Google, OpenAI e soci stanno riscrivendo le regole del gioco senza avvisare nessuno: ciò che conta non è più “essere primi”, ma entrare nel radar iper-personalizzato delle intelligenze artificiali
📌 TAKE AWAYS
La Personal Intelligence trasforma il modo in cui le intelligenze artificiali scelgono cosa mostrare agli utenti, basandosi su dati personali e contesto.
I ranking fissi perdono valore e la visibilità diventa probabilistica e personalizzata.
Per restare rilevanti servono autorevolezza, basi tecniche solide e un brand riconoscibile, non scorciatoie.
Scommetto che, in questo momento, la tua più grande preoccupazione sia capire perché il tuo sito web non porti più i clienti di una volta. Ti capisco. È frustrante.
Tu vuoi vendere, vuoi che il tuo brand sia la risposta quando qualcuno cerca il tuo prodotto. E fino a ieri, le regole del gioco erano chiare: metti le parole chiave giuste, ottieni link, sali su Google, vendi.
Bene, siediti e prendi un caffè forte, perché devo darti una notizia che potrebbe farti andare di traverso il cornetto: quel gioco è finito.
O meglio, le regole sono state riscritte nottetempo da Google, OpenAI e una simpatica cricca di ingegneri della Silicon Valley, e nessuno si è preoccupato di mandarti il nuovo manuale di istruzioni.
Stiamo entrando nell’era della “Personal Intelligence” e degli assistenti IA “ambientali”.
Si tratta di intelligenze artificiali che non si limitano a rispondere alle tue domande, ma capiscono chi sei, cosa fai, cosa ti interessa e in che contesto ti trovi.
E questo cambia tutto per il tuo business.
Perché se il tuo marketing si basa ancora sul rincorrere una posizione statica in una lista di dieci link blu, rischi di diventare invisibile proprio mentre il traffico organico si trasforma in qualcosa di molto più complesso.
Oggi ti mostrerò, dati alla mano (e fidati, ne ho parecchi), perché i tuoi vecchi metodi di tracciamento sono diventati inutili come un videoregistratore all’epoca dello streaming, e cosa devi fare domani mattina per assicurarti che il tuo brand resti una risposta rilevante, e soprattutto, una fonte di guadagno.
Benvenuto nell’era dell’Intelligenza Personale (e addio alla privacy come la conoscevi)
Partiamo da un fatto concreto. Il 14 gennaio 2025, Google ha rilasciato una funzionalità chiamata “Personal Intelligence” per gli utenti paganti di Gemini. Poco dopo, questa tecnologia è scivolata silenziosamente dentro AI Mode di Google.
Di cosa si tratta? Glenn Gabe, uno degli analisti più lucidi del settore, ha avuto accesso anticipato a questo sistema e i suoi test sono rivelatori.
Immagina un assistente che non si limita a cercare su internet, ma “cerca dentro la tua vita”. Gemini ora può attingere a Gmail, Google Foto, YouTube e alla tua cronologia di ricerca per costruire risposte su misura per te.

Ti faccio degli esempi pratici testati da Gabe, così capisci l’impatto commerciale.
Glenn ha chiesto a Gemini: Ricordami cosa ho comprato l’ultima volta che sono stato alla Penn State University.
Gemini ha scavato nelle sue email, ha trovato la ricevuta digitale e gli ha dato la risposta.
Poi ha chiesto: Dove ero seduto l’ultima volta che sono andato allo Yankee Stadium?
Beh, l’IA ha scansionato le sue Google Foto, ha riconosciuto lo stadio, ha trovato i metadati della posizione e gli ha mostrato la foto esatta con il numero del posto!
Ora, proiettiamo questo sul tuo business.
Glenn ha chiesto: Consigliami un vino basato sui miei interessi.
Gemini non gli ha mica dato la lista dei “migliori vini 2025” presa da un blog a caso. Eh no, ha analizzato le sue ricerche passate, le foto delle bottiglie che aveva fotografato a cena, i video di sommelier che aveva guardato su YouTube, e gli ha proposto un vino esattamente in linea con i suoi gusti.
Capisci la differenza?
Se tu vendi vini cileni, ma l’Intelligenza Personale sa che a Glenn piacciono solo i rossi toscani perché li ha bevuti per tre anni di fila (e Google lo sa), il tuo brand scompare.
