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Con Lyria 3, l’IA di Google sbarca nella musica, ma restano le incognite su copyright, addestramento e il confine tra ispirazione e plagio
Google lancia Lyria 3 su Gemini, uno strumento AI per creare musica in pochi secondi. Se da un lato promette di democratizzare la creatività, dall'altro solleva enormi dubbi etici e legali. La vaghezza sui dati di addestramento e il rischio di imitazione degli artisti preoccupano l'industria, rendendo le rassicurazioni di Google sulla tutela del copyright ancora insufficienti.
Un nuovo giocattolo creativo o l’inizio di un problema?
Sviluppato da Google DeepMind, Lyria 3 promette un controllo creativo superiore rispetto alle versioni precedenti. Puoi specificare genere, umore, situazione e persino chiedere “una slow jam R&B comica su un calzino che ritrova il suo gemello”, ricevendo un brano finito con tanto di copertina. Secondo Joël Yawili e Myriam Hamed Torres di Google, l’obiettivo è dare agli utenti “un modo divertente e unico per esprimersi”, non certo di creare “un capolavoro musicale”.
Una dichiarazione che, diciamocelo, suona un po’ come mettere le mani avanti, cercando di posizionare lo strumento come un passatempo innocuo piuttosto che una tecnologia potenzialmente dirompente per i professionisti del settore.
Tutto molto bello, sulla carta.
Ma la vera domanda è un’altra: con quale musica è stata addestrata questa intelligenza artificiale?
La zona grigia del copyright e dei dati di addestramento
Qui le cose si fanno più complesse. Google afferma di aver lavorato “responsabilmente in collaborazione con la comunità musicale” e di essere stata “molto attenta al copyright e agli accordi con i partner”.
La formula ufficiale parla di musica che YouTube e Google “hanno il diritto di usare” secondo i loro termini di servizio. Una spiegazione volutamente vaga che lascia più di un dubbio.
D’altronde, come riportato da Music Business Worldwide, già nel 2024 Billboard aveva svelato che Google aveva addestrato modelli simili su registrazioni protette da copyright prima di cercare accordi di licenza. Sebbene tra il 2024 e il 2025 molte aziende di AI musicale abbiano iniziato a siglare accordi con le major, la domanda resta:
Siamo sicuri che questa tutela si estenda anche agli artisti indipendenti e ai piccoli detentori di diritti, o stiamo parlando solo dei soliti giganti del settore?
E se anche la questione delle licenze fosse (in parte) risolta, resta un altro problema enorme sul tavolo: l’imitazione.
Le barriere anti-plagio: una promessa o una facciata?
Google assicura che Lyria 3 è “progettato per l’espressione originale, non per imitare artisti esistenti”. In pratica, se chiedi un pezzo “alla Taylor Swift”, non otterrai un clone, ma qualcosa che ne condivide lo stile.
Una linea sottile, forse troppo sottile, che lascia aperti non pochi dubbi su dove finisca l’ispirazione e inizi la copia.
Per placare gli animi, ogni traccia generata è marchiata con SynthID, la tecnologia di watermarking di Google, che dovrebbe garantirne la riconoscibilità come contenuto AI.
Questa mossa non arriva isolata. Lyria 3 è in fase di integrazione anche su YouTube, sia in Dream Track per i creator di Shorts che nel “Music Assistant” per la creazione di basi strumentali. Insomma, Google sta spingendo forte su questo fronte, in un contesto in cui l’industria musicale è già in subbuglio.
Basti pensare che un magazine come Saving Country Music ha introdotto una policy che obbliga a dichiarare l’uso di AI nelle canzoni inviate.
La tecnologia avanza, ma la vera sfida sarà garantire che non lo faccia a spese di chi, la musica, la crea per davvero.

Perfetto per i miei video, finché non scoprirò di dover pagare royalty a un algoritmo.
Altro giocattolo dal manuale del marketing. La chiamano creatività, io la chiamo tappezzeria sonora. L’anima non si genera con un prompt, mi dispiace.
@Gabriele Caruso L’anima non fattura. Questa è una fabbrica di BGM a costo zero per chi produce contenuti. L’unico dubbio è chi ci guadagna di più, se noi o loro.
Hanno aperto la diga della creatività. Ora dobbiamo solo imparare a surfare l’onda.
@Nicolò Sorrentino, chiamarla “diga della creatività” è generoso. È un torrente che straripa, trascinando via il lavoro altrui. Bisognerebbe controllare la fonte prima di tuffarsi.
Un altro cimitero di elefanti per gli artisti. Ma con ottima musica di sottofondo.
Vendono come progresso la svalutazione del lavoro artistico, mentre chi possiede la macchina si arricchisce. Ma la chiamano democratizzazione, che carini.
@Noemi Barbato Una magnifica operazione di rebranding per il feudalesimo digitale: la creatività di massa è la nuova decima da versare al signore del server.
La mia anima da imprenditore esulta, quella da paranoica prepara le diffide. Che schizofrenia.
L’analogia dell’auto senza freni è deliziosa, peccato che qui la casa madre non solo vende il rottame, ma ti fa firmare una liberatoria per cui la colpa, quando ti schianti plagiando qualcuno, è solo ed esclusivamente tua. Geniale, no?
Chi si assume la responsabilità legale quando un’azienda userà questa musica? L’utente finale, come sempre?
Simone Ferretti, la casa madre produce l’auto senza freni, ma la responsabilità dell’incidente ricadrà sempre e solo su chi era al volante.
La solita storia: si presenta una tecnologia per aiutare tutti, ma ci si scorda del sentimento degli artisti il cui stile viene scimmiottato. Mi chiedo se il calzino protagonista della canzone ne sia felice.
Andrea Cattaneo, mi sfugge se il problema sia il sentimento del calzino o quello degli artisti. Per me la questione è una: con quali dati hanno allenato questo strumento? Tutto il resto è fuffa.