Nell’era dell’AI Search i clienti incrociano Google, social, recensioni e strumenti di intelligenza artificiale prima di decidere se fidarsi di te o no
📌 TAKE AWAYS
L'AI Search sta cambiando il modo in cui i clienti cercano e verificano le attività locali, affiancando Google, social e recensioni.
Per essere visibili, aziende e professionisti devono essere riconoscibili come entità, garantendo informazioni coerenti, aggiornate e verificabili su tutto il web.
Ieri un potenziale cliente durante una call mi ha detto: “Ma io ho un sito ben fatto con buoni contenuti, prima o poi Google mi premierà”.
Questa visione quasi romantica e piena di speranza mi ha molto intenerito ma è del tutto anacronistica, come gli ho detto (con il dovuto tatto, ci mancherebbe…).
Ecco, non vorrei fare il Grinch, il mostro che distrugge i sogni, però la storia è molto diversa.
Oggi, nell’epoca dell’AI Search, il tuo cliente ideale agisce in modo molto diverso rispetto a ciò che ricordi con nostalgia: non digita più tre parole su Google, legge il primo risultato e ti chiama.
Eh no, fa molto di più.
Ti scopre in un posto, ti controlla in un altro, poi magari chiede una seconda opinione a un’intelligenza artificiale prima ancora di decidere se acquistare un prodotto o chiedere un preventivo.
Se gestisci un’attività con un sito web, questa non è una curiosità buona per i convegni di marketing: è il motivo per cui certi clienti ti sfuggono senza che tu capisca perché.
Dal percorso lineare al giro dell’oca
Per anni ci hanno raccontato la storia del funnel: awareness, considerazione, conversione, una scaletta ordinata che scende dall’alto verso il basso come l’acqua in un imbuto.
Beh, il report 2026 Local Discovery Index di SOCi, condotto su oltre mille consumatori statunitensi, smonta questa narrazione con numeri piuttosto netti.
L’83% delle persone usa i motori di ricerca per trovare un’attività locale, il 55% passa dai social e il 52% interpella uno strumento di intelligenza artificiale, il tutto nello stesso arco di trenta giorni e spesso nella stessa sessione di ricerca.
Bada bene: non sono canali alternativi tra cui scegliere, sono tappe di uno stesso giro che il cliente percorre più volte prima di fidarsi.

E ora arrivano i dati che potrebbero stupirti: il 99% delle persone legge le recensioni prima di varcare per la prima volta la porta di un’attività. Il 43% dà un’occhiata al profilo social per farsi un’idea del posto, il 38% controlla il menu o l’offerta.
Poi, al momento della scelta vera e propria, il 72% preferisce chi risponde alle recensioni, il 59% è diventato cliente grazie a un post o un video sui social, e il 63% ha rinunciato a un’attività perché non trovava un’informazione che gli serviva.
Pensaci dal punto di vista del cliente: non sta seguendo un percorso, sta facendo un controllo incrociato, come quando compri un elettrodomestico e apri quattro schede del browser prima di decidere. La differenza è che oggi una di quelle schede parla, e si chiama ChatGPT, Claude o Gemini.
Il salto più interessante riguarda proprio l’intelligenza artificiale, che tre anni fa per la ricerca locale semplicemente non esisteva come categoria misurabile.
Nel 2024 l’uso mensile complessivo dei motori di ricerca per scoprire attività locali era al 71%, oggi è all’84%. I social sono passati dal 40% al 78%.
L’uso generale di strumenti AI, che nel 2025 si aggirava attorno al 19%, oggi tocca il 60%, e chi già li usava un anno fa oggi lo fa il 39% in più. È il canale cresciuto più in fretta in assoluto, e cresce ancora più velocemente tra chi guadagna di più: solo il 47% di chi ha un reddito sotto i 50mila dollari usa regolarmente l’AI per cercare attività locali, contro il 76% di chi supera i 100mila.
Per fasce d’età, sono i Millennial a guidare la carica con il 63%, seguiti dalla Gen Z al 49% e dalla Gen X al 48%, mentre tra i Baby Boomer si scende all’11%.
