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Google integra Gemini ovunque, promettendo di trasformare radicalmente le campagne pubblicitarie e rispondere così alle mosse di Adobe e Salesforce nel campo dell’IA per il marketing
Google risponde alla concorrenza integrando profondamente l'IA Gemini nella sua Marketing Platform. L'obiettivo non è solo fornire nuovi strumenti, ma trasformare l'infrastruttura pubblicitaria con una tecnologia "agentica" che opera autonomamente. Più che una semplice novità, è una scommessa per dominare il futuro dell'advertising, rendendo l'IA il cuore pulsante di ogni campagna e sfidando direttamente Adobe e Salesforce.
Google mette Gemini ovunque: la risposta alla concorrenza?
Google ha deciso di fare la voce grossa.
Durante il NewFront 2026, ha annunciato l’integrazione profonda dei suoi modelli di intelligenza artificiale Gemini direttamente nella Google Marketing Platform. Sotto lo slogan “the Gemini advantage”, l’azienda non sta semplicemente aggiungendo un nuovo giocattolo per i marketer, ma sta cercando di ridisegnare le fondamenta su cui si basano le campagne pubblicitarie. Bill Reardon, il General Manager di Google, ha spiegato che gli strumenti tradizionali non sono più sufficienti per stare al passo con un consumatore che passa senza sosta tra streaming, social, ricerca e shopping.
Ma questa mossa, sbandierata come una rivoluzione, è davvero una novità o una risposta obbligata alla concorrenza che non sta a guardare?
Diciamocelo, Adobe con Firefly e Salesforce con Einstein GPT si sono già mossi da un pezzo, integrando l’IA nei loro strumenti.
La differenza, secondo Google, sta nella sua strategia: non si tratta di avvitare un tool di IA su una piattaforma esistente, ma di usare Gemini – lo stesso motore che alimenta Search e Gmail – come il sistema operativo di tutto il suo apparato pubblicitario. Questo, come sottolinea un’analisi di settore, mette l’IA più avanzata di Google nelle mani dei marketer, alzando di parecchio la posta in gioco.
Ma in pratica, cosa cambia per chi fa advertising?
Bello, ma cosa significa concretamente per chi, come te, gestisce campagne ogni giorno?
Il cuore di questa integrazione è il potenziamento di Display & Video 360 (DV360). L’idea è che la piattaforma diventi un sistema proattivo, capace di analizzare dati, generare varianti di annunci e ottimizzare il targeting del pubblico attraverso una semplice conversazione con l’IA.
Come descritto direttamente da Google sul suo blog, ora è possibile, ad esempio, usare una suite per intercettare i fan durante le partite in diretta sulla TV connessa e poi ricontattarli mentre guardano gli highlights su YouTube Shorts.
Vengono introdotte anche nuove modalità per gestire le collaborazioni con i creator e un maggior controllo sul timing degli annunci. In tutto questo, spicca “Ads Advisor”, un’interfaccia conversazionale pensata per supportare setup, ottimizzazione e monitoraggio delle campagne.
Per convincere il mercato, Google ha messo sul piatto un dato d’impatto: gli inserzionisti che hanno aggiunto un altro prodotto della Google Marketing Platform al loro mix avrebbero visto un aumento del 76% del Ritorno sulla Spesa Pubblicitaria (ROAS).
Un dato che Google sventola con orgoglio, affermando che una gestione unificata delle campagne batte nettamente le tattiche frammentate.
Certo, il dato proviene da loro, quindi prendiamolo con la dovuta cautela, ma l’indicazione è chiara: spingere i clienti a usare sempre di più e in modo integrato i loro strumenti.
La vera partita non è sui tool, ma sull’infrastruttura
E se ti dicessi che il vero obiettivo di Google va ben oltre il semplice darti strumenti più furbi?
La vera ambizione è un’altra, e si chiama tecnologia “agentica”.
Non parliamo più di un’IA che ti suggerisce cosa fare, ma di sistemi capaci di prendere decisioni autonome entro parametri definiti. L’esempio più lampante è la nuova piattaforma YouTube Creator Partnership, dove, come riportato su MediaPost, una tecnologia agentica si occupa di abbinare i brand ai creator di contenuti, trovando corrispondenze anche in settori che un marketer non avrebbe mai considerato.
