Un confronto sui segnali che rendono un sito leggibile dalle macchine, sui limiti nel controllo delle allucinazioni e sulla necessità di tornare ai fondamentali per evitare che l’IA distorca la narrazione del tuo brand
Il traffico organico crolla e le logiche che governano la ricerca non sono più le stesse. Oggi i tuoi potenziali clienti non si limitano a scorrere la pagina di Google: interrogano agenti IA, LLM e motori di risposta.
Ma cosa succede se queste nuove intelligenze artificiali ignorano il tuo business o, peggio ancora, “allucinano” inventando di sana pianta informazioni che distruggono la reputazione del tuo brand e frenano le vendite?
Per affrontare questi temi con pragmatismo e senza false promesse, in questo episodio di SEO Confidential ospito Kristine Schachinger.
Consulente di livello mondiale specializzata in Technical SEO e LLM Visibility Strategies, Kristine è anche la voce dell’autorevole podcast Webcology, dove, insieme a Jim Hedger, racconta alle aziende e ai professionisti le dinamiche reali che fanno vendere o fallire un progetto nel mondo del web marketing.
In questa intervista andiamo dritti al sodo. Kristine ci svela quali errori strutturali spingono Google a “scaricare” il tuo sito, come rendere il tuo brand raccomandabile dagli agenti IA (Agent-Ready), e perché molti degli attuali tracker di “visibilità AI” vendono solo fumo.
Ma soprattutto, analizzeremo concretamente come difendere la reputazione e i lead della tua azienda dalle allucinazioni dei modelli linguistici.
Una lettura imprescindibile per smettere di rincorrere le macchine e iniziare a guidarle.

“I motori di ricerca restano la fonte principale: la base di tutto resta la SEO”
Se i core update funzionano davvero come “spazzini” che eliminano siti costosi da crawlare, quali segnali tecnici guarderesti per capire se un dominio sta diventando un “peso” per Google e rischia di essere scaricato dagli agenti di crawling?
Credo sia così, perché quando un sito viene colpito in modo significativo da un core update, nella maggior parte dei casi il problema è grande, evidente e presente da molto tempo, anche se in precedenza Google sembrava non attribuirgli particolare peso.
Se questi aggiornamenti funzionano davvero come “spazzini” che eliminano i siti troppo costosi da crawlare, i segnali tecnici da osservare sono quelli che indicano inefficienze strutturali persistenti: problemi tecnici estesi, architettura disordinata, difficoltà di scansione o di rendering, elementi che rendono il sito complesso da elaborare per gli agenti di crawling.
L’impatto è rilevante perché i core update incidono su tutti i principali segnali di ranking. Per questo motivo, nel mio approccio, intervengo sempre prima sugli aspetti tecnici. L’esperienza mostra che, sistemando correttamente la parte tecnica, spesso si ottiene un recupero molto vicino al 100% ancora prima di passare al livello successivo di lavoro.
Nel momento in cui gli assistenti stanno diventando “summarization engines” e scelgono fonti da sintetizzare, cosa rende un sito più “ingestibile” dagli agenti rispetto ai competitor: qualità tecnica, struttura semantica, oppure reputazione esterna, e come si verifica senza inseguire metriche di visibilità che restano aleatorie?
Il processo che chiamiamo AI Search nasce dal RAG, una tecnica pensata per “ancorare” il motore di testo predittivo e ridurre le allucinazioni. Da qui si è sviluppata la cosiddetta AI Search. Non esiste un metodo che garantisca la presenza nelle citazioni, a meno che Google non integri i Core Ranking Signals in AIO e AI Mode. Vengono già utilizzati gli stessi indici, ma l’elenco delle citazioni che vediamo è incompleto e casuale.
Alcuni elementi che possono aiutare sono:
- struttura della pagina chiara (Hns);
- dati strutturati dettagliati (schema);
- porre domande e fornire risposte (funzione legata all’elaborazione del linguaggio naturale);
- utilizzo corretto delle entità;
- eccellente SEO tecnica e assenza o uso minimo di JavaScript nella parte di creazione dei contenuti;
- paragrafo iniziale costruito secondo la piramide rovesciata, perché la finestra di contesto degli LLM è limitata.