E sai qual è l’obiettivo finale di Google, OpenAI (e compagnia bella)?
Creare un assistente attivo h24, sette giorni su sette, che possiamo definire “ambientale”, perché conosce la tua salute, i tuoi gusti, i tuoi spostamenti, come ha raccontato Robby Stein, vice presidente di “Product at Google Search”, alla CNN.
Così, se il tuo brand non riesce a entrare in questa cerchia di fiducia iper-personalizzata, sei fuori dai giochi, adios.
La lotteria della visibilità: perché i tuoi report mentono
Qui arriviamo al punto dolente.
Se sei ancora ossessionato di sapere “in che posizione sei su Google“, probabilmente sei un tipo molto nostalgico…
Eh sì, perché con l’avvento della AI Search, quei risultati valgono poco.
E non lo dico io per fare polemica, lo dicono i numeri impietosi di parecchi report.
Un esempio per tutti?
Il tema dello studio è semplice: la coerenza. O meglio, la sua totale assenza.
Fishkin e il suo team hanno preso 600 volontari e hanno chiesto loro di eseguire gli stessi 12 prompt (domande) su ChatGPT, Claude e Google AI Overview, per un totale di quasi 3.000 esecuzioni.
Ecco il risultato scioccante: se chiedi a un’IA una lista di raccomandazioni (ad esempio: Quali sono i migliori coltelli da chef sotto i 300 euro?) per 100 volte, otterrai quasi sempre una lista diversa.
Secondo i dati di Fishkin, c’è meno dell’1% di probabilità che ChatGPT o Google ti diano la stessa lista di brand in due risposte consecutive.
Ancora peggio: la probabilità che ti diano gli stessi brand nello stesso ordine è inferiore all’1 su 1.000.

Immagina di essere un paziente che cerca il miglior ospedale oncologico sulla costa occidentale degli USA. I ricercatori hanno fatto proprio questo test. ChatGPT ha menzionato l’ospedale “City of Hope” nel 97% delle risposte.
Ottimo, vero? Peccato che sia apparso come prima raccomandazione solo in 25 casi su 71. Le altre volte era secondo, quinto, decimo.

Questo ti dev’essere super chiaro: le IA non sono motori di ricerca ordinati: sono motori probabilistici. (Ne abbiamo parlato in modo approfondito nella nostra ultima intervista a Francine Monahan di iPullRank).
Sono come una slot machine che rimescola le carte ogni volta che premi il pulsantino.
Cosa comporta tutto ciò per il tuo brand?
Significa che se qualcuno arriva tutto contento e ti dice Ehi, siamo primi su ChatGPT per questa keyword!, ti sta vendendo fumo. Nessuno è “primo”.
O sei nel set di considerazione dell’IA, o non ci sei.

Fishkin, a questo proposito, suggerisce che l’unica metrica sensata sia la “percentuale di visibilità” su centinaia di tentativi.
Se il tuo brand appare nell’80% delle risposte (indipendentemente dall’ordine), allora stai lavorando bene. Ma il vecchio concetto di “ranking fisso” è morto e sepolto.
È una sfida “Spy vs Spy”, come dice Glenn Gabe.
Più Google personalizza le risposte usando i dati privati dell’utente (email, foto), più diventa impossibile per qualsiasi strumento esterno tracciare cosa sta vedendo davvero il tuo cliente.
È il far west; e tu, se non ti affidi a un consulente SEO che sappia interpretare tutto ciò, rischi di brancolare nel buio.

Non buttare tutto alle ortiche: la ricerca tradizionale è viva e lotta con noi
A questo punto potresti essere tentato di alzare le mani al cielo, mollare la SEO e buttare tutto il budget in pubblicità sui social. Fermati. Sarebbe l’errore più costoso della tua carriera.
Barry Adams e Steve Wilson-Beales, due veterani della SEO, nel loro podcast “Beers and SEO with Barry and Steve”, hanno smontato il panico da “morte della SEO”.
E hanno ragione da vendere.
Prima di tutto, guardiamo i numeri reali. Secondo un report della Reuters, la Ricerca (Google Search classico) rappresenta ancora circa il 30-35% del traffico per la maggior parte dei publisher e dei siti business.
Discover porta un altro 45%.
Le nuove AI Answer Engines?
