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Annunci su ChatGPT: un’opportunità elitaria con costi elevati e dati limitati, che solleva interrogativi sull’efficacia e sul target di riferimento.
OpenAI lancia la pubblicità su ChatGPT, ma l'accesso è per pochi: servono almeno 200.000$. Un costo esorbitante a fronte di dati quasi nulli, limitati alle sole impressioni. Più che uno strumento di marketing misurabile, si tratta di una costosa scommessa sull'immagine, riservata ai grandi brand che investono in visibilità senza pretendere un ritorno immediato e tracciabile.
Diciamocelo, era solo questione di tempo.
OpenAI ha ufficialmente aperto le porte alla pubblicità su ChatGPT, e la notizia sta già facendo discutere, e non poco. L’idea di mettere il proprio brand di fronte a milioni di utenti mentre interagiscono con l’IA più famosa del momento è senza dubbio allettante, ma come spesso accade quando si parla di colossi tech, i dettagli sono quelli che fanno la differenza.
E qui i dettagli sono belli pesanti.
La verità è che l’ingresso di OpenAI nel mondo dell’advertising non è una passeggiata per tutti. Anzi, sembra più un club esclusivo con una quota d’iscrizione da capogiro. Questo ci porta dritti al primo, grande ostacolo che sta già facendo storcere il naso a molti.
Un club esclusivo: 200.000$ per entrare e 60$ per farsi vedere
Se stavi pensando di dirottare una piccola parte del tuo budget pubblicitario per fare un test su ChatGPT, forse è il caso di ripensarci. Come riportato su ADWEEK, per sedersi al tavolo di OpenAI bisogna mettere sul piatto un impegno minimo di 200.000 dollari.
Sì, hai letto bene.
Una cifra che taglia fuori in partenza la stragrande maggioranza delle piccole e medie imprese, riservando di fatto questa opportunità solo ai grandi brand con budget milionari.
E non è finita qui.
Il modello di prezzo è basato sul CPM, il costo per mille impressioni, fissato alla modica cifra di 60 dollari. Un costo premium, giustificato dalla qualità del contesto e dell’audience, ma che richiede un investimento notevole per ottenere una visibilità significativa. A queste condizioni, è chiaro che non si tratta di una piattaforma per tutti.
Ma spendere tutti questi soldi significa almeno avere un controllo totale sulla campagna e dati cristallini per misurarne il ritorno, giusto?
Beh, non esattamente.
Pubblicità alla cieca: il grande buco nero dei dati di OpenAI
Ed è qui che la situazione si fa ancora più complicata. Chiunque abbia mai gestito una campagna su Google Ads o Meta sa che il valore sta nei dati: click, conversioni, tassi di interazione, segmentazione del pubblico.
Informazioni che permettono di ottimizzare la spesa e dimostrare un ritorno sull’investimento. OpenAI, al momento, sembra aver scelto una strada completamente diversa.
Le uniche metriche fornite agli inserzionisti sono, essenzialmente, le impressioni.
Niente dati sui click, nessuna possibilità di tracciare le conversioni, nessuna analisi dettagliata del comportamento degli utenti dopo aver visto l’annuncio.
Ci troviamo di fronte a un sistema che offre una visibilità potenzialmente enorme, ma senza gli strumenti per misurarne l’efficacia reale, come emerge dall’articolo di The Information.
È una sorta di ritorno al passato, a quando la pubblicità era più un atto di fede che una scienza basata sui dati.
Viene da chiedersi se questa “semplicità” sia una scelta voluta per tutelare la privacy degli utenti, come sostiene OpenAI, o se sia piuttosto una limitazione tecnica mascherata da principio etico.
Fatto sta che giustificare una spesa di 200.000 dollari sulla base delle sole impressioni è un esercizio che richiede una bella dose di fiducia.
Questo approccio solleva una domanda ancora più grande: a chi si rivolge davvero OpenAI con un’offerta del genere?
Più che performance, una scommessa sulla visibilità
Mettendo insieme i pezzi, il quadro diventa più chiaro. Gli annunci su ChatGPT, almeno in questa loro prima incarnazione, non sono uno strumento di performance marketing.
Non sono pensati per generare lead, vendite dirette o azioni misurabili nell’immediato. Sono, piuttosto, un potente strumento di brand awareness.
L’obiettivo è quello di associare il proprio marchio all’innovazione e alla tecnologia di frontiera rappresentata da ChatGPT, raggiungendo un pubblico vasto e generalmente qualificato.
È una scommessa sulla visibilità e sul prestigio, pensata per quei colossi che possono permettersi di investire in immagine senza la necessità di un ritorno economico diretto e tracciabile per ogni singolo euro speso.
Una mossa che posiziona OpenAI in una nicchia di mercato molto particolare, lontana dalla misurabilità a cui ci hanno abituato Google e Meta.
La mossa è sul tavolo.
Ora resta da vedere quanti saranno disposti a pagare per una scommessa che, al momento, si basa più sulla fiducia nel brand “ChatGPT” che su numeri concreti.

Un buco nero che ingoia budget e sputa solo vanità per i manager.
Chiamiamola “brand awareness” per sentirci meglio, ma è solo un costoso falò di budget utile a generare presentazioni Powerpoint per il prossimo board.
L’unico ROI è il post del CMO, perfetto per la sua carriera. Budget bruciato per la vanità. A noi, nel frattempo, chiedono di giustificare i centesimi per le campagne vere. Che farsa.
200.000 dollari per dati inesistenti. Lo chiamano il futuro. A me sembra solo un ottimo modo per bruciare il budget e sentirsi all’avanguardia.
@Luciano Fiore Classica operazione di facciata. Il ROI è il post del CMO su LinkedIn, il budget è un dettaglio. Non c’è niente di nuovo sotto il sole.