Ecco, se il tuo pubblico ha un potere d’acquisto medio-alto e non è composto solo da pensionati, l’AI probabilmente ti sta già giudicando, che tu lo sappia o no.
Chi decide cosa vedi quando chiedi a un’AI
Qui però il discorso si fa più interessante, perché non basta sapere che le persone usano l’AI: bisogna capire come quell’AI costruisce le sue risposte, e la scoperta delle ultime settimane cambia parecchio le carte in tavola.
ChatGPT si è costruito una casa propria, non vive più in affitto da Google
Per due anni la convinzione condivisa tra chi lavora nella SEO era semplice: ChatGPT non ha un proprio indice di ricerca, si appoggia a Bing e basta. Il ricercatore Tomek Rudzki di Peec AI ha dimostrato che questa convinzione è sbagliata, e lo ha fatto osservando qualcosa che pochi guardano, cioè gli scambi tra il server di OpenAI e il browser mentre ChatGPT genera una risposta.
Tra il 21 maggio e il 21 luglio 2026, un campo interno chiamato result_source compariva regolarmente in questi eventi con solo quattro valori possibili: Labrador, Bright, Oxylabs e SERP.
Tre sono fornitori esterni che raccolgono dati da altri motori di ricerca. Labrador, invece, è il nome interno dell’indice proprietario di OpenAI, e non è un indice unico ma una famiglia di indici verticali: uno per il web generico, uno per i PDF, uno per YouTube, uno per le notizie diviso addirittura per fasce temporali, più indici dedicati ad arXiv, Wikipedia, ricerca locale, finanza, ambito legale, medico, shopping e immagini.
Eh sì, sembra proprio la struttura costruita da Google in vent’anni di attività!
C’è anche una prova ancora più diretta, emersa durante il processo antitrust intentato dal Dipartimento di Giustizia americano contro Google, come scrive Reuters.
Nick Turley, a capo di ChatGPT, ha dichiarato sotto giuramento che OpenAI aveva riscontrato problemi seri di qualità con i dati di ricerca forniti da partner diversi da Google, che nel frattempo aveva rifiutato una collaborazione diretta.
Da lì la decisione, già nel 2023, di costruire un indice interno, con l’obiettivo dichiarato di rispondere all’80% delle query senza appoggiarsi a fornitori esterni entro la fine di quello stesso anno. Turley ha aggiunto che servirebbero comunque almeno cinque anni per capire se coprire il 100% delle query in autonomia sia realmente possibile: un’ammissione che racconta bene quanto sia complicato costruire un motore di ricerca da zero, anche per un’azienda con le risorse di OpenAI.
Sai dove si vede tutto questo con maggiore chiarezza?
Nello shopping, osserva Tomek Rudzki di Peec AI.
A metà agosto 2026 OpenAI stava testando dal vivo, su circa l’8% delle conversazioni, un esperimento chiamato “prefer-index-over-serp-v3”: in pratica, in una conversazione su dieci l’azienda proponeva ai propri sistemi di fidarsi del proprio indice invece di andare a copiare i risultati da altri motori di ricerca, per vedere quale delle due strade funzionasse meglio.
Dietro le quinte il meccanismo è più complesso di quanto sembri, ma si può riassumere così: innanzitutto un primo filtro scrematura veloce riduce il campo a una decina di siti papabili, poi un secondo sistema più raffinato analizza fino a 400 prodotti candidati e li mette in ordine di rilevanza, infine un terzo strumento confronta il significato delle descrizioni (non solo le parole usate) per capire quali prodotti assomigliano davvero a quello cercato dall’utente.
È un po’ come se, invece di un solo commesso che guarda lo scaffale, ce ne fossero tre in fila, ognuno con un compito diverso, prima di consigliarti cosa comprare.
Al 2 settembre 2026 risultavano attivi almeno cinque esperimenti di questo tipo solo sullo shopping, segno che OpenAI sta ancora regolando il meccanismo, non l’ha già finalizzato.