Sono in crescita, certo, ma tagliare gli investimenti sulla SEO oggi è un suicidio commerciale.
Barry Adams lancia un avvertimento che dovresti stampare e appendere in ufficio: il calo dei click non implica che la SEO sia inutile, implica che serva più qualità per difendere la stessa posizione. (Se vuoi sapere cosa dice Barry nel dettaglio, lo abbiamo intervistato qui).
Molti imprenditori, e purtroppo anche molti editori, hanno trattato il traffico di Google come un diritto acquisito. Hanno trascurato il “debito tecnico” dei loro siti.
Steve sottolinea come molti business si concentrino sulla produzione di nuovi contenuti ignorando che il loro sito è strutturalmente un colabrodo: lento, mal organizzato, difficile da scansionare per i bot.
Immagina il tuo sito web come un negozio fisico.
Se l’insegna è rotta, la porta cigola e gli scaffali sono polverosi, non puoi lamentarti se i clienti (e Google) preferiscono andare nel centro commerciale luccicante dell’IA.
La SEO tecnica, (velocità, struttura dei dati, architettura informativa) diventa ancora più importante in un mondo IA.
Perché?
Perché i Large Language Models (LLM) devono leggere e capire il tuo sito per poterti citare nelle loro risposte.
Se il tuo sito è tecnicamente debole, l’IA non ti vedrà nemmeno.
Il ritorno al “Vero Marketing” (finalmente)
L’era dei trucchetti è finita. Non puoi più manipolare l’algoritmo con qualche parola chiave nascosta o comprando link da siti dubbi.
Con l’avvento dell’Intelligenza Personale, la battaglia si sposta sulla Brand Authority e sulla User Experience. Se Google usa la mia cronologia per suggerirmi un ristorante, suggerirà quello dove sono stato bene, quello di cui ho salvato la posizione su Maps, quello che mi ha mandato una ricevuta via email che non ho cancellato subito.
Si torna a fare marketing sul serio.
Significa costruire un brand che la gente cerca attivamente. La diversificazione e i segnali di fiducia (E-E-A-T: Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness) devono essere le tue parole d’ordine.
Devi diventare un’autorità nel tuo settore. Se vendi macchine industriali, non devi solo avere la scheda tecnica. Devi avere i video che spiegano come ripararle, i casi studio, le recensioni dei clienti reali.
Devi essere la fonte che l’IA deve citare perché non esiste un’alternativa migliore.
Attento però alla trappola delle “scorciatoie”.
Chi costruisce contenuti solo per manipolare il sistema verrà penalizzato, spesso brutalmente.
Gli ultimi Core Update di Google sono stati spietati con chi ha usato tattiche aggressive e contenuti di bassa qualità, colpendo a volte anche nomi illustri come The Guardian.
Per lavorare in tal senso e rendere il tuo business sempre più autorevole agli occhi delle IA non puoi prescindere da una strategia di visibilità a lungo termine che solo un’agenzia SEO seria e con tutti i crismi può garantirti.
Cosa devi fare domani mattina (senza impazzire)?
Quindi, come ci muoviamo in questo caos apparente?
Se l’Intelligenza Artificiale sa praticamente tutto di noi e tracciare i risultati è diventata una lotteria (come ci ha detto anche Francine Monahan qui), potresti sentirti tentato di chiudere tutto e aprire un chiosco di piadine in Nepal.
Ma aspetta prima di fare il passaporto!
La SEO può essere la tua ancora di salvezza.
Ma promettimi una cosa: levati dalla testa l’ossessione per il “Numero 1”.
In un mondo fluido e personalizzato, ragionare sulle posizioni è solo vanità.
Inizia a ragionare in termini di “Share of Voice”, ovvero la tua presenza complessiva.
La domanda giusta non è “sono primo?”, ma “quando si parla dei miei argomenti, il mio brand è nella stanza?”.
Se ci sei, se appari in quel mix di risposte, allora stai vincendo, indipendentemente dal gradino del podio su cui ti piazza l’algoritmo quel giorno.
Ma per esserci, devi offrire qualcosa che l’IA non possa semplicemente “sputare fuori” dai suoi database preesistenti. Questa è la vera sfida: devi produrre contenuti che una macchina non oserebbe mai scrivere.
