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La casa di Cupertino ha denunciato un presunto piano su larga scala per sottrarre segreti industriali legati ai suoi progetti hardware, un’accusa che mette a rischio la recente integrazione di ChatGPT nei suoi dispositivi.
Nonostante la recente partnership per integrare ChatGPT in Siri, Apple ha intentato una causa contro OpenAI per un presunto furto sistematico di segreti industriali. OpenAI nega le accuse, definendole infondate e appellandosi alla libera concorrenza. La disputa legale getta un'ombra pesante su una collaborazione strategica, mettendo in discussione il futuro rapporto tra i due giganti tecnologici.
Apple contro OpenAI: quando i partner diventano avversari in tribunale
Sembrava una collaborazione destinata a segnare il futuro dell’intelligenza artificiale sui nostri dispositivi, e invece si sta trasformando in una battaglia legale senza esclusione di colpi. OpenAI ha risposto con una durezza inaspettata alla causa per furto di segreti industriali intentata da Apple, mettendo in discussione le prove stesse del colosso di Cupertino.
Una mossa che getta un’ombra pesante sulla partnership che, solo poche settimane fa, ha portato ChatGPT nel cuore di iPhone, Mac e iPad.
La situazione è delicata, perché da una parte c’è un accordo commerciale strategico, dall’altra un’accusa di spionaggio industriale.
E in mezzo ci siamo noi, che ci chiediamo fino a che punto questi due giganti possano continuare a collaborare mentre si scontrano in un’aula di tribunale.
La risposta di OpenAI: un cambio di rotta inaspettato
Inizialmente, la reazione di OpenAI era stata quella che ti aspetteresti: toni pacati, frasi di circostanza come “non abbiamo interesse nei segreti altrui”, nel tentativo di confinare la disputa alle aule di tribunale e non trasformarla in una guerra mediatica.
Ma qualcosa è cambiato.
In una dichiarazione recente, l’azienda dietro ChatGPT ha alzato la voce, affermando di “non essere a conoscenza di alcuna prova che questa denuncia abbia fondamento” e spostando il dibattito su un piano diverso: quello della “libera concorrenza” e della “libertà delle persone di lavorare dove scelgono”.
Una formula che suona bene, ma che sembra voler spostare l’attenzione dal nocciolo del problema.
Un cambio di tono così netto fa pensare.
Evidentemente, le accuse di Apple sono state percepite come una minaccia seria, capace di minare la credibilità di OpenAI non solo dal punto di vista legale, ma anche commerciale.
Ma cosa ha spinto Apple a un’azione così aggressiva, tanto da mettere a rischio un’alleanza strategica?
Per capirlo, bisogna leggere attentamente le carte depositate in tribunale.
Le accuse di Apple: un piano per rubare segreti industriali?
La denuncia di Apple, presentata il 10 luglio, non usa mezzi termini. Accusa OpenAI e due suoi ex dipendenti di aver orchestrato un’operazione su larga scala per sottrarre informazioni confidenziali legate ai suoi progetti hardware.
Non si parla di un singolo file rubato, ma di un presunto sforzo sistematico per accelerare lo sviluppo dei dispositivi di OpenAI.
Al centro di tutto ci sono due figure chiave: Tang Yew Tan, ex vicepresidente del design di iPhone e Apple Watch, e Chang Liu, un ingegnere.
Come descritto da TechCrunch, le accuse sono dettagliatissime. Si parla di Tan che avrebbe incoraggiato i candidati provenienti da Apple a portare “parti reali” di prototipi ai colloqui, come una sorta di “mostra e dimostra”.
Liu, invece, è accusato di aver conservato un laptop aziendale dopo le dimissioni e di averlo usato per scaricare documenti tecnici su tecnologie non ancora rilasciate.
Apple arriva a sostenere che l’intera divisione hardware di OpenAI “poggi su fondamenta fragili, marce fino al midollo” a causa di questo presunto furto di know-how.
Accuse pesantissime, che non si limitano a due ex dipendenti, ma dipingono un quadro di spionaggio industriale su vasta scala, coinvolgendo persino i fornitori.
E tutto questo accade mentre la tecnologia di OpenAI si sta facendo strada nei nostri dispositivi Apple.
Una partnership sotto pressione: l’integrazione di ChatGPT in Siri
La parte più paradossale di tutta questa vicenda è che arriva a soli due anni dall’annuncio di una collaborazione che sembrava vantaggiosa per entrambi. Durante la WWDC 2024, Apple ha presentato “Apple Intelligence”, svelando che Siri avrebbe potuto appoggiarsi a ChatGPT per le richieste più complesse.
Un accordo che da molti è stato visto come un’ammissione da parte di Apple di essere rimasta indietro nella corsa ai modelli di IA più avanzati.
L’integrazione è stata presentata con grandi rassicurazioni sulla privacy: le richieste non vengono archiviate da OpenAI e gli indirizzi IP sono nascosti. Eppure, questa causa legale evidenzia una rapida e profonda crepa nei rapporti tra le due aziende.
Per ora, Apple non ha fatto marcia indietro sull’integrazione, ma è lecito chiedersi per quanto tempo potrà durare questa strana convivenza.
La battaglia legale sarà probabilmente lunga e complessa. Se Apple dovesse vincere, OpenAI potrebbe essere costretta a riprogettare i suoi futuri dispositivi, un danno enorme in un mercato che corre a velocità folle.
Quello che è certo è che questa vicenda potrebbe ridefinire non solo il rapporto tra queste due aziende, ma anche le regole non scritte sulla mobilità dei talenti e la protezione della proprietà intellettuale nell’intera industria dell’intelligenza artificiale.

Un’alleanza costruita sulla sabbia. La marea della competizione ha semplicemente rivelato fondamenta inesistenti. La fiducia in questi ambiti è un lusso per sprovveduti.
Walter, definire “lusso” la fiducia è generoso. Si tratta di una variabile calcolata per la stampa, un dato da inserire nel bilancio dei rischi. A chi giova realmente questa sceneggiata pubblica?