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Il contenzioso nasce dalle aspettative create intorno ad Apple Intelligence per i modelli iPhone 15 Pro e 16, funzionalità di intelligenza artificiale annunciate alla WWDC 2024 ma non disponibili nei tempi e nei modi promessi.
Apple paga 250 milioni di dollari per chiudere la class action sulle promesse mancate di Apple Intelligence per iPhone 15 e 16. Un accordo che, pur segnando un precedente contro l'hype sull'IA, sa di beffa per i singoli utenti con rimborsi minimi. L'azienda di Cupertino, intanto, non ammette alcuna colpa, trattando il tutto come un mero costo operativo.
Apple, le promesse sull’IA costano care: ecco l’accordo da 250 milioni di dollari
Apple mette mano al portafoglio e si prepara a pagare.
E non poco.
Parliamo di 250 milioni di dollari per chiudere una class action che, diciamocelo, ha colpito l’azienda dove fa più male: la fiducia dei suoi clienti.
La questione è semplice e diretta: l’accusa è quella di aver venduto i suoi ultimi modelli di iPhone, in particolare l’iPhone 15 Pro e la linea iPhone 16, pompando le aspettative su funzionalità di intelligenza artificiale, la tanto sbandierata Apple Intelligence, che poi non si sono viste nei tempi e nei modi promessi.
Questa non è solo una questione di soldi. È un segnale forte e chiaro per tutto il settore tecnologico, un avvertimento che le promesse fatte durante presentazioni patinate hanno un peso.
E a volte, anche un prezzo.
Ma come siamo arrivati a questo punto, con un colosso come Apple costretto a un risarcimento così pesante?
Il pomo della discordia: promesse da WWDC e la realtà dei fatti
Tutto è partito dal palco del Worldwide Developers Conference (WWDC) del 2024. In quell’occasione, Apple aveva annunciato una vera e propria rivoluzione per Siri e per l’interazione con i suoi dispositivi, tutto grazie ad Apple Intelligence.
Funzionalità che, secondo la presentazione, avrebbero dovuto essere il fiore all’occhiello degli iPhone di nuova generazione.
Peccato che, una volta che gli utenti hanno messo le mani sui loro nuovi e costosi telefoni, di molte di queste mirabolanti funzioni non ci fosse traccia, o fossero state implementate in modo deludente.
La class action, come descritto nel dettaglio su Il Post, non ci è andata leggera, sostenendo che l’azienda abbia “ingannato milioni di consumatori inducendoli a spendere centinaia di dollari per un telefono che non avevano bisogno di acquistare, basandosi su funzionalità inesistenti”.
Un’accusa pesantissima, che mette in discussione la trasparenza di una delle aziende più potenti al mondo.
E così, mentre le promesse restavano sulla carta, la frustrazione degli utenti cresceva.
Una frustrazione che ora si è trasformata in un risarcimento concreto.
Ma a chi spetta e, soprattutto, di che cifre stiamo parlando?
Un risarcimento che sa di beffa? chi ha diritto e a quanto ammonta
L’accordo prevede un rimborso per chiunque abbia acquistato un iPhone 15 Pro, iPhone 15 Pro Max o qualsiasi modello della serie iPhone 16 tra il 10 giugno 2024 e il 29 marzo 2025. La cifra che ogni utente riceverà varierà tra i 25 e i 95 dollari per dispositivo, a seconda di quante persone faranno richiesta.
Ora, fermiamoci un attimo a riflettere.
Venticinque dollari a fronte di una spesa che spesso supera i mille. Può sembrare più un contentino per placare gli animi che un vero e proprio risarcimento per una promessa mancata.
Certo, la cifra totale di 250 milioni fa impressione, ma spacchettata per singolo utente rischia di suonare quasi come una beffa.
È questo il valore che Apple dà alla delusione di un cliente che ha creduto nelle sue parole?
Mentre gli utenti fanno i conti in tasca, c’è da chiedersi quale sia la posizione ufficiale dell’azienda di Cupertino.
Avranno ammesso l’errore?
La risposta, purtroppo, non sorprende.
La difesa di Apple: nessuna colpa, solo un “costo operativo”
Come da copione in queste situazioni, Apple ha accettato di pagare ma non ha ammesso alcuna colpa. Anzi, continua a negare qualsiasi illecito.
La versione ufficiale è quella di un accordo raggiunto per evitare i costi e le distrazioni di un lungo processo legale, per potersi così “concentrare su ciò che sappiamo fare meglio: offrire i prodotti e i servizi più innovativi”.
In pratica, i 250 milioni di dollari vengono trattati alla stregua di un costo operativo, una spesa da mettere a bilancio per chiudere una faccenda scomoda.
Questa mossa, per quanto legalmente ineccepibile, lascia l’amaro in bocca. Mostra un distacco quasi cinico tra la narrazione del “cliente al centro di tutto” e la fredda realtà delle strategie legali.
La verità è che questo accordo segna un precedente.
Per la prima volta, la bolla dell’hype sull’intelligenza artificiale si è scontrata con la realtà di un’aula di tribunale, costringendo un gigante a pagare per le sue promesse eccessive.
E questo, forse, vale più di qualsiasi cifra scritta su un assegno.

Chiamatelo pure costo operativo. Se io vendessi camere con vista mare che non esiste mi arresterebbero, loro la chiamano spesa di marketing. Roba da matti.
Chiamano questo accordo un precedente; io lo chiamo il listino prezzi delle promesse vuote.
Paola Caprioli, loro lo chiamano budget pubblicitario, mentre noi riceviamo le briciole di questo teatrino.
Per loro non è una multa, è il costo di acquisizione della narrativa. Comprano il futuro pagando il presente, una mossa che definisce il campo.
Pagano un piccolo pedaggio per costruire castelli in aria. Noi invece restiamo a terra, con la delusione. Quando apriranno davvero le porte?
Loro mettono a bilancio la delusione, noi la fiducia. L’eterna lotta tra calcolatori e sognatori. Indovinate chi perde sempre.
Fumo o pedaggio, per loro è solo un’altra voce di spesa nel bilancio.
Non è un pedaggio per correre. È la sanzione per aver venduto fumo. La tecnologia è un castello di carte: se la base è una promessa vuota, crolla tutto l’edificio.
Apple ha solo pagato il pedaggio per correre più veloce degli altri sull’autostrada dell’IA. L’hype è il carburante e queste sono le multe per eccesso di velocità. Per vincere la gara, a volte devi accettare di pagare qualche sanzione lungo il percorso.