Le IA generano meno click ma di qualità più alta: Google resta centrale, ma per entrare nel suo radar serve essere presenti anche nei luoghi dove si formano le opinioni e si costruisce fiducia
📌 TAKE AWAYS
Il report State of Search Q3 2025 di Datos mostra che Google resta centrale nella ricerca, mentre l’intelligenza artificiale cambia il modo in cui gli utenti scoprono e valutano i brand.
I click diminuiscono, ma diventano più qualificati, e l’IA agisce sempre più come mediatore di fiducia.
Provo a indovinare? Negli ultimi dodici mesi hai vissuto con una sorta di ansia sottile, alimentata da titoli catastrofici che annunciavano la morte di Google, l’apocalisse e l’ascesa di robot sapientoni pronti a soffiarci il lavoro e, soprattutto, i clienti.
Ti hanno descritto un mondo in cui nessuno avrebbe più cliccato su un link e dove il tuo sito web sarebbe diventato un reperto archeologico, una sorta di rullino Kodak nell’era di Instagram.
Bene, ho una notizia per te: respira profondamente.
Ho passato le ultime settimane a studiare i dati reali, quelli che arrivano dai click effettivi di milioni di persone, non dai sogni dei tecno-guru della Silicon Valley, e la realtà è molto meno spaventosa di quanto sembri, anche se decisamente più complessa.
Tra le tante analisi che ho letto, vorrei parlarti del report State of Search Q3 2025 di Datos, che ha monitorato i comportamenti di ricerca tra il luglio 2024 e il settembre 2025 su scala globale.
E sai cosa è venuto fuori?
Che il vecchio Google è più solido che mai.
Ma ci dice anche che il modo in cui i tuoi clienti arrivano a te sta cambiando pelle, diventando qualcosa di simile a un lungo, articolato dialogo.
Per questo oggi diventa essenziale lavorare in modo coerente e strutturato affinché un brand non sia semplicemente “uno dei risultati”, ma diventi la risposta che l’intelligenza artificiale decide di proporre quando qualcuno chiede un consiglio.
Le regole di base non sono cambiate, ma il contesto sì: il campo è più affollato, l’attenzione più contesa e la competizione si gioca sempre più sulla capacità di essere riconosciuti come fonte autorevole e rilevante.
Il trono di Mountain View non traballa (ancora)
Cominciamo dai numeri, quelli pesanti. Se pensavi che LLM come ChatGPT avessero eroso il dominio di Google, i dati clickstream di Datos ti faranno cambiare idea velocemente.
Negli Stati Uniti e in Europa, Google detiene ancora circa il 95% della quota di mercato della ricerca desktop. È più di una leadership: è un monopolio naturale che resiste a ogni scossa.
Negli USA, la ricerca tradizionale rappresenta il 10% di tutte le attività online, mentre in Europa siamo tra il 10,5% e l’11%.
Sai perché ti riguarda?
Perché l’abitudine di “googlare” è radicata nel cervello umano quasi quanto la sete.
Gli utenti effettuano tra le 90 e le 110 ricerche al mese. C’è stata una leggera flessione estiva, certo, ma è la solita storia: le persone vanno in vacanza, chiudono il portatile e cercano meno “come ottimizzare il magazzino” e più “dove mangiare il miglior fritto misto”. Ma con l’arrivo di settembre, tutto è tornato alla normalità.
Quindi, la prima certezza che devi portare a casa è che i motori di ricerca tradizionali restano la spina dorsale della scoperta online.
Tuttavia, c’è un “però” grande quanto un data center.
Anche se le persone cercano tanto quanto prima, l’esito di quella ricerca è profondamente diverso.
Ed è qui che la tua strategia deve farsi intelligente.

La trappola del click fantasma
Il dato più interessante del report riguarda le ricerche “zero-click”.
Pensa che negli Stati Uniti, quasi il 27% delle ricerche su Google finisce senza che l’utente clicchi su un sito esterno. Google dà la risposta direttamente nella pagina dei risultati (le famose AI Overviews) e l’utente, soddisfatto, se ne va.
In Europa siamo più fortunati: la percentuale di click verso siti terzi è più alta, intorno al 46-48%, probabilmente perché le risposte basate su intelligenza artificiale sono arrivate più tardi e in meno lingue rispetto all’inglese.
Ma non farti illusioni: la tendenza è tracciata.
Google vuole trattenere l’utente nel proprio ecosistema (Maps, YouTube e risposte generate dall’IA) il più a lungo possibile.
