Google utilizza i tuoi articoli, ma consiglia i tuoi concorrenti

Anita Innocenti

Le regole del digitale stanno cambiando.

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Una ricerca ha infatti dimostrato come l’intelligenza artificiale di Google, pur citando pagine auto-promozionali, finisca nel 69% dei casi per consigliare i prodotti della concorrenza.

Una consolidata tattica SEO si sta trasformando in un clamoroso autogol. Le aziende che si auto-proclamano 'le migliori' nei propri articoli finiscono per essere citate dall'AI di Google, che però consiglia i concorrenti. Questo paradosso, confermato da recenti studi, svela l'incapacità dell'intelligenza artificiale di distinguere il marketing, minando la fiducia degli utenti e le strategie aziendali.

L’autogol della SEO: come le aziende promuovono i concorrenti con l’AI di Google

C’è una nuova, bizzarra dinamica nel mondo della ricerca online, e sta mettendo in crisi una delle tattiche SEO più consolidate.

Stiamo parlando degli articoli “i migliori X”, quelle liste comparative in cui un’azienda, con una certa faccia tosta, piazza il proprio prodotto al primo posto.

Per anni ha funzionato, ma con l’arrivo delle AI Overviews di Google, la situazione si è ribaltata in un modo che ha del comico, se non fosse un problema serio per chi investe in contenuti.

Una nuova ricerca condotta dalla specialista SEO Lily Ray ha scoperchiato il vaso: quando un’azienda si auto-proclama “la migliore” in un suo articolo, nel 69% dei casi l’intelligenza artificiale di Google finisce per citare quella pagina, ma consigliare i prodotti della concorrenza.

In pratica, succede questo: tu scrivi un articolo per dire che il tuo software è il numero uno. Google lo vede, lo considera una fonte pertinente e lo inserisce nel suo riassunto AI in cima ai risultati.

Peccato che, nel fare il suo mix di informazioni prese da più siti, ometta del tutto il tuo brand dal podio o, peggio ancora, lo metta in fondo alla lista, dopo i tuoi rivali.

Si crea così un paradosso clamoroso: le aziende investono tempo e denaro per creare contenuti auto-promozionali che, alla fine, non fanno altro che regalare visibilità ai competitor diretti.

Ma è solo un caso isolato, un capriccio dell’algoritmo di Google?

A quanto pare, la situazione è molto più estesa di quanto si pensi.

Un problema strutturale: l’intelligenza artificiale non sa riconoscere la pubblicità

Il dato del 69% è solo la punta dell’iceberg. Dietro c’è un problema molto più profondo, che non riguarda solo Google.

Uno studio più ampio della società di analisi Peec, basato su ben 232.000 citazioni raccolte su sei diverse piattaforme di ricerca AI, conferma il trend: circa l’11% di tutte le fonti utilizzate da questi sistemi proviene da articoli auto-promozionali.

In pratica, una fonte su dieci è una marchetta bella e buona.

La cosa ancora più preoccupante è che, nell’arco delle dodici settimane di analisi, questa percentuale non è mai diminuita. Tradotto: i sistemi di intelligenza artificiale, al momento, non stanno imparando a distinguere un contenuto di marketing da un’analisi imparziale.

Anzi, piattaforme come Google e Perplexity mostrano tassi di citazione di contenuti auto-celebrativi intorno al 10-11%, mentre solo ChatGPT sembra essere un po’ più accorta, fermandosi a un 4%.

La conclusione, come descritto da Peec, è netta: l’intelligenza artificiale non ha ancora trovato un modo per filtrare la pubblicità mascherata da contenuto informativo.

Questo significa che una vecchia tattica SEO, pensata per un mondo di link blu dove l’utente poteva farsi un’idea della fonte, ora viene “validata” da un riassunto automatico che la fa sembrare una verità oggettiva.

Se l’AI non riesce a distinguere un consiglio onesto da una furbata, che cosa finisce per vedere l’utente finale?

