Crawler AI: OpenAI domina l’81% del traffico, lasciando a Google solo le briciole

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Si tratta di un monopolio di fatto dove OpenAI si prende l’81% di queste visite invisibili, con Google quasi assente, e l’obiettivo principale è estrarre valore dai contenuti per i propri prodotti, non per inviare traffico ai siti.

Un'analisi svela un monopolio invisibile: i crawler di OpenAI generano l'81% delle visite AI, surclassando Google (0,6%). Questi bot non portano traffico, ma estraggono dati per alimentare prodotti come ChatGPT. È un'estrazione di valore che minaccia l'ecosistema dei contenuti, creando una pericolosa dipendenza da un'unica azienda privata per la visibilità futura.

OpenAI si prende tutto, Google resta a guardare

Mettiamo subito le cose in chiaro. Di quei quasi 69 milioni di accessi, un colosso si è preso la fetta più grande, anzi, quasi tutta la torta. OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT, ha generato da sola l’81% di tutte le visite, lasciando le briciole agli altri, come risulta dal report di Duda.

Pensa che Anthropic (con il suo Claude) si ferma a un modesto 16,6%, Perplexity non arriva al 2% e Google… beh, Google è praticamente un fantasma con uno striminzito 0,6%.

Ti sembra un quadro equilibrato?

A me no.

Significa che la visibilità futura dei nostri contenuti, la loro stessa esistenza nel nuovo mondo delle risposte AI, dipende quasi interamente da un’unica azienda privata. Un monopolio di fatto che si sta costruendo non sulle pagine dei risultati di ricerca, ma direttamente alla fonte, divorando i dati del web.

E cosa ci fanno, esattamente, con tutti questi dati?

Non proprio quello che potresti pensare.

Ma cosa fanno questi crawler? non mandano traffico, estraggono valore

Il punto cruciale è capire lo scopo di queste visite. L’analisi le divide in tre categorie: la maggior parte (quasi il 57%) serve a pescare informazioni in tempo reale per rispondere alle domande degli utenti su ChatGPT, un 29% serve ad addestrare i modelli e solo un 14% a scoprire nuovi contenuti per i loro indici.

In parole povere, stanno usando i nostri siti come una gigantesca enciclopedia gratuita per alimentare i loro prodotti a pagamento.

La conferma arriva da un altro studio, focalizzato sui siti di e-commerce, secondo cui i bot di OpenAI scansionano una pagina 198 volte per ogni singola visita che (forse) un giorno ti porteranno.

Google, al confronto, ne fa sei.

Capisci la differenza?

Non stanno costruendo un indice per mandarti traffico, stanno estraendo il valore che hai creato per rivenderlo ai loro utenti, dentro la loro piattaforma.

La domanda sorge spontanea: qual è il tornaconto per te, per il tuo sito?

Il mito del traffico: una correlazione che non convince

Qui la faccenda si fa interessante. I dati mostrano che i siti che lasciano la porta aperta a questi crawler ricevono, in media, tre volte più traffico umano.

Sembrerebbe un ottimo affare, no?

Peccato che, come ammettono gli stessi ricercatori, si tratti di correlazione, non di causalità. È un po’ come dire che i ristoranti pieni ricevono più recensioni positive: non sono le recensioni a riempire il locale, ma è il fatto che il locale sia valido ad attirare sia clienti che recensori.

Allo stesso modo, i siti con molto traffico e contenuti di qualità attirano naturalmente sia gli utenti che i crawler di OpenAI, affamati di informazioni fresche e autorevoli. Non c’è nessuna prova che dare il via libera a questi bot aumenti magicamente il tuo pubblico.

Anzi, il rischio è che si stia creando una dipendenza da un sistema che, nel lungo periodo, mira a tenere gli utenti il più lontano possibile dal tuo sito, fornendo loro le risposte direttamente nella sua chat. Una visibilità che non si traduce in visite, ma in citazioni dentro una scatola nera.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

12 commenti su “Crawler AI: OpenAI domina l’81% del traffico, lasciando a Google solo le briciole”

  1. Maurizio Greco

    Stiamo assistendo a un’operazione di estrazione digitale su scala planetaria, dove il nostro lavoro intellettuale è la materia prima. La domanda è quale valore resterà quando il giacimento sarà esaurito.

  2. Non è una gara, è un’espropriazione. Hanno cambiato le regole del gioco mentre gli altri leggevano ancora il manuale. La domanda non è chi vince, ma chi scriverà il prossimo manuale.

    1. Riccardo De Luca

      Laura, il prossimo manuale lo scriverà un bot. Il nostro unico lavoro è trovare il modo di imbrogliarlo prima che ci faccia fuori tutti.

  3. Simone Rinaldi

    Google ha dormito e OpenAI ha banchettato. Fine della storia. La domanda è: come si entra a quella tavola, non come la si rovescia.

    1. Emanuela Barbieri

      Greta, non è un suicidio assistito se manca la scelta. Siamo il bestiame che ingrassa il proprio macellaio digitale, e l’assenza di alternative è l’unica cosa che, francamente, mi terrorizza.

  4. Massimo Martino

    Un vampiro digitale si nutre del nostro sangue-contenuto. E noi apriamo la porta, offrendo il collo. Chissà quanto vale il mio, di sangue, nel loro listino prezzi invisibile.

  5. Andrea Cattaneo

    Sembra che stiamo tutti riempiendo d’acqua il secchio bucato di qualcun altro, e lo facciamo pure col sorriso. Un sacco di fatica per niente. Ma questo nuovo padrone del vapore almeno ci ringrazierà?

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