Le regole del digitale stanno cambiando.
O sei visibile o sei fuori. Noi ti aiutiamo a raggiungere i clienti giusti — quando ti stanno cercando.
Contattaci ora →
Nonostante l’ampia adozione di strumenti di intelligenza artificiale, in particolare da parte delle nuove generazioni, la fiducia pubblica è in calo per timori legati alla perdita di posti di lavoro e alla sicurezza nazionale.
Emerge un paradosso sull'intelligenza artificiale: mentre strumenti come ChatGPT dilagano, la fiducia pubblica crolla. I dati mostrano che sono proprio i giovani, i maggiori utilizzatori, a essere i più pessimisti, spinti da paure concrete per il lavoro e la sicurezza. Per le aziende tech, la sfida è ricostruire un rapporto di fiducia ormai compromesso con gli utenti.
L’intelligenza artificiale dilaga, ma la fiducia crolla
I numeri parlano chiaro, e non lasciano spazio a interpretazioni edulcorate. Stiamo assistendo a un vero e proprio “contraccolpo” verso l’IA, un momento in cui una tecnologia, un tempo celebrata quasi come magica, diventa di uso comune proprio mentre l’opinione pubblica le volta le spalle.
Come evidenziato da un recente sondaggio del Pew Research Center, solo il 16% degli adulti statunitensi è convinto che l’IA avrà un impatto positivo sulla società, mentre una fetta ben più grande, il 40%, si aspetta conseguenze negative.
Ma il punto è questo: mentre quasi un americano su due usa i chatbot, solo una piccola frazione pensa che porteranno qualcosa di buono. In pratica, milioni di persone usano quotidianamente strumenti che ritengono dannosi.
Ma la vera sorpresa, quella che fa saltare sulla sedia, arriva quando si guarda a chi sono i più scettici.
I giovani, i più grandi utilizzatori, sono anche i più pessimisti
Sembra un paradosso, ma è proprio così. La Generazione Z, i giovani tra i 18 e i 29 anni, sono i più grandi utilizzatori di intelligenza artificiale: il 66% di loro la usa regolarmente. Eppure, sono anche i più pessimisti in assoluto. Quasi la metà di loro (il 48%) è convinta che l’IA sarà negativa per la società, la percentuale più alta di qualsiasi altra fascia d’età.
Sì, hai capito bene.
Proprio la generazione cresciuta a pane e tecnologia, quella che dovrebbe accogliere l’innovazione a braccia aperte, è la più diffidente. Questa non è un’anomalia, ma una tendenza confermata anche da diverse altre ricerche, come quella di Research!America. La conclusione è brutale: più le persone si informano sull’IA e la usano, più la considerano un rischio piuttosto che un’opportunità.
Questa ondata di pessimismo non nasce dal nulla, però. Ha radici profonde in paure molto concrete che toccano la vita di tutti i giorni.
Le paure concrete: dal lavoro alla sicurezza nazionale
Dietro la crescente negatività ci sono timori reali, non fantasie.
La prima, e più grande, è quella per il lavoro. Secondo il report del 2026 dell’AI Index di Stanford, quasi due terzi degli americani (il 64%) si aspettano che l’IA riduca i posti di lavoro nei prossimi 20 anni.
Poi c’è la questione del potere e della disuguaglianza. La sensazione diffusa è che l’IA finirà per arricchire ulteriormente i soliti noti, le grandi corporation e i loro vertici, lasciando le briciole ai lavoratori che vedranno i loro ruoli automatizzati o svalutati.
A questo si aggiunge la preoccupazione per la sicurezza nazionale, con la stragrande maggioranza che teme l’uso dell’IA da parte di governi ostili per attaccare il proprio paese.
Ci troviamo così di fronte a un paradosso quasi surreale: un paese che adotta in massa una tecnologia di cui, in fondo, non si fida e che teme profondamente, come scrive Futurism.
Per le aziende tech, il messaggio è scomodo.
Non basta mettere uno strumento nelle mani delle persone per conquistarne la fiducia.
La vera domanda ora è se le aziende e i governi riusciranno a ricostruire questa fiducia perduta o se, semplicemente, ci abitueremo a usare strumenti che, in cuor nostro, continuiamo a guardare con sospetto.
Una cosa è certa: la luna di miele tra il grande pubblico e l’intelligenza artificiale sembra decisamente finita.

La chiamano sfiducia, ma è solo il preludio all’oblio professionale di un’intera generazione.
La loro paura è logica, il loro lavoro vale zero. L’IA non fa pause. Chi non si adatta è solo un costo da tagliare.
@Simone Damico Si discute di fiducia per evitare di parlare di obsolescenza. Un pio diversivo.
La fiducia è l’ultima preoccupazione delle big tech. Il vero obiettivo è l’assuefazione. Un utente dipendente non si pone domande.
@Chiara De Angelis L’abitudine è una gabbia comoda. La fiducia non entra nei loro fogli di calcolo.
@Chiara De Angelis L’assuefazione è solo l’inizio. Ci stanno addestrando a un’obbedienza digitale. Un utente docile non si lamenta, consuma e basta. Siamo diventati il loro prodotto più prevedibile.
Ricostruire la fiducia” è il solito eufemismo per lanciare una campagna marketing costosissima, finché la gente non si dimentica della precarietà che abbiamo generato. È una recita che, purtroppo, conosco fin troppo bene dal mio ufficio.
Ci si fida di un artigiano, non di una macchina che produce copie sbiadite.
@Carlo Caruso La copia sbiadita è l’ultimo dei problemi. Il vero incubo è quando la copia deciderà di diventare l’originale.
L’adozione di massa non è un indicatore di fiducia, ma di necessità o pigrizia. Nutriamo il sistema che ci renderà superflui, un paradosso che analizzo ogni giorno nei miei dati. A volte, temo di stare solo misurando la velocità della mia stessa estinzione.
Nicola, misurare l’estinzione è il primo passo. Il secondo è venderne i diritti.