Ora, potresti pensare: “Se non cliccano sul mio sito, a cosa mi serve essere su Google?”
Qui sta l’errore che molti tuoi concorrenti commetteranno.
Ok, i click totali sono in calo, ma attenzione: la qualità di quei click è aumentata!
Google sta filtrando i perditempo. Chi arriva sul tuo sito oggi è un utente più qualificato, che ha già superato la fase delle domande banali grazie all’IA e ora cerca proprio te.

La parola di John Mueller: niente panico negli algoritmi
In questo clima di sospetto, è intervenuto John Mueller di Google.
Per chi non lo sapesse, Mueller è la voce ufficiale di Google per i proprietari di siti web. Alle domande incalzanti della nota SEO Lily Ray, su quanto l’AI Search stia stravolgendo i criteri con cui Google decide chi sta sopra e chi sta sotto, Mueller ha risposto con una flemma quasi serafica.

I sistemi di ranking, i filtri antispam e le policy contro le manipolazioni non sono cambiati radicalmente con l’introduzione dell’intelligenza artificiale. Google non ha buttato via anni di esperienza.
Certo, ci sono aggiustamenti continui perché il web è un organismo vivo, ma non c’è stato il salto nel vuoto che molti temevano. Se il tuo sito offriva valore prima, continua a farlo anche in “AI Mode”.
La battaglia contro lo spam e i contenuti spazzatura resta una priorità assoluta. Insomma, i fondamentali del business contano ancora più della tecnologia che li veicola.
La normalizzazione dell’intelligenza artificiale
Parliamo dell’elefante nella stanza: ChatGPT e soci. Il report di Datos evidenzia che dopo l’ubriacatura iniziale, siamo entrati nella fase della maturità.
Negli USA, l’uso degli strumenti di IA è triplicato in un anno, passando dallo 0,24% allo 0,72% delle attività desktop. In Europa l’adozione è stata ancora più rapida, superando l’1,3%.
Ma attenzione: non è più una curiosità da testare. È uno strumento quotidiano.
ChatGPT domina la scena con una penetrazione che supera il 40% tra gli utenti europei. Seguono Gemini di Google, (che sta crescendo grazie al fatto che è ovunque!), e poi attori più piccoli ma agguerriti come Perplexity, Claude e Copilot.
Il punto che devi capire è dove vanno questi utenti dopo aver interrogato l’IA.
Non spariscono nel nulla.
I dati mostrano che le destinazioni principali del traffico generato dall’intelligenza artificiale sono le solite: Amazon, Wikipedia, YouTube, LinkedIn e GitHub. L’IA non sta costruendo un nuovo internet, sta solo creando un nuovo modo per esplorare quello che già conosciamo.
Se il tuo brand è presente in modo autorevole su queste piattaforme, l’IA ti troverà e ti citerà.

Il nuovo ruolo dell’intelligenza artificiale: più che traffico, parliamo di influenza
Ora arriviamo al punto focale di tutta la faccenda. Mark Williams-Cook ha sollevato un velo su un aspetto spesso trascurato: puoi avere successo grazie all’IA senza ricevere un singolo click diretto da ChatGPT.
L’intelligenza artificiale sta diventando un'”influencer di massa”.
Immagina un utente che chiede a Claude: “Qual è la migliore azienda di logistica per e-commerce nel Nord Italia?”.
L’IA non gli darà solo un nome, ma analizzerà recensioni, sentiment dei social, menzioni su forum come Reddit e articoli di settore. L’utente potrebbe non cliccare sul link fornito dall’IA, ma subito dopo aprirà Google per cercare il tuo brand specifico e concludere l’acquisto.
L’IA è il consulente di fiducia che sussurra il tuo nome all’orecchio del cliente. Se la tua reputazione online è solida, se la gente parla bene di te nelle community, l’IA diventerà il tuo miglior venditore non pagato.
Ecco perché non devi guardare solo il traffico del tuo sito, ma la salute complessiva della tua immagine sul web.
Il valore della “fabbricazione umana”
Ok, ma ragioniamo ancora più concretamente.
Siamo inondati da una miriade di contenuti generati con l’IA, giusto?
Allora, ti chiedo: cosa rende unico il tuo business?
L’autorevole SEO Williams-Cook, direttore dell’agenzia Candour, divide i contenuti in due grandi categorie.
La prima è l’informazione “risolta”: dati certi, definizioni, istruzioni semplici. Questa roba è ormai proprietà delle macchine. Se il tuo blog aziendale vive solo di articoli banali che spiegano “cos’è il marketing”, mi dispiace dirtelo, ma quel traffico sparirà.
