Google vuole trattenere i clienti dentro AI Mode (sempre di più)

Le nuove ricerche mostrano che Google Business Profile e Product Knowledge Panel stanno prendendo il posto dei siti aziendali, soprattutto per attività locali, e-commerce e settori ad alta competizione

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📌 TAKE AWAYS

  • Le ricerche mostrano che Google Business Profile e Product Knowledge Panel stanno sostituendo sempre più spesso i siti aziendali come destinazione iniziale delle ricerche. Per molte attività locali e per l’e-commerce, la prima impressione del cliente nasce ormai all’interno dell’ecosistema Google e non sulla homepage del brand.
  • Acquistare annunci in AI Mode aumenta la visibilità pubblicitaria, ma non rende automaticamente il brand una fonte citata dall’intelligenza artificiale né migliora il posizionamento organico. Le aziende devono quindi sviluppare strategie dedicate per ciascun canale, senza aspettarsi effetti indiretti tra advertising e autorevolezza.
  • Schede Google complete, recensioni gestite con attenzione, dati aggiornati e contenuti affidabili sono elementi sempre più determinanti per essere selezionati dai motori di risposta basati sull’intelligenza artificiale. La sfida non consiste più soltanto nell’ottenere traffico verso il sito, ma nel diventare una fonte credibile che l’AI scelga di mostrare e citare.
Google AI Mode mostra sempre più spesso Google Business Profile e Product Knowledge Panel al posto dei siti aziendali, trasformando Google nella principale destinazione della ricerca. Due studi spiegano perché pubblicità, SEO e citazioni dell'AI seguono logiche diverse e come aziende e professionisti possano adattarsi al cambiamento.

Il tuo sito è pieno di dettagli che hai scelto uno per uno.

Foto professionali, testi scritti e riscritti, una scheda prodotti aggiornata alla virgola, un blog che racconta la tua attività con dovizia di particolari. Tutto questo per convincere Google a mandarti visitatori, e magari clienti.

Poi un giorno apri l’AI Mode di Google, la modalità di ricerca conversazionale che ti risponde come se fosse un chatbot, e la interpelli come se stessi chiedendo consiglio a un amico esperto.

Cerchi il nome della tua attività o qualcosa di molto vicino a quello che vendi, e scopri che il tuo lavoro non lo vede quasi più nessuno. Al suo posto compare una scheda, ospitata su google.com, con le tue informazioni riassunte, i tuoi orari, le tue recensioni e una foto che magari hai caricato tre anni fa senza troppa convinzione.

Tu, il proprietario del negozio, del ristorante, dello studio o dell’azienda, sei diventato un fornitore di contenuti per la vetrina di qualcun altro. Benvenuto nella nuova geografia della ricerca, dove il centro della città non è più casa tua ma il municipio, e il municipio è di Google.

Chi lavora online da qualche anno ha imparato a convivere con i cambiamenti improvvisi degli algoritmi, gli aggiornamenti che stravolgono le classifiche, le sigle nuove ogni sei mesi.

Ma quello che sta succedendo con l’AI Mode è diverso, perché non riguarda solo chi vince e chi perde nei risultati di ricerca. Riguarda chi diventa il punto di contatto con il cliente.

E i dati che arrivano da due ricerche recenti, una di Profound e una di SE Ranking, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: Google si sta trasformando (sempre di più) da intermediario a destinazione finale.

Google cita sempre più spesso se stesso, e i numeri sono clamorosi

Partiamo dai dati più impressionanti. Uno studio firmato da Davis McCain per Profound ha analizzato che cosa succede quando le persone usano l’AI Mode di Google per cercare informazioni su attività locali o prodotti.

Tra il 15 aprile e il 30 giugno di quest’anno, google.com ha visto la propria quota di citazioni aumentare di 8,4 volte, diventando il secondo dominio più citato in assoluto nelle risposte dell’AI Mode.

Fidati che non è poco. Si tratta di un balzo che normalmente in questo settore richiede anni, non un trimestre.

Studio di Profound "Google AI Mode's shift to citing itself" 14 luglio 2026
Profound

E la cosa più interessante non è che Google venga citato spesso, ma da dove arrivano quelle citazioni. Non si tratta di articoli del blog ufficiale di Google o di pagine di supporto. La crescita è quasi interamente concentrata su due tipologie di pagine che Google possiede e gestisce direttamente: i Google Business Profile, cioè le schede delle attività locali, e i Product Knowledge Panel, i pannelli informativi sui prodotti.