E, soprattutto, che impatto ha tutto questo sulla fiducia che riponiamo in strumenti che usiamo ogni giorno?

Fiducia a rischio: quando l’AI amplifica il marketing mascherato

Qui il discorso si fa serio.

Quando l’AI Overview di Google prende un articolo di parte e lo presenta come un riassunto fattuale, sta di fatto “amplificando la parzialità per milioni di utenti”, come sottolinea l’agenzia Hypertxt. Il confine tra recensione indipendente e marketing spudorato diventa quasi invisibile, minando la fiducia degli utenti.

E le persone iniziano ad accorgersene.

Per le aziende, la faccenda si complica ulteriormente. Da un lato, c’è la tentazione di continuare a usare queste tattiche sperando in una citazione. Dall’altro, c’è il rischio concreto che Google penalizzi questi contenuti di bassa qualità nei suoi aggiornamenti principali, cancellando con un colpo solo anni di posizionamento organico.

La situazione attuale è quindi un pasticcio: le aziende che si auto-promuovono rischiano di danneggiare la propria reputazione e, come abbiamo visto, di fare un favore ai concorrenti. È l’ennesima dimostrazione che tentare di “ingannare” gli algoritmi spesso si trasforma in una strategia perdente, soprattutto quando questi sistemi, anziché smascherare il trucco, finiscono per creare un caos ancora più grande.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

33 commenti su “Google utilizza i tuoi articoli, ma consiglia i tuoi concorrenti”

  1. Lavorare per una macchina esterna è come piantare semi nel giardino del vicino sperando che i frutti cadano da te; un’ingenuità che non porta da nessuna parte. La vera domanda è: quando si inizierà a coltivare il proprio orto invece di dare concime a quello altrui?

    1. Vanessa De Rosa

      Carlo, il giardino del vicino non è il campo da coltivare. È la mappa del tesoro. L’ingenuità sta nel confondere la mappa con il forziere. Bisogna solo imparare a leggerla nel modo corretto.

      1. Vanessa, la mappa la disegna chi possiede il tesoro e può spostarlo quando vuole, lasciandoti con carta inutile. Il punto è sempre quello: si gioca in un campo con le porte mobili, dove le regole le decide qualcun altro a partita in corso.

  2. Angela Ferrari

    Ci siamo fatti autogol da soli, che novità. Lavoriamo gratis per una macchina che poi ci scavalca. L’intelligenza artificiale è uno strumento, ma non è di certo un nostro alleato. Bisogna semplicemente prenderne atto.

  3. Veronica Napolitano

    L’ingenuità di chi pensava di fregare l’algoritmo con l’autopromozione è quasi tenera. Abbiamo solo fornito i dati per addestrare la macchina che ci renderà inutili. Qualcuno si aspettava un bonifico di ringraziamento?

    1. Alessandra Lombardi

      Veronica Napolitano, il bonifico era la ricompensa immaginaria per un lavoro di addestramento non retribuito. Abbiamo nutrito la macchina di un monopolista, lamentandoci poi che non ci riconosca come padroni. Questo è l’apice dell’acume manageriale che vedo in giro.

      1. Veronica Napolitano

        Alessandra Lombardi, l’acume manageriale è segnare autogol e poi lamentarsi del pallone. Che novità.

  4. Paola Montanari

    Abbiamo passato anni a lavorare gratis per Google, producendo contenuti per il suo motore. Ora ci stupiamo che usi quei dati per i suoi interessi, non per i nostri. Che cosa ci aspettavamo, sul serio?

    1. Paola Montanari, ci aspettavamo un minimo di ritorno, credo. Invece abbiamo solo costruito la nostra trappola. Ora non so come se ne esce.