L’IA lo sa fare meglio, più velocemente e gratis.
La seconda categoria è il contenuto umano: opinioni, storie vissute, casi studio reali, punti di vista originali. È qui che devi investire. Le persone, sature di risposte sintetiche e asettiche, cercano la voce di qualcuno che ha “sporcato le mani” con i problemi reali.
Se scrivi un articolo che racconta come hai risolto un disastro logistico a un cliente il giorno prima di Natale, l’IA non potrà mai replicarlo. Quel contenuto ha un valore immenso perché costruisce fiducia, quella cosa che nessuna macchina può fabbricare in laboratorio.
Le community sono il tuo nuovo terreno di gioco
Un altro dato sorprendente del report riguarda l’ascesa delle community. Piattaforme come Reddit e Facebook sono diventate le mete preferite del traffico generato dall’IA.
Perché? Perché l’IA cerca l’autenticità.
Cerca quello che le persone dicono veramente l’una dell’altra lontano dalle luci della ribalta.
Molte aziende ora corrono a pubblicare post su Reddit sperando di truffare l’algoritmo, ma è un approccio destinato al fallimento. Gli utenti dei forum fiutano la pubblicità a chilometri di distanza.
Il segreto è esserci davvero, nutrire la propria community, rispondere ai dubbi, gestire le critiche.
Quando il tuo brand viene menzionato spontaneamente in un thread su un forum di settore, quell’informazione diventa un segnale d’oro per gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, che ti etichetteranno come fonte autorevole.
La nuova gerarchia del web
Guardando la mappa tracciata da Datos, vediamo un ecosistema in equilibrio. YouTube domina il mondo dei contenuti visuali, Pinterest cresce in modo silenzioso ma costante come generatore di ispirazione per gli acquisti, e i social “tradizionali” come Facebook mantengono la loro presa sulle conversazioni.
Il tuo brand deve sapersi muovere con fluidità tra questi spazi.
Non esiste più un unico punto di ingresso al tuo business.
Un cliente potrebbe vederti su YouTube, chiederti consiglio su un gruppo Facebook, verificare la tua affidabilità tramite ChatGPT e infine cercarti su Google per comprare. È un percorso circolare, non una linea retta.
La fine delle etichette di moda
Sicuramente avrai sentito parlare di GEO…
È l’ultima etichetta di tendenza, sta per “Generative Engine Optimization”.
In teoria, dovrebbe essere la nuova SEO per l’intelligenza artificiale, come ci ha raccontato Simon Schnieders nel corso della nostra intervista.
Mark Williams-Cook, non è dello stesso avviso, per usare un eufemismo. Non me ne vorrà Simon, ma Mark la liquida come una mezza bufala.
Secondo lui, molte delle tattiche “rivoluzionarie” proposte dai guru della GEO sono semplicemente le basi del buon senso SEO: scrivere chiaramente, strutturare i testi con titoli corretti (il famoso “chunking”), evitare muri di testo illeggibili.
Quello che stiamo vivendo non è una rottura traumatica, ma una normalizzazione. Non devi inseguire l’ultimo trucco tecnico per piacere al robot di turno (e su questo sono pienamente d’accordo).
Devi concentrarti sui fondamentali che hanno sempre funzionato, adattandoli a un ambiente dove l’informazione scorre più veloce.
Personalmente, credo sia necessario riportare il dibattito su un piano serio e concreto.
La GEO non è una tecnologia salvifica, né una scorciatoia capace di garantire visibilità automatica nei sistemi di intelligenza artificiale. I modelli linguistici sono, per loro natura, probabilistici e non deterministici: non eseguono istruzioni fisse, non premiano formule ripetibili e non possono essere “manipolati” con ricette standardizzate, come qualcuno oggi suggerisce.
Questo però non significa che il tema possa essere ignorato.
Al contrario, è evidente che la SEO debba evolvere e aggiornare le proprie pratiche per restare rilevante in un contesto in cui la scoperta passa sempre più spesso da interfacce IA. Non si tratta di inseguire l’ennesima etichetta di moda, ma di comprendere come funziona la visibilità in un ecosistema dove le risposte vengono sintetizzate, filtrate e ricostruite.
Credo che il punto sia uno solo: la SEO non deve reinventarsi, ma diventare più matura. Meno tattiche opportunistiche, meno promesse irrealistiche, più lavoro strutturale su autorevolezza, chiarezza, reputazione e posizionamento tematico.