Un altro dettaglio che a me pare da non sottovalutare è quello del caching: il ricercatore Metehan Yesilyurt ha pubblicato un sito da un miliardo di pagine solo per vedere quante ne avrebbe raccolte il crawler di ChatGPT, e a inizio settembre 2026 il conteggio era già a sei milioni di pagine, con un ritmo di 35mila richieste ogni ora.

Un crawler così aggressivo non serve a niente se non stai costruendo qualcosa con quei dati, ed è la controprova più solida che l’indice esiste davvero e viene alimentato in continuazione.
Attenzione però a buttare il bambino con l’acqua sporca: Google resta dentro il sistema.
Malte Landwehr, product officer di Peec AI (l’avevamo intervistato qui, se ben ricordi), ha condotto un esperimento pulito su un sito senza traffico organico, interrogando solo ChatGPT su quel dominio in giorni precisi, e Google Search Console ha registrato picchi di traffico proprio in quei giorni: prova diretta che ChatGPT continua a interrogare Google per ancorare le sue risposte.
Il punto, per te che gestisci un’attività, è che essere ben posizionati su Bing non garantisce più nulla su ChatGPT: sono due sistemi che si somigliano sempre meno.
Le domande che l’intelligenza artificiale si fa da sola quando tu non guardi
C’è un secondo equivoco altrettanto diffuso, ed è pensare che l’AI cerchi online più o meno con le stesse parole chiave che useresti tu su Google.
Il ricercatore Pete Meyers di Moz (protagonista di SEO Confidential ad agosto 2026) ha analizzato 5.333 query di “grounding” generate autonomamente da Gemini per rispondere a mille argomenti diversi, e il quadro che emerge è parecchio diverso da quello a cui la SEO tradizionale ci ha abituati.
Le query hanno una lunghezza media di 6,56 parole, con più della metà comprese tra le sei e le sette parole, quindi decisamente più lunghe e articolate di una ricerca digitata da una persona su uno smartphone. Alcune superano le quindici parole e assomigliano più a stringhe di termini tecnici incollati insieme che a un pensiero umano, perché in fondo non lo sono: sono ricerche che una macchina fa per un’altra macchina, per colmare i buchi nella propria conoscenza.

Un dettaglio che trovo particolarmente utile per chi lavora sui contenuti è che il 33% di queste query cita esplicitamente un anno, segno che il sistema è consapevole di avere una base di conoscenza non aggiornatissima e cerca attivamente informazioni recenti.
Gemini 3.5, secondo quanto dichiarato da Google, ha un limite di addestramento a marzo 2026, ma può contenere dati vecchi anche di più di un anno: da qui l’esigenza costante di andare a cercare conferme fresche.
Tradotto in pratica: se i tuoi contenuti riportano date, aggiornamenti e riferimenti temporali chiari, hai molte più probabilità di intercettare proprio quel tipo di ricerca automatica che l’AI genera per colmare le proprie lacune.
Ottimizzare solo per le parole che digitano i clienti è come prepararsi per un colloquio di lavoro ignorando che ce n’è un secondo, fatto da un algoritmo che pone domande completamente diverse.
Al centro di tutto restano le entità, cioè chi sei davvero agli occhi delle macchine
Google e i grandi modelli linguistici non leggono il tuo sito come farebbe una persona: cercano di ricostruire chi sei, cosa fai, con chi lavori e perché qualcuno dovrebbe fidarsi di te, mettendo insieme frammenti sparsi in tutto il web.
Qui entra in gioco il concetto di entità. Per un motore di ricerca, un’entità è qualcosa di preciso e identificabile: una persona, un’azienda, un prodotto, un luogo, un’organizzazione o un evento, come ci ha raccontato bene qui Emilia Gjorgjevska.
Per esempio, “Apple” può indicare l’azienda tecnologica oppure il frutto. Google deve capire quale entità stiamo cercando e collegare a quella corretta tutte le informazioni disponibili.
Lo stesso vale per la tua attività. Il sistema deve capire che quella specifica azienda esiste, dove si trova, cosa offre, chi la gestisce e quali informazioni sono realmente associate a lei. Per farlo, confronta il sito, Google Business Profile, social, recensioni, articoli e altre fonti online.