Questo è un cambio di passo notevole: l’IA non è più solo un assistente, ma un agente che opera attivamente nel flusso di lavoro pubblicitario.
Alla fine, la strategia di Google è chiara.
Sta scommettendo sul fatto che i professionisti preferiscano avere un’intelligenza artificiale integrata nei sistemi che usano ogni giorno, piuttosto che dover saltare da un tool all’altro.
L’obiettivo è posizionarsi come la piattaforma intelligente che si adatta in tempo reale ai comportamenti dei consumatori, risolvendo il problema delle campagne frammentate in un mondo dove gli utenti, invece, si muovono senza barriere tra streaming, ricerca e social.
La competizione nel settore non si gioca più sulle singole funzionalità, ma su quanto a fondo l’IA sia radicata nell’infrastruttura stessa della gestione pubblicitaria.
E su questo campo, Google sta mettendo in chiaro che vuole dettare le regole.

La lagna sulla “scatola nera” è sterile. Il punto è un altro: di chi è la responsabilità legale quando il bot farà danni? Noi pagheremo gli avvocati, mentre Google ci darà una pacca sulla spalla.
Parlate di supervisione, ma a me pare che diventeremo solo i capri espiatori quando Gemini deciderà di bruciare il budget su qualche sito strambo. Ci danno le chiavi di un’auto che si guida da sola, ma la responsabilità del primo incidente è tutta nostra.
Alessandro, saremo i responsabili di una scatola nera. Poi ci diranno di fidarci.
Carlo, ci diranno di fidarci della scatola nera, certo. Ma se poi fa un disastro, la responsabilità sarà nostra. Non capisco la logica.
Quindi l’IA fa tutto: crea, spende, riporta. Il mio lavoro, a questo punto, quale sarebbe? Preparare il caffè per il server che mi ha sostituito? La logica di questa “evoluzione” continua a sfuggirmi completamente.
Luciano, l’IA non farà il caffè. Il nostro ruolo diventa la supervisione. Dobbiamo controllare cosa fa con i nostri dati e i nostri budget. Altrimenti chi ci garantisce che lavori per noi?
Ci vendono una nave con un pilota automatico che non risponde a noi, ma solo al canto delle sirene di Mountain View, mentre noi applaudiamo pure al naufragio programmato.
La solita narrazione per cui deleghiamo tutto a una black box, trasformando chi fa marketing in un semplice supervisore. Alla fine della fiera, l’unica cosa che questa IA ‘agentica’ gestirà in autonomia sarà la velocità con cui prosciugherà i budget.
Un’IA ‘autonoma’ che gestisce i nostri soldi. Per il nostro bene, naturalmente.
Un’IA che gestisce budget milionari in autonomia. Non vedo come qualcosa possa andare storto.
Presto il mio lavoro sarà suggerire prompt all’IA, immaginando quando ero io a decidere.
Carlo Bruno, presto sussurreremo istruzioni a un monarca digitale sordo alle nostre vere intenzioni.
Mentre Google presenta la sua risposta alla concorrenza come un “vantaggio” per noi, la prospettiva di gestire capitali con logica autonoma rende il mio ruolo di formatore un eccellente piano B.
Un’altra scatola nera impenetrabile che gestisce capitali altrui con logiche proprietarie. Delegare il pensiero a un’intelligenza artificiale di cui ignoriamo le finalità reali mi sembra una mossa audace, per usare un eufemismo.
Un pianoforte che suona da solo. Lo chiamano “vantaggio”. Il marketer non compone la melodia, si limita a pagare il biglietto per lo spettacolo. Una gran comodità per chi non sa suonare, immagino.
@Andrea Ruggiero, un pilota automatico che ci porta a destinazione. Peccato che così il viaggio rischi di essere uguale per tutti.
Google cala l’asso dell’automazione totale. Un agente autonomo che gestisce budget e creatività senza supervisione umana mi genera, però, un’ansia cosmica. Chi paga quando l’intelligenza artificiale manda tutto in vacca?