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Questo dato indica che la maggior parte degli utenti trova le risposte direttamente sulla pagina di ricerca o all’interno dell’ecosistema di Google, sollevando interrogativi sul supporto ai creatori di contenuti e l’influenza dell’intelligenza artificiale.
Un'analisi di AdMarket.com evidenzia un trend allarmante: meno di una ricerca su quattro su Google si conclude con un clic verso un sito web esterno. Mentre l'azienda si difende citando l'aumento del traffico in termini assoluti, la realtà mostra un ecosistema sempre più chiuso. Con l'avvento dell'IA, il futuro per i creatori di contenuti appare sempre più incerto.
Meno di una ricerca su quattro finisce su un sito web indipendente
C’è un dato che sta facendo discutere parecchio e che dovrebbe farti drizzare le antenne. Una nuova analisi sul comportamento degli utenti americani ha messo nero su bianco una tendenza che in molti sospettavamo da tempo: solo il 23% circa delle ricerche effettuate su Google si conclude con un clic verso un sito web esterno.
Questo significa, in parole povere, che la stragrande maggioranza delle volte che cerchi qualcosa, o non clicchi da nessuna parte perché hai già trovato la risposta, oppure finisci su un altro servizio di proprietà di Google, come YouTube o Maps.
A lanciare la notizia è SparkToro, e la cosa assume contorni ancora più seri se pensi ai volumi di cui stiamo parlando: si stima che Google gestisca almeno 16,4 miliardi di ricerche al giorno nel mondo.
La fetta di torta per chi, come te, vive di traffico organico si sta restringendo in modo preoccupante.
Ma è davvero così, o c’è un’altra campana da sentire?
La difesa di Google: mandiamo più traffico che mai
Google, ovviamente, non ci sta a passare per l’orco che divora il web.
La loro posizione è sempre la stessa: mandano miliardi di clic ai siti web ogni giorno e, anzi, sostengono di aver aumentato il traffico verso il web aperto ogni anno dalla loro creazione.
Come hanno scritto in un loro post ufficiale, queste analisi si basano su una “metodologia imperfetta che fraintende il modo in cui le persone usano la ricerca”.
Dicono che molte ricerche non portano a un clic perché l’utente trova subito quello che cerca, come il numero di telefono di un’attività da chiamare o le indicazioni stradali.
Tutto vero, per carità.
Ma la domanda sorge spontanea: quante di queste interazioni “utili” finiscono per rafforzare il controllo di Google sull’informazione invece di supportare i creatori di contenuti originali?
Il punto, vedi, non è più solo quante persone cliccano, ma dove finiscono quei clic.
E mentre la vecchia guardia dei “10 link blu” è ormai un lontano ricordo, un’altra rivoluzione è già alle porte e rischia di peggiorare ulteriormente le cose.
L’era dell’IA e le preoccupazioni per chi crea contenuti
Questo cambiamento strutturale è sotto gli occhi di tutti. L’investment firm Schroders sottolinea come il modello di Google si sia allontanato dalle sue origini, e questo è direttamente collegato al calo dei clic verso l’esterno.
Ora, con l’introduzione massiccia delle risposte generate dall’intelligenza artificiale direttamente nella pagina dei risultati, il rischio è che l’utente non abbia più alcun motivo per visitare la fonte originale.
Per chi gestisce un blog, un e-commerce o un portale di notizie, il messaggio è forte e chiaro: la dipendenza da Google sta diventando sempre più una scommessa azzardata.
C’è chi arriva a dire che per molte ricerche informative i “zero-click” superano l’80%, svuotando di fatto il web della sua linfa vitale. La questione, alla fine, è questa: Google continua a sostenere di essere il più grande alleato del web aperto, inviando più traffico in termini assoluti.
I dati, però, raccontano una storia diversa, quella di un giardino recintato sempre più grande e lussureggiante, dove la porta per uscire diventa sempre più piccola e difficile da trovare.

Google non è più un indice, è diventato il libro unico che cita sé stesso. Noi siamo le note a piè di pagina che nessuno leggerà mai, un bel paradosso per chi crea contenuti.
Ci si stupisce che il gestore del casello autostradale abbia aperto la sua area di servizio. È la logica del monopolio. Resta da capire se siamo clienti o carburante.
Ci si lamenta di fornire materia prima gratuita a un monopolio. Che sorpresa. Il traffico organico non era un patto, ma solo un’esca. Ora la stanno semplicemente ritirando.
Mi si fa notare che il nostro contenuto è combustibile per la loro intelligenza artificiale. Che acume. Io lo chiamo lavoro non retribuito per addestrare il nostro rimpiazzo digitale, mentre i miei clienti in carne e ossa affondano in questo brodo primordiale.
Paola, è lavoro servile, non brodo primordiale. Ci pagano con l’irrilevanza. Quanto resisteremo ancora prima di spegnere tutto e lasciarli nel loro silenzio?
Non è abitudine, è un disegno. Google si pappa i contenuti e l’IA darà il colpo di grazia. Il mio lavoro dipende dai clic, ma presto non ne arriverà più uno. A che serve sbattersi per creare qualcosa, onestamente?
Paola, il nostro contenuto è il minerale per la loro fornace AI. Dobbiamo costruire altrove.
La convenienza di Google sta soffocando le voci indipendenti. L’informazione si appiattisce. È una sfida di design: come rendere di nuovo visibile la qualità?
Francesco, più che di design, è una questione di abitudine. La gente non ha più sbatta di cliccare. Bisogna creare esperienze che spaccano, non solo link.
Elena, l’abitudine è stata creata a tavolino. Google ci ha addestrati a volere la pappa pronta, rendendo il web un grande fast food. La qualità, alla fine della fiera, ne risente sempre.
Chiamare “crisi” l’esito logico di un monopolio è come definire la gravità un imprevisto. I dati mostrano solo il compimento di un disegno, dove il traffico è una concessione, non un diritto.
Nicola, una “concessione” pagata con i dati di tutti somiglia più a un pizzo che a un favore. Il punto non è il disegno, ma chi si ostina a finanziare l’architetto con la propria rassegnazione.
@Nicola Caprioli Non è una crisi, è architettura. Google ha costruito un labirinto e poi ha nascosto l’uscita. Noi creatori forniamo i mattoni, ma non possediamo la mappa. La vera domanda è: quando smetteremo di esserne prigionieri volontari?
Stupirsi che il banco vinca sempre denota una certa ingenuità di fondo, non crede?