In pratica Google ha deciso di trasformare le proprie schede in piccole pagine di destinazione, dei popup interattivi che rispondono direttamente dentro la conversazione con l’AI, posizionandosi come la prima pagina di atterraggio del brand e scavalcando il classico sito web ufficiale dell’azienda (come ci aveva preannunciato Barry Adams nella nostra intervista).

Se lavori nel turismo, nella ristorazione, nei servizi per la casa, nell’immobiliare o nella sanità, questa storia ti riguarda più di altre. Lo studio di Profound ha esaminato oltre 32 milioni di casi in cui l’AI Mode ha mostrato una scheda di attività locale, e ha individuato cinque settori che assorbono la maggior parte di questo cambiamento: ospitalità e viaggi, servizi per la casa, ristorazione, immobiliare e sanità.

Sono tutti settori dove chi cerca vuole una risposta rapida e concreta, un orario, un indirizzo, una valutazione, e Google ha capito che può offrire quella risposta senza far muovere l’utente di un centimetro dalla propria interfaccia.

Ma il fenomeno non si ferma ai servizi locali.

Se vendi prodotti fisici la faccenda ti tocca comunque, perché per qualsiasi ricerca che confronta caratteristiche, compatibilità o il classico “qual è il migliore per”, l’AI Mode tende sempre più spesso a mostrare direttamente il Product Knowledge Panel invece di un link al tuo e-commerce.

È un’anticipazione piuttosto chiara di quello che Google chiama UCP, il protocollo per i checkout universali, e indica una direzione precisa verso un commercio sempre più agentico e a zero click, dove è l’intelligenza artificiale a decidere, confrontare e concludere l’acquisto al posto tuo (se vuoi approfondire l’argomento ne abbiamo discusso con il SEO Saijo George su SEO Confidential).

Che cosa significa davvero per il tuo lavoro?

Fermiamoci un attimo a tradurre tutto questo in termini pratici.

Quando qualcuno cerca la tua categoria di prodotto o il tuo settore su AI Mode, non atterra più sulla tua homepage. Vede una scheda ospitata da Google, con i tuoi dati dentro, sì, ma con la cornice, il design e le regole decise da qualcun altro.

È un po’ come se ti avessero teletrasportato il negozio dentro il centro commerciale più grande del mondo, dove tu paghi l’affitto con i tuoi contenuti e Google decide l’illuminazione, la disposizione degli scaffali e chi entra prima nel tuo corridoio.

Questo significa che la prima battaglia, quella per farsi notare, oggi si vince o si perde sulla scheda Google prima ancora che sul sito.

Per tutti questi motivi, la prima cosa da sistemare è la completezza del tuo profilo.

Se il pannello che l’AI mostra al tuo potenziale cliente ha campi vuoti, orari sbagliati o fotografie polverose, quel pannello diventa il punto in cui la persona decide di abbandonarti e passare al concorrente successivo, tutto nella stessa risposta dell’intelligenza artificiale, senza nemmeno dover riformulare la domanda.

Pensaci: il tuo competitor è a un click di distanza, dentro la stessa schermata.

La seconda priorità riguarda le recensioni, che ormai sono sempre più importanti, come è emerso anche dalla nostra conversazione con la SEO Joy Hawkins.

Quando le recensioni negative restano senza risposta o il sentiment generale è basso, la credibilità di quella scheda crolla, e crolla proprio nel momento in cui l’utente sta decidendo se fidarsi o meno di te.

Prima potevi curare le testimonianze sul tuo sito, sceglierle, contestualizzarle. Ora quelle recensioni stanno davanti a tutto, senza filtro, dentro una vetrina che non controlli del tutto.

Gestire la reputazione online, rispondere ai commenti, sollecitare feedback positivi da chi è soddisfatto, non è più un’attività accessoria da fare quando c’è tempo.

È diventata una delle poche leve che hai ancora in mano.

Gli annunci sono ovunque, ma non ti salvano dall’invisibilità

E qui arriva la seconda parte della storia, quella degli annunci, raccontata da un’altra ricerca, questa volta condotta da SE Ranking.