Gli agenti non “rankano” ma selezionano documenti per qualità e leggibilità. Per capire quali interventi tecnici danno l’impatto più rapido sulla probabilità di essere scelti come fonte, consiglio la lettura di questo interessante studio di SparkToro. Credo possa rivelarsi molto utile!
Hai detto che i tracker di “visibilità LLM” rischiano di raccontare una storia perché citazioni e fonti cambiano a parità di prompt: come imposteresti un audit serio di “agent readiness” che un’azienda possa ripetere ogni mese con indicatori verificabili e non narrativi?
L’agent readiness si basa sui fattori già citati. Non può esserci alcuna garanzia di citazione finché i segnali di ranking non vengono integrati negli LLM di Google.
Va ricordato che queste fonti generano pochissimo traffico. Concentrarsi su questo a scapito della SEO tradizionale è controproducente, perché i motori di ricerca restano la fonte principale delle citazioni e Google continua a inviare quasi tutto il traffico organico. La base di tutto resta la SEO, con piccoli aggiustamenti nelle priorità.
Dal tuo punto di vista, qual è il segnale tecnico più sottovalutato che oggi fa escludere un sito dai flussi di sintesi degli agenti, pur in presenza di contenuti corretti: rendering incompleto, costi di crawling oppure un’architettura interna confusa?
Per essere interpretate correttamente dai parser (un software che legge il codice di una pagina web e ne interpreta la struttura per renderla comprensibile ai motori di ricerca e ai sistemi IA, N.d.R.) di machine learning, le pagine devono essere tecnicamente pulite, con un markup HTML corretto e ben strutturato.
È fondamentale limitare al minimo l’uso di JavaScript, soprattutto negli elementi centrali del contenuto, perché tutto ciò che è essenziale dovrebbe essere immediatamente leggibile e processabile dalle macchine senza dipendere da rendering complessi.
Se l’MCP diventa lo standard e gli agenti IA smettono di “leggere” i siti come fa un umano, quali sono i primi segnali tecnici che indicano che un brand è davvero agent-ready e non solo “ben messo” lato SEO tradizionale?
Gli agenti AI già oggi non leggono i siti come farebbe una persona: analizzano struttura, segnali e dati in modo automatizzato. Più che stabilire una gerarchia rigida tra segnali tecnici, conta che il sito sia pienamente comprensibile e processabile dalle macchine, con una struttura chiara e un codice pulito.
Resta comunque determinante la digital PR, perché la presenza e l’autorevolezza esterna incidono in modo significativo sulla probabilità di essere citati.
Nell’era della “Personal Intelligence”, dove la risposta cambia in base a cronologia, email e contesto, qual è il modo più serio per misurare la visibilità reale di un brand senza vendere “share of voice” come fumo: quali segnali osservare, con che frequenza e come collegarli a lead e vendite?
Non è possibile tracciare con precisione elementi che non compaiono in un elenco completo e stabile di citazioni, anche perché molte di esse non sono visibili. Esistono tecniche black hat che possono aumentare le menzioni all’interno di un LLM, ma per ottenere una vera citazione è indispensabile che il contenuto della pagina sia strettamente coerente e pertinente rispetto alla query.
Nella ricerca organica questo meccanismo è noto come neural matching ed è uno dei fattori che determinano l’ordinamento finale dei risultati.
Dal punto di vista operativo, il referral tracking diventa centrale. Google Search Console può offrire alcuni indizi utili per ricostruire parte dei flussi di traffico, mentre l’analisi dei file di log consente di comprendere in modo più accurato chi accede al sito e con quale frequenza.
LLM e motori di risposta rischiano di creare una sorta di marchio parallelo, confondere il pubblico e minare la reputazione del brand. Cosa si può fare per difendersi ed evitare che le IA ci raccontino in modo errato e “allucinato”?