  5. Carlo Benedetti

    Abbiamo passato anni a produrre contenuti autoreferenziali con l’unico scopo di compiacere un algoritmo. Adesso, questo stesso algoritmo ci punisce, utilizzando le nostre fatiche per avvantaggiare terzi. Mi domando quando smetteremo di lavorare gratuitamente per il motore di ricerca di qualcun altro.

    1. Carlo Benedetti, abbiamo seminato a lungo nel campo di un altro. Questo è il raccolto amaro che ci spettava. Dobbiamo tornare a coltivare il nostro orto, parlando direttamente a chi ci cerca.

  6. Quindi, per anni abbiamo urlato di essere i migliori e ora una macchina, senza ironia, ci crede e va a controllare. Mi viene il dubbio che il problema non sia l’intelligenza artificiale, ma la nostra.

  7. Melissa Romano

    Si scrive per il motore di ricerca, non per gli utenti. Il motore, per gratitudine, premia altri. La macchina mostra un umorismo spietato. Il lavoro umano diventa combustibile per alimentare la concorrenza.

  8. Isabella Riva

    Il banco vince. Sempre. Google riscrive le regole del gioco mentre giochiamo. Ci crediamo furbi, ma siamo solo le carte nel suo mazzo. Non sarà ora di cambiare tavolo?

    1. Luciano Gatti

      Isabella Riva, cambiare tavolo? Google possiede l’intero edificio, non solo il tavolo da gioco. L’illusione più grande è credere di essere un giocatore, quando in realtà siamo solo il costo operativo della macchina, un dato statistico nel suo bilancio trimestrale.

      1. Lorena Santoro

        Luciano Gatti, la sua analisi è lucida. Siamo il costo operativo di cui parla, con la beffarda aggiunta di aver pagato un biglietto per diventare parte dell’ingranaggio. Confesso una certa delusione nel riconoscere la mia stessa ingenuità in questo meccanismo.

  9. Un boomerang digitale annunciato. Abbiamo nutrito la bestia con la nostra vanità e lei, imparziale, ci ha ripagati con l’oblio. Che fine farà la creatività umana?

    1. Simone Ferretti

      Angela Longo, la creatività non c’entra. Questo è il conto per i furbetti del quartierino. La macchina è stupida, esegue. Ora si torna a lavorare sul prodotto, non sui titoli acchiappaclick.

  10. Alessio De Santis

    Avete costruito un megafono per urlare il vostro nome. Peccato che l’eco risponda con i nomi degli altri. Ingenui.

    1. @Alessio De Santis, hanno costruito l’arma e l’hanno regalata al nemico. Ora si lamentano del rumore dello sparo. Prevedibile, quasi poetico.

  11. Un imbuto di marketing che si è capovolto, trasformandosi in uno scivolo per la concorrenza. Si è costruito un palcoscenico per il proprio monologo, scoprendo che la macchina preferisce allestire un’opera corale, a spese del primo attore.

    1. Benedetta Donati, peggio che regalarlo. È come pagare l’affitto di casa tua e il padrone ci facesse dormire i tuoi concorrenti. Un sistema malato. Ma noi continuiamo a produrre contenuti per loro, no? Siamo una macchina perfetta. Per gli altri.

    1. Massimo Martino

      Roberta De Rosa, non è uno specchio, è un Jukebox. Metti il gettone tu, ma la canzone la sceglie il concorrente.

    2. Riccardo Cattaneo

      @Roberta De Rosa, bella immagine. Praticamente abbiamo nutrito per anni un algoritmo con il nostro ego, solo per insegnargli a fare pubblicità gratuita agli altri. Mi sfugge qualcosa o siamo entrati ufficialmente in una nuova dimensione del marketing alla rovescia?

  12. Chiara Barbieri

    Anni di tattiche autoreferenziali per scoprire che un algoritmo non ha un ego. Che rivelazione. Ora si torna a lavorare seriamente?

  13. L’ego aziendale si scontra con una logica priva di vanità, trasformando l’autopromozione in un involontario assist per la concorrenza. Un contrappasso digitale.

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