In un ambiente probabilistico, non vince chi “ottimizza” meglio, ma chi riesce a essere riconosciuto con continuità come fonte affidabile.
La visibilità IA non si forza: si costruisce nel tempo, come ci ha detto anche il SEO Steven Wilson-Beales.
È esattamente questo il lavoro che svolge la nostra agenzia SEO: costruire visibilità solida e duratura, fondata su autorevolezza reale, posizionamento chiaro e coerenza nel tempo.
Perché ora tocca a te agire
Se sei arrivato fin qui, spero di aver rimosso quel velo di ansia che ti offuscava la vista. Il futuro non è un luogo buio dove il tuo brand svanirà nel nulla, ma un terreno pieno di opportunità per chi ha il coraggio di essere autentico.
La strategia vincente per il 2026 non si basa sul rincorrere l’hype tecnologico, ma sull’integrare i nuovi strumenti in una visione solida.
Un consulente SEO oggi non si limita a misurare click e posizioni, ma analizza l’influenza complessiva del brand, la sua reputazione e il modo in cui viene citato, richiamato e riconosciuto nei diversi ecosistemi digitali.
Lavora su contenuti che siano espressione di competenza, esperienza e punto di vista, elementi che l’intelligenza artificiale può sintetizzare, ma non inventare.
Allo stesso tempo presidia i luoghi in cui si formano opinioni e percezioni: community, forum di settore, ambienti professionali, spazi in cui l’autorevolezza si costruisce per accumulo, non per visibilità episodica.
Come hai visto, Google resta centrale, ma l’intelligenza artificiale è ormai parte del processo di mediazione. Essere visibili, dunque, significa risultare affidabili per entrambi.
Il web su cui lavoriamo oggi è un ambiente che premia chi non ha paura di raccontarsi davvero.
Serve la tua voce, la tua competenza e un’esecuzione costante dei principi che hanno sempre reso grande un’azienda: la capacità di rispondere a un bisogno reale in modo eccellente.
La nostra agenzia SEO è qui per accompagnarti in questo percorso, trasformando questa evoluzione in un motore di crescita costante per il tuo business. Non vedere il cambiamento come un nemico: è solo l’ennesima occasione per dimostrare quanto vale davvero il tuo brand.
Non rinviare a domani ciò che puoi fare oggi: rivolgiti ora alla mia agenzia.
Google è in declino? E l’IA? : domande frequenti
Google è davvero in declino a causa dell’intelligenza artificiale?
I dati del report State of Search Q3 2025 mostrano che Google mantiene circa il 95% della quota di mercato della ricerca desktop negli Stati Uniti e in Europa. L’intelligenza artificiale non sta sostituendo Google, ma sta cambiando il modo in cui gli utenti interagiscono con i risultati, aumentando le ricerche zero-click e filtrando meglio l’attenzione.
Perché aumentano le ricerche zero-click e cosa significa per i brand?
Le ricerche zero-click aumentano perché Google fornisce risposte dirette nelle SERP tramite AI Overviews e altri elementi proprietari. Questo riduce il numero di click verso i siti esterni, ma aumenta la qualità del traffico che arriva: gli utenti che cliccano sono più consapevoli e più vicini alla decisione.
La SEO è destinata a essere sostituita da GEO e AI Search?
La SEO non viene sostituita, ma evolve. I modelli di intelligenza artificiale sono probabilistici e non deterministici, quindi non esistono scorciatoie o formule ripetibili per forzare la visibilità. La SEO diventa più matura e si concentra su autorevolezza, reputazione, chiarezza dei contenuti e presenza nei luoghi in cui si formano opinioni e fiducia.

Quindi, la nuova frontiera è piacere a un algoritmo che simula il passaparola, sperando di intercettare umani sempre più pigri. Fantastico, un altro giro sulla ruota del criceto digitale, ma con l’illusione di correre in una prateria. Ci casco sempre.
Hanno solo spostato i fari. Prima il sentiero tecnico, ora le piazze dove si parla. La mappa è cambiata, non il viaggio. Chi naviga a vista senza una bussola di valore, affonda. Non è una trappola, è selezione naturale.
Greta Luciani, più che selezione naturale mi pare una migrazione forzata verso recinti digitali più affollati, dove il pastore ha solo cambiato il fischietto.
Ci vendono la libertà dal guinzaglio tattico per poi metterci il collare della reputazione.
Alberto Parisi, questo nuovo collare ha una medaglietta con inciso il nome del padrone? Una curiosità, la mia.
