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Meno editori si spartiscono un’offerta di argomenti più ampia, con un’inaspettata impennata dei contenuti locali e dei post da X.com, creando un panorama informativo sempre più frammentato.
Con il February 2026 Discover Core Update, Google separa per la prima volta il suo feed dalla ricerca tradizionale. Questa mossa crea un paradosso: aumentano gli argomenti ma il traffico si concentra su meno editori. Emergono due vincitori inaspettati: le notizie di prossimità, che ricevono una forte spinta, e i contenuti provenienti da X.com, a discapito degli editori tradizionali.
Meno editori, più argomenti: il paradosso del nuovo Discover
A prima vista, sembra un controsenso.
I primi dati, analizzati dalla piattaforma di monitoraggio NewzDash, parlano chiaro: dopo l’aggiornamento, Discover ha iniziato a mostrare una maggiore diversità di argomenti, ma il traffico generato da questi contenuti se lo spartiscono meno editori. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero di categorie di contenuti è passato da 163 a 173, ma i domini unici che hanno ricevuto visibilità sono scesi da 172 a 158. In pratica, la torta degli argomenti è più ricca e variegata, ma a mangiarla sono sempre meno commensali, con i soliti noti che si prendono fette sempre più grosse.
Una concentrazione di potere che fa riflettere, perché se da un lato Google sembra voler ampliare gli orizzonti tematici dei suoi utenti, dall’altro sta di fatto chiudendo la porta in faccia a molti piccoli e medi editori.
Ma se i grandi player si consolidano, chi ci guadagna davvero da questo cambiamento?
La risposta potrebbe sorprenderti e riguarda quello che leggi vicino a casa tua.
Il local si prende la scena: una vittoria per le notizie di prossimità?
E qui arriva la prima, vera sorpresa positiva.
Google aveva annunciato di voler dare più spazio ai contenuti pertinenti a livello locale, e a quanto pare ha mantenuto la promessa. I dati di NewzDash mostrano un’impennata clamorosa: i domini locali di New York sono comparsi nel feed degli utenti di New York circa cinque volte di più rispetto a quello della California, e viceversa.
Sembra quasi una dichiarazione d’intenti, un tentativo di ridare ossigeno al giornalismo di prossimità, spesso schiacciato dai colossi dell’informazione nazionale. Il sistema sembra funzionare su due livelli: un nucleo di notizie nazionali condiviso da tutti, arricchito da uno strato di personalizzazione locale molto più marcato rispetto al passato.
Questa spinta verso il “chilometro zero” dell’informazione sembra andare di pari passo con un’altra delle missioni dichiarate da Google: la riduzione del clickbait e dei contenuti sensazionalistici.
Ma ci stanno riuscendo davvero?
I dati, qui, si fanno più opachi e rivelano un’anomalia che nessuno si aspettava.
L’anomalia di X.com e un Google sempre più frammentato
Mentre Google sbandiera la lotta ai titoli “acchiappaclick”, misurarne la reale diminuzione è complicato. Certo, si nota un calo drastico della visibilità di portali come Yahoo, noti per un certo stile di titolazione, ma è un’altra la tendenza che lascia perplessi.
Mentre molti editori tradizionali faticano, i post pubblicati su X.com (il vecchio Twitter) da testate giornalistiche e account istituzionali stanno letteralmente esplodendo su Discover, con un aumento che in alcune aree, come New York, ha visto il numero di post in top 100 passare da 2 a 14.
Viene da chiedersi se la spinta verso “fonti autorevoli” non stia, in realtà, favorendo una piattaforma terza a discapito degli editori che, su quella stessa piattaforma, creano i contenuti.
Questo fenomeno mette in luce una verità sempre più evidente.
Non esiste più “un solo Google” da monitorare.
Tra la Ricerca organica, Discover, l’AI Mode e i risultati generati dalle sue intelligenze artificiali, ci troviamo di fronte a sistemi di ranking distinti, con regole e segnali differenti.
Ricorda che Discover rappresenta circa il 68% del traffico che Google manda ai siti di notizie, come descritto da Search Engine Journal, e un aggiornamento mirato solo a questo canale alza di molto la posta in gioco per chiunque faccia affidamento sul feed per raggiungere il proprio pubblico.
Il messaggio, tra le righe, sembra essere che per sopravvivere in questo nuovo ambiente servono un focus tematico forte o una rilevanza locale inattaccabile.
Per tutti gli altri, la strada si fa decisamente più in salita.

Google non crea paradossi, ma selezioni naturali. Un bene per chi vende le scialuppe.
@Elena Bianchi La sua “selezione naturale” assomiglia più a una meticolosa opera di bonifica. Si eliminano le specie autoctone per coltivare monocolture intensive. A chi giova un campo desolatamente fertile?
Nessun paradosso. Frammentano l’offerta per concentrare il controllo. I piccoli editori sono solo danni collaterali in un’operazione di pulizia del feed.
La promozione del “locale” non è generosità, ma un modo per recintare l’orizzonte informativo. Si gestisce l’attenzione con più efficacia, mentre alcuni si illudono ancora di partecipare a un gioco di cui non scrivono le regole.
Lorena Santoro, più che un recinto informativo è un pascolo di dati a chilometro zero. Si coltiva la miopia del lettore per raccogliere profitti prevedibili, mentre i piccoli editori diventano semplicemente foraggio per l’algoritmo.
Google non è un giardiniere, è il banco che detta le regole. Ai piccoli non resta che imparare a barare meglio per vincere la mano.
@Nicolò Sorrentino Il banco non solo conosce le tue carte, ma gode nel vederti perdere barando. Chissà perché continuo a pagare per sedermi al tavolo.
Il banco gioca sporco, Fabio? Allora mi tengo stretto il mio mazzo di carte.
Google non coltiva, devia il fiume. L’acqua arriva solo ai campi più grandi, gli altri si desertificano. È ingegneria, non giardinaggio.
Non è un paradosso, è selezione naturale. Google sta coltivando il suo giardino, non un prato pubblico. I piccoli editori sono solo erbacce da estirpare.
@Vanessa De Rosa Erbacce? No, sono solo il compost per il loro walled garden. Google non ha mai voluto un prato, vuole i suoi pomodori brevettati.