Nessuno può eliminare del tutto le allucinazioni, perché derivano dalla struttura matematica su cui si basano i modelli linguistici. La letteratura scientifica lo spiega con chiarezza: questi sistemi generano testo in modo predittivo, non comprendono ciò che scrivono, ma individuano schemi nei dati di addestramento e restituiscono le sequenze di parole statisticamente più probabili.
È possibile intervenire solo in parte su questo comportamento, ad esempio regolando parametri come la temperatura, ma soltanto se si ha il controllo diretto del modello. In tutti gli altri casi, il margine di intervento resta molto limitato.
Quali sono i segnali che aumentano le probabilità che una versione corretta prevalga sulla disinformazione: markup e dati strutturati, coerenza tra pagine, aggiornamento frequente, autorevolezza off-site, o presidio di piattaforme dove nascono le narrazioni (es. forum e social)? In pratica, come si progetta una difesa anti-allucinazioni che sia misurabile e ripetibile?
Come sappiamo, non esiste un metodo che consenta di eliminare completamente le allucinazioni. È possibile però ridurne l’incidenza attraverso interventi come il training mirato, l’integrazione di sistemi RAG e l’introduzione di guardrail, ma solo se si ha il controllo diretto del modello.
In caso contrario, il margine di intervento è molto ridotto, perché il sistema genera risposte sulla base dei dati su cui è stato addestrato e delle probabilità statistiche che ne derivano.
Si può tentare di influenzare indirettamente il risultato pubblicando contenuti su fonti pubbliche che si sa essere utilizzate nei processi di addestramento, oppure creando contenuti evergreen intercettati da LLM non collegati ai motori di ricerca. Questa strategia, però, non produce effetti concreti su ecosistemi come Google o Bing.
L’illusione del controllo e la cruda realtà: come blindare il tuo brand nell’era degli Agenti IA
Tirando le fila di questa chiacchierata con Kristine Schachinger, emerge un quadro chiarissimo: la corsa ai ripari contro l’Intelligenza Artificiale non si vince inseguendo nuove metriche di vanità, ma tornando ai fondamentali tecnici con una rigidità quasi spietata.
Codice pulito, riduzione drastica di JavaScript e un’architettura informativa a prova di macchina.
La verità nuda e cruda è che oggi rincorrere la “visibilità LLM” sperando in chissà quale hack segreto è un errore strategico che brucia solo budget. Le allucinazioni delle macchine rappresentano un rischio spaventoso e concreto per la reputazione e le vendite di qualsiasi brand, ma la nostra difesa non passa per tool di tracciamento che spesso vendono solo illusioni.
La vera Agent Readiness è ingegneristica: i motori di risposta non colgono le sfumature, ma processano strutture. Se vuoi che l’IA diventi un alleato che consiglia il tuo business e non un generatore di disinformazione, devi smettere di assecondare l’hype e dotare il tuo ecosistema digitale di fondamenta tecnicamente inattaccabili e di un’autorevolezza esterna indiscutibile.
Ringrazio di cuore Kristine per aver condiviso la sua competenza, spazzando via molta della fuffa che circola oggi nel settore.
L’appuntamento è alla prossima puntata di SEO Confidential.
Continua a seguirci: il nostro viaggio negli ingranaggi della ricerca continua.

Forniamo i dati, loro ci regalano diffamazioni random. Un baratto equo. Urge manuale di istruzioni per IA, o un esorcista per server.
Vedo molta paura e poca preparazione a governare la nuova narrazione. Un’opportunità per pochi.
Paghiamo per addestrare i nostri stessi boia digitali. E ci lamentiamo pure.
@Gabriele Caruso, roba surreale: forniamo le munizioni e poi ci stupiamo dello sparo.
Dare le chiavi di casa a un bugiardo patologico. Che idea geniale.
Il controllo della narrazione del brand è sempre stato nostro. Delegarlo a LLM imprevedibili è stata una follia. La reputazione non si può automatizzare.