Se pensavi che comprare pubblicità dentro l’AI Mode fosse la scorciatoia per farsi vedere sempre e comunque, i dati che leggerai potrebbero essere una delusione.

Lo studio ha analizzato quasi 15mila query commerciali statunitensi e ha scoperto che Google ha mostrato annunci testuali nel 29,45% delle ricerche commerciali analizzate, un dato che si avvicina quasi a una ricerca su tre.

Studio SE Ranking, 14 luglio 2026, "AI Mode now shows ads on nearly 1 in 3 commercial queries"
SE Ranking

Gli annunci, va detto, tendono ad arrivare in coppia: nella maggioranza dei casi, per la precisione nel 71,1% delle query che generano pubblicità, compaiono due annunci nella stessa risposta, mentre nel restante 28,9% dei casi ne compare solo uno.

Studio SE Ranking, 14 luglio 2026, "AI Mode now shows ads on nearly 1 in 3 commercial queries"
SE Ranking

Il fattore che predice meglio la comparsa di un annuncio non è il volume di ricerca né la difficoltà della parola chiave, ma il costo per click. Più una parola chiave è costosa, più è probabile vederla accompagnata da pubblicità: la presenza di annunci è del 24,33% per le parole chiave con CPC (Cost Per Click) sotto i due dollari, sale al 32,45% per quelle tra due e dieci dollari e arriva al 53,56% per quelle sopra i dieci dollari.

Se vendi qualcosa di costoso, insomma, aspettati compagnia pubblicitaria pesante ogni volta che qualcuno chiede consiglio all’AI.

Pensi che pagare Google sia la soluzione a tutti i problemi?

Beh, preparati al colpo di scena.

Comprare un annuncio non ti avvicina di un passo a diventare la fonte citata dall’AI, né a scalare posizioni nel posizionamento organico.

Solo l’11 per cento circa degli inserzionisti compare anche tra le fonti citate dalla stessa risposta, e appena l’1,95% viene citato con l’URL esatto della pagina pubblicizzata. In pratica, la stragrande maggioranza di chi paga per comparire non viene mai menzionato come fonte affidabile dall’AI.

Studio SE Ranking, 14 luglio 2026, "AI Mode now shows ads on nearly 1 in 3 commercial queries"
SE Ranking

E se speravi che l’investimento pubblicitario ti facesse anche scalare il ranking organico, la delusione continua: appena il 2% degli URL pubblicizzati compare anche tra i risultati organici della stessa ricerca, mentre a livello di dominio la percentuale sale ma resta modesta, intorno al 15%.

Certo, parte di questo scarto dipende dal fatto che molte landing page pubblicitarie non sono nemmeno pensate per posizionarsi organicamente. Ma il divario resta anche guardando ai domini, e anche allargando lo sguardo alle prime dieci, venti o cento posizioni.

Il messaggio è chiaro e potrebbe non piacerti: pubblicità, citazioni dell’intelligenza artificiale e SEO organica sono tre mondi separati, con regole proprie, e nessuno dei tre ti garantisce automaticamente gli altri due.

Il fronte pubblicitario si muove, e in fretta

C’è poi un pezzo del puzzle che riguarda il futuro prossimo. Durante il Google Marketing Live, l’azienda ha presentato due nuovi formati pubblicitari pensati proprio per l’AI Mode: i Conversational Discovery ads e gli Highlighted Answers, entrambi integrati direttamente dentro la risposta generata dall’intelligenza artificiale, non più accanto ad essa.

Vidhya Srinivasan, a capo della divisione pubblicitaria di Google, aveva già anticipato in una lettera annuale l’intenzione di ampliare gli spazi pubblicitari dentro l’AI Mode nel corso del 2026. E Google ha dichiarato che gli annunci dentro le AI Overview già oggi monetizzano a un tasso simile a quello della ricerca tradizionale, il che spiega perché l’azienda abbia tutto l’interesse a spingere in questa direzione.

Se questi nuovi formati diventeranno diffusi, la distinzione netta che oggi vediamo tra comprare uno spazio pubblicitario e comparire come fonte citata potrebbe iniziare a sfumare. Per ora restano due mondi separati, ma vale la pena tenerli d’occhio entrambi, perché le regole del gioco stanno cambiando più in fretta di quanto la maggior parte delle aziende riesca a seguire.

