impressione isolata. Un sondaggio di Deloitte, ad esempio, rivela che oltre il 40% dei dirigenti fatica a giustificare gli investimenti in IA con un ritorno economico chiaro e misurabile.
Le sfide sono enormi: dalla scarsa qualità dei dati di addestramento, che secondo Gartner costano alle aziende quasi 13 milioni di dollari all’anno, a sistemi informatici obsoleti che non riescono a supportare le nuove tecnologie.
Aggiungici la naturale resistenza al cambiamento, alimentata dalla paura di perdere il proprio lavoro, e il quadro è completo.
Si continua a investire in formazione, ma senza un supporto manageriale efficace e senza aver prima identificato applicazioni concrete, l’adozione dell’IA resterà un affare per pochi eletti.
La tecnologia c’è, ma è la sua applicazione pratica a mancare completamente all’appello.

Si vendono visioni futuristiche ai consigli di amministrazione, mentre chi lavora ogni giorno chiede solo strumenti funzionanti; il ritorno sull’investimento è evidentemente un dettaglio trascurabile per chi non deve produrlo.
I generali disegnano mappe stellari con questa nuova bussola magica, mentre la fanteria si perde ancora nelle solite paludi di sempre. Che cambiamento epocale.
Davide Russo, i generali vendono il sogno di un nuovo mondo, ma la fanteria vive la realtà di ogni giorno. Senza un ponte tra questi due punti, ogni mappa è solo carta straccia.
Hanno costruito una cattedrale nel deserto per celebrare il progresso, dimenticando che le persone hanno bisogno di un bicchier d’acqua, non di un’altra predica sul futuro. A cosa serve un miracolo incomprensibile?
Bel giocattolone costoso per i capi. Noi intanto lavoriamo come prima, peggio di prima.
Greta, il problema non è il giocattolo, ma l’incapacità manageriale di leggerne le istruzioni. Una storia vecchia quanto l’automazione, direi.
Frena perché spaventa chi comanda. E se poi diventiamo tutti più bravi di loro?
Ennesimo totem tecnologico eretto sull’altare del nulla pratico. Quando smetteremo di celebrare questi riti vuoti e torneremo a lavorare?
Tutti la vogliono, ma nessuno la usa. È come un abito da sposa in ufficio. I nostri dati personali, però, li raccolgono lo stesso.
Un casino di chiacchiere per una tecnologia che nessuno sa come applicare nel concreto. Alla fine il problema siamo noi, non gli strumenti che abbiamo.
Beatrice, più che non saperla applicare, mi chiedo se a molti non convenga far finta di non capirci nulla. È un alibi perfetto per lamentarsi della produttività senza dover cambiare le proprie comode, obsolete abitudini. L’ignoranza strategica è un’arte, non trovi?
Sempre a parlare di piani e piloti. Qualcuno ha chiesto ai passeggeri dove vogliono andare? O se gli serve un aereo?
Carlo, mentre noi discutiamo del pilota, i passeggeri hanno chiamato un taxi. Restiamo qui a lucidare un aereo inutile. Che acume da parte nostra.
L’ennesima bolla speculativa. Ci hanno riempito la testa con questa rivoluzione. La realtà è che hanno venduto fumo a manager sprovveduti. Ora chi paga il conto per i loro costosi giocattoli?
Carlo, non è fumo. È un aereo senza pilota. La tecnologia c’è. Manca chi sappia farla decollare dal foglio di carta.
Enrica, bell’immagine l’aereo, ma se non serve a nessuno resta a terra. Le aziende hanno problemi concreti, non metafore da risolvere.
Carlo, il problema non è la metafora, ma l’assenza di un piano di volo. L’utilità non è una proprietà dello strumento, bensì il risultato di un’integrazione nei processi che oggi manca del tutto.
Hanno comprato il futuro senza chiedersi come montarlo, lasciando le istruzioni nella scatola.