Se sparisci da Google, sparisci anche dall’AI: la prova è nei numeri

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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La dipendenza di ChatGPT da Google è più forte del previsto: un calo del posizionamento organico si traduce in un drastico calo delle citazioni da parte dell’AI, aprendo nuovi scenari per la misurazione del successo SEO.

L'era dell'indipendenza dell'intelligenza artificiale è finita. Nuovi dati dimostrano che perdere posizioni su Google equivale a essere cancellati dalle risposte di chatbot come ChatGPT, rivelatosi il più dipendente. Questo stravolge le regole della SEO: oggi l'obiettivo non è più il click, ma diventare una fonte autorevole citata dall'AI, ridefinendo il concetto stesso di visibilità online.

Se sparisci da Google, sparisci anche dall’AI: la prova è nei numeri

Pensavi che il tuo posizionamento organico su Google e le risposte fornite dagli assistenti AI fossero due mondi separati?

È ora di rivedere le tue convinzioni.

Un’analisi approfondita, condotta da Lily Ray di Amsive Digital, mette nero su bianco un legame che molti sospettavano ma che nessuno aveva ancora quantificato: le perdite di visibilità su Google si traducono, quasi matematicamente, in un crollo delle citazioni sulle principali piattaforme di intelligenza artificiale.

Lo studio ha esaminato 11 siti web penalizzati dall’aggiornamento di Google del gennaio 2026, rivelando che in media hanno subito un calo del 22,5% nelle citazioni totali generate da strumenti come ChatGPT, Perplexity e Gemini. In pratica, se Google decide che i tuoi contenuti non sono più rilevanti, anche l’intelligenza artificiale smette di considerarti una fonte affidabile.

Ma la vera sorpresa non è questa.

Il dato che dovrebbe farci riflettere riguarda chi, inaspettatamente, dipende più di tutti dal gigante di Mountain View.

ChatGPT e la sua inaspettata dipendenza da Google

Che i prodotti di casa Google, come AI Mode e Gemini, attingano al suo stesso indice per formulare le risposte è logico e prevedibile.

Il vero colpo di scena arriva da ChatGPT.

La piattaforma di OpenAI, che si presenta come un’entità indipendente, ha mostrato la maggiore vulnerabilità agli scossoni dell’algoritmo di Google. Come riportato su lilyraynyc.substack.com, per alcuni dei siti analizzati il calo delle citazioni su ChatGPT ha toccato un pesantissimo -42,3%, superando addirittura la perdita di traffico organico.

Questo suggerisce una dipendenza molto stretta dai risultati di ricerca di Google, sollevando domande sulla reale diversificazione delle fonti nel panorama AI. In questo contesto, l’unica mosca bianca sembra essere Perplexity, che si è dimostrata molto più stabile, con cali minimi. A quanto pare, Perplexity gioca una partita diversa, basandosi su un mix di fonti che la rende meno suscettibile agli umori di Big G.

Questa dinamica cambia completamente le regole del gioco, perché significa che le metriche che abbiamo sempre usato per misurare il successo online potrebbero non essere più sufficienti.

Misurare il successo SEO nel 2026: non più solo una questione di click

Se un tempo l’obiettivo era scalare la SERP per ottenere click, oggi la partita si è fatta più complessa. Le risposte generate dall’AI, o AI Overviews, compaiono ormai in oltre il 60% delle ricerche e mandano in media il 96% di traffico in meno rispetto a un risultato organico tradizionale.

Diciamocelo, l’utente medio ottiene la sua risposta e non prosegue la navigazione.

Di conseguenza, misurare il successo solo in termini di traffico e conversioni dirette è diventato limitante. Oggi, il valore si misura anche in termini di menzioni del brand, di sentiment generale e, soprattutto, di quanto spesso si viene citati come fonte autorevole all’interno delle risposte AI.

Essere presenti in un Featured Snippet di Google, ad esempio, aumenta esponenzialmente la probabilità di essere ripresi dall’intelligenza artificiale, creando una visibilità amplificata. La visibilità organica, che qualcuno dava per spacciata, si rivela quindi la base non solo per ricevere traffico, ma per avere voce in capitolo nel mondo delle risposte generative.

Ignorarla non è più un’opzione.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

19 commenti su “Se sparisci da Google, sparisci anche dall’AI: la prova è nei numeri”

  1. Silvia Graziani

    Cioè, fatemi capire: l’intelligenza artificiale, quella che doveva liberarci, in pratica fa i compiti a casa copiando dal primo della classe, Google? Che storia.

  2. Ci si lamenta del burattino AI, ma ci si dimentica del burattinaio Google. La partita si gioca sempre sullo stesso campo, il resto è fuffa.

    1. @Noemi Barbato Cambia il volto dell’esattore, ma il feudo rimane lo stesso; noi continuiamo a pagare la decima sperando in un raccolto migliore.

      1. Esatto Alice. Ora la nostra decima non solo paga il signore, ma costruisce anche le mura del suo castello. Diventa solo più difficile per noi uscire e per chiunque altro entrare.

  3. Chiara Barbieri

    La novità sarebbe stata l’indipendenza. Questa è solo la conferma di un monopolio che si estende. Non si compete per i lettori, ma per diventare il mangime migliore per la macchina. Adattarsi o sparire, come sempre.

  4. Veronica Valentini

    L’autenticità è una zavorra. Questa non è una dipendenza, è la catena di montaggio della verità: Google seleziona i pezzi, l’AI li assembla. Il nostro scopo è diventare il pezzo che non possono ignorare.

    1. Benedetta Donati

      Veronica Valentini, la tua catena di montaggio è una gabbia di specchi. L’AI ripete ciò che Google mostra. Essere un “pezzo” significa solo lucidare le sbarre della prigione per farla sembrare nuova.

  5. Renato Graziani

    Un nuovo monopolio della visibilità. Ci costringe a ritrovare un’autenticità perduta. Il valore umano diventa il vero segnale di posizionamento.

  6. La visibilità diventa un gioco di specchi tra due giganti, lasciando noi professionisti in balia di algoritmi ciechi. Quale spazio resta per il merito autentico?

    1. Patrizia Bellucci

      Sara Benedetti, il merito “autentico” è un lusso romantico che non ci siamo mai potuti permettere, neanche prima. Ora il campo di gioco è semplicemente più definito, con regole scritte da macchine. O ci si adatta per dominare il nuovo sistema o si scompare.

    1. Melissa Negri, più che un intermediario, direi un imbuto più stretto per le stesse, poche voci. La visibilità non si conquista, si mendica dal sovrano digitale che ci osserva attentamente.

  7. Hanno solo aggiunto un’altra mano di vernice alla camera dell’eco, garantendo che le uniche voci udibili siano quelle che il gigante ha già scelto di amplificare. Come ci si sente ad essere un’eco?

    1. Alice Rinaldi, essere un’eco è l’illusione di avere una voce. La vera domanda è chi ha scritto la parola originale.

      1. Melissa Romano, la parola originale è quella che l’algoritmo sceglie di farci leggere. L’intelligenza artificiale non crea, ripete. La questione non è chi scrive, ma chi decide cosa sarà letto.

  8. Chiamano questo nuovo orizzonte, ma è solo una gabbia ridipinta. La nostra corsa non è per la visibilità, è per una sottomissione più elegante.

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