Per questo motivo, è sempre più importante affidarsi a un consulente SEO che sappia costruire l’autorevolezza del brand e trasformarlo in una fonte affidabile per i motori di risposta basati sull’intelligenza artificiale, così da aumentare le probabilità di essere selezionati e citati nelle risposte generate dall’AI.

La fiducia dell’IA non si compra così facilmente

Torniamo a te, seduto davanti al computer con il tuo sito curato e la sensazione un po’ amara di aver perso terreno.

La buona notizia, se vogliamo chiamarla così, è che la partita non è chiusa, si è solo spostata su un altro campo. Se il tuo settore rientra tra quelli locali, la priorità immediata è rendere la tua scheda Google impeccabile: orari corretti, foto recenti e di qualità, ogni campo compilato, ogni recensione seguita e gestita con attenzione, perché quella scheda oggi è spesso il primo e unico contatto che il cliente ha con te prima di decidere se fidarsi.

Se vendi prodotti, la domanda da porti è se il tuo catalogo, le tue specifiche tecniche e i tuoi dati sono strutturati in modo che Google possa leggerli e riproporli con precisione dentro un pannello prodotto, perché è lì che rischi di essere confrontato con la concorrenza senza nemmeno saperlo.

E se stai pensando di risolvere tutto con un budget pubblicitario più alto, ricordati che i numeri raccontano un’altra storia: pagare non ti compra automaticamente la fiducia dell’intelligenza artificiale, né una posizione migliore nei risultati organici.

Ti compra solo visibilità pubblicitaria, punto.

Il resto, la citazione, la reputazione, il posizionamento, si conquista con un lavoro fatto di dati aggiornati, contenuti curati e una presenza costante proprio dove Google ha deciso di spostare il centro della conversazione: l’AI Mode.

Se tutto questo ti ha fatto venire un leggero mal di testa, è normale: districarsi tra schede Google, citazioni AI e algoritmi che cambiano ogni due mesi non è un lavoro da fare nei ritagli di tempo.

È il lavoro che facciamo noi ogni giorno.

Se vuoi che il tuo brand diventi la risposta preferita dell’intelligenza artificiale, la nostra agenzia SEO e GEO è pronta a costruire con te quella presenza, passo dopo passo, citazione dopo citazione.

Scrivici oggi stesso!


Google vuole trattenere i clienti dentro AI Mode: domande frequenti

Perché Google AI Mode mostra sempre più spesso le schede Google invece dei siti aziendali?

Google AI Mode utilizza sempre più spesso Google Business Profile e Product Knowledge Panel come pagine di destinazione interne. In questo modo può fornire direttamente orari, recensioni, indirizzi, caratteristiche dei prodotti e altre informazioni senza indirizzare necessariamente l’utente verso il sito ufficiale dell’azienda.

Come può un’azienda migliorare la propria visibilità dentro Google AI Mode?

Le aziende locali dovrebbero mantenere completo e aggiornato il proprio Google Business Profile, controllando orari, immagini, informazioni e recensioni. Chi vende prodotti dovrebbe invece curare cataloghi, specifiche tecniche e dati strutturati, così da permettere a Google di comprendere e mostrare correttamente le informazioni nei Product Knowledge Panel.

Comprare annunci in Google AI Mode aumenta le probabilità di essere citati dall’intelligenza artificiale?

No. Secondo i dati riportati, solo una piccola parte degli inserzionisti compare anche tra le fonti citate dall’AI Mode e appena l’1,95% viene citato con l’URL esatto della pagina pubblicizzata. Pubblicità, citazioni dell’intelligenza artificiale e posizionamento organico restano quindi canali distinti.

Roberto Serra

Mi chiamo Roberto Serra e sono un digital marketer con una forte passione per la SEO: Mi occupo di posizionamento sui motori di ricerca, strategia digitale e creazione di contenuti.

1 commento su “Google vuole trattenere i clienti dentro AI Mode (sempre di più)”

  1. Sabrina Coppola

    Stiamo diventando bravissimi a curare giardini che non sono nostri, pagando l’affitto a un padrone di casa che domani potrebbe cambiare le serrature. La nostra presenza online è una concessione, non più una proprietà.

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