Il passaggio dallo spam di link allo spam di opinioni è un bel salto di qualità, un po’ come cambiare la gabbia al criceto. Io nel frattempo inizio a preparare il curriculum da influencer aziendale.
Roberta De Rosa, mandi pure quel CV. Sarà letto da un’IA in cerca di cloni per il suo spam reputazionale. Benvenuta nella nuova fuffa.
Quindi la “reputazione riconoscibile” è il nuovo nome dello spam ossessivo su Reddit e forum? Mi preparo già al prossimo aggiornamento che azzererà tutto.
Riccardo Cattaneo, è la solita giostra del criceto digitale: oggi corri sui forum, domani Google sposta la ruota e tu riparti da zero.
Noemi Conti, la giostra è sempre quella, cambia solo il nome del pellet.
Sì, ma il pellet ora sa di cartone e la ruota cigola sempre di più.
Quindi bisogna piacere all’IA, diventando popolari nei posti giusti. Un po’ come al liceo, ma con più bot e meno privacy. Un progresso notevole per la società. Chissà chi verificherà l’oracolo.
Eva Fontana, il liceo dei bot. Io passo le giornate a seminare link in community inutili per piacere all’algoritmo. Intanto le mie commissioni calano. Alla fine l’oracolo lo verificherà il mio commercialista.
L’IA sceglie le opinioni autorevoli per noi. Stiamo delegando il nostro pensiero critico?
Francesco, non deleghiamo il pensiero, piuttosto abdichiamo a un oracolo statistico che santifica il già detto. La nostra pigrizia è il suo carburante. Siamo pronti a pagare il prezzo di questa comodità?
I numeri mostrano un cambiamento, non la fine di Google. Ora ci viene richiesta ‘autenticità’. Mi chiedo se non sia solo una nuova metrica da calcolare per i loro sistemi. La sostanza umana è davvero quantificabile?
Luciano D’Angelo, la “sostanza umana” diventerà un punteggio. Un altro parametro da soddisfare per i loro algoritmi. Ci chiedono di essere unici, ma solo secondo le loro regole. L’illusione della qualità è il nuovo collare.
Questa retorica sulla reputazione e sui contenuti umani mi pare solo un’altra gabbia, più subdola della precedente. Non basta più lo sbatti tecnico, ora pretendono la nostra anima per nutrire le macchine. Francamente, questa prospettiva mi lascia con un’ansia tremenda addosso.
Che meraviglia. Prima ci hanno spinto a diventare automi per i loro algoritmi, e ora che l’IA li ha resi superflui, ci vendono il ritorno all’umanità come una grande scoperta. La prossima bolla speculativa sarà la “reputazione certificata”?
Alberto Parisi, ci hanno vestito da soldatini per gli algoritmi, ora ci vendono la libertà come fosse una novità. Sulla “reputazione certificata” aspetto solo di vedere il listino prezzi per il bollino premium.
Nicolò Sorrentino, è il solito gioco. Prima ci hanno addestrato a marciare per le macchine, ora ci vendono la licenza per tornare a essere persone. Il punto è che il banco vince sempre, con regole scritte da lui per noi.
Alberto Parisi, ci hanno tolto il collare per venderci un guinzaglio più alla moda.
Finalmente si capisce che la fiducia non è una metrica da scalare. Era ora.
Il ritorno all’umano dopo aver disumanizzato il marketing. Una nemesi aziendale quasi poetica.
Giuseppina Negri, abbiamo solo completato un giro di giostra per ricominciare dallo stesso punto.
Anni a studiare macchine per poi tornare a parlare alle persone. Fantastico. L’unica cosa che aumenta è il lavoro da fare.
L’intelligenza artificiale non cerca siti, cerca autorità. L’autorità è una relazione, non un punteggio. Il vero ranking si costruisce offline, nelle conversazioni, molto prima di ogni ricerca.
Francesco De Angelis, mi stai quindi dicendo che dopo anni passati a decifrare algoritmi, ora dovrei tornare a stringere mani e sorridere ai convegni? Si prospetta un futuro di un’allegria incontenibile, la cui gestione mi pare già un problema.
Smettete di cercare scorciatoie, la montagna è sempre più alta. A volte manca il fiato.
La solita roba SEO non paga più, è palese. Vince chi è già un brand, gli altri restano al palo, mi sa tanto di gioco truccato.
Gentile Beatrice, più che un gioco truccato, parlerei di un nuovo campo di gioco. La fiducia precede la visibilità. La reputazione non si costruisce con gli algoritmi, ma con le relazioni umane. L’autenticità diventa la vera moneta di scambio.