Se il tuo ultimo articolo può essere riassunto perfettamente da ChatGPT in tre righe, allora, mi dispiace dirtelo, è un articolo inutile. Servono dati originali, che hai solo tu, opinioni forti e divisive, storie umane, interviste esclusive.
Roba viva, insomma.
L’IA deve essere costretta a citarti perché non esiste un’alternativa sintetica al valore che offri.
Tutto questo traffico e questa attenzione, però, non devono restare in affitto sulle piattaforme altrui. Qui entrano in gioco i tuoi “Owned Media”, e in particolare quella vecchia, cara newsletter che forse hai trascurato.
Ma attenzione: non sto parlando di quelle mail automatiche tristi che vomitano il riassunto del blog. Parlo di una newsletter con un’anima, una voce, una personalità. L’email è l’unico algoritmo che controlli tu al 100%. Costruire una relazione diretta lì significa avere un’assicurazione sulla vita che nessun aggiornamento di Gemini o capriccio di OpenAI potrà mai portarti via.
Vuoi iniziare subito a lavorare per l’autorevolezza del tuo brand nell’era dei motori di risposta IA?
Allora non perdere altro tempo, scrivi alla mia agenzia.
L’era della “Personal Intelligence”: domande frequenti
Cos’è la Personal Intelligence di Google e perché cambia il marketing digitale?
La Personal Intelligence è un sistema di intelligenza artificiale che costruisce risposte personalizzate usando i dati dell’utente, come email, cronologia di ricerca, foto e interessi. Non restituisce risultati uguali per tutti, ma suggerimenti su misura per la singola persona. Questo cambia il marketing perché non basta più essere primi su Google: il brand deve entrare nel set di fiducia dell’IA per essere considerato rilevante.
Ha ancora senso monitorare le posizioni su Google e nelle risposte delle IA?
Le posizioni fisse hanno perso gran parte del loro valore, soprattutto nelle risposte generate dalle IA, che sono probabilistiche e variabili. Le ricerche dimostrano che le liste di brand cambiano quasi a ogni richiesta. Oggi la metrica più sensata non è il ranking, ma la percentuale di visibilità nel tempo: quanto spesso un brand appare nel set di risposte dell’intelligenza artificiale.
La SEO resta una leva strategica per il business?
La SEO è diventata più esigente. La ricerca tradizionale porta ancora una quota rilevante di traffico e resta fondamentale. Ciò che cambia è l’approccio: servono basi tecniche solide, contenuti originali, autorevolezza del brand e una buona esperienza utente. Tagliare gli investimenti SEO oggi significa perdere visibilità proprio mentre la competizione aumenta.

Si decanta l’ignoto come una frontiera, ma è solo un labirinto senza uscita. La vera intelligenza è capire quando smettere di cercare il formaggio.
La qualità è il nuovo contentino concesso dall’alto. Un premio di consolazione mentre il banco si prende tutto il piatto.
Gabriele Caruso, il banco decide le regole; la qualità è solo il nuovo costo del biglietto.
Stiamo lucidando la carrozzeria di un’auto che guida qualcun altro, chissà dove.
Carlo, altro che lucidare. Stiamo pagando la benzina per farci portare a un indirizzo che nemmeno conosciamo. Bel progresso.
Benedetta, e la cosa peggiore è che ci vendono il biglietto per il burrone come se fosse un upgrade di prima classe.
Carlo, l’upgrade è il posto in prima fila per goderci il panorama del burrone.
Quindi ora la sfida non è più piacere a un algoritmo, ma a una scatola nera umorale. Serviranno budget più grandi, immagino.
La solita fuffa ribattezzata. Il punto non è inseguire un’IA imprevedibile, ma costruire un’esperienza utente talmente solida da essere la risposta a prescindere. Il resto sono chiacchiere da venditori di fumo.
Francesco, bella l’esperienza utente. Peccato che l’IA decida a chi mostrarla. Affidarsi solo alla UX è un lusso del passato. Ora si combatte per l’attenzione della macchina, non per quella dell’uomo.
Enrico, chiamala pure “battaglia per la macchina”. A me sembra solo obbedire ai capricci di un software. Contenti voi di questa evoluzione.
Addio SEO, benvenuti indovini dell’algoritmo. La fiera delle vanità digitali cambia solo il nome dello specchio. Chi garantirà che questo nuovo “share of voice” non sia solo un’altra metrica truccata?