In pratica, costruisce un identikit della tua attività. Più le informazioni sono chiare, coerenti e confermate da fonti diverse, più è facile per Google e per l’AI capire chi sei e rappresentarti correttamente (ce ne ha parlato Alex Moss in SEO Confidential).
Il Knowledge Graph di Google esiste da più di quindici anni proprio per catalogare queste entità, ma nel 2025 la società di analisi Kalicube ha rilevato che oltre tre miliardi di entità sono scomparse dal Knowledge Graph durante un solo aggiornamento di giugno, un segnale che Google sta alzando parecchio l’asticella su chi merita di essere considerato affidabile.

Ecco, a mio parere, la maggior parte delle piccole imprese italiane perde punti non per mancanza di contenuti, ma per incoerenza (spesso anche banale): un indirizzo scritto in tre modi diversi tra sito, Google Business Profile e pagina Facebook, un fondatore che compare come “Marco Rossi” in un posto e “M. Rossi” in un altro, recensioni mai lette né tanto meno commentate.
Sono dettagli che a un cliente umano sembrano trascurabili, ma che per un sistema che deve disambiguare la tua identità pesano davvero tanto, come ci ha detto Andrea Volpini durante la nostra intervista.
La ricetta del SEO Harry Clarkson-Bennett si può riassumere in tre mosse concrete: controlla tutto quello che possiedi, dal sito alla scheda Google Business fino ai profili social, e rendilo coerente nei minimi dettagli; racconta con chiarezza chi sei nelle pagine che contano, con una struttura di titoli logica e dati strutturati corretti; infine dimostra chi sei davvero, con biografie reali, credenziali verificabili e collegamenti a profili autentici, perché nessun sistema automatico premia chi non lascia tracce verificabili di esistere davvero.

La domanda giusta non è più “come mi trovano” ma “come mi verificano”
Se mi hai seguito fino a qui, avrai già intuito che non esiste un solo trucco, un plugin magico o una singola parola chiave capace di risolvere il problema della visibilità AI.
Quello che sta succedendo è che Google, ChatGPT, Gemini, Instagram e le recensioni dei clienti stanno diventando pezzi dello stesso mosaico, interrogati uno dopo l’altro dalla stessa persona nel giro di pochi minuti.
Il 67% di chi usa l’AI per cercare un’attività locale ammette di aver ricevuto almeno una volta un’informazione sbagliata, e solo il 27% dice di fidarsi più di un anno fa: per questo, dopo che un’AI consiglia un’attività, il primo istinto della maggior parte delle persone è andare a controllare le recensioni, prima ancora di contattare direttamente il negozio o lo studio professionale.
Il tuo compito, allora, smette di essere semplicemente “farsi trovare” e diventa qualcosa di più simile a “resistere al controllo”.
Vuol dire avere orari, indirizzo e servizi identici e aggiornati ovunque tu compaia online, rispondere alle recensioni come faresti con una telefonata importante, tenere vivi i profili social con contenuti reali e non solo promozionali, e assicurarsi che chiunque scriva di te, dal giornalista locale al cliente su TripAdvisor, racconti una versione dei fatti coerente con quella che tu stesso racconti.
Non è una strategia che si esaurisce in una settimana di lavoro, ed è probabilmente questo il motivo per cui tante piccole imprese la rimandano.
Se il 63% dei clienti sceglie un’altra attività quando non trova un’informazione importante e il 52% usa l’intelligenza artificiale per avere un secondo parere, essere presenti online non basta più. Devi fare in modo che Google, ChatGPT e gli altri motori di risposta trovino informazioni corrette, complete e coerenti sulla tua attività.
Oggi, quindi, non basta essere visibili: bisogna diventare una fonte affidabile e riconoscibile anche per l’intelligenza artificiale.
Se vuoi fare in modo che la tua azienda venga trovata, compresa e citata più facilmente dai motori di risposta AI, scrivi alla nostra agenzia SEO e GEO. Ti aiutiamo a costruire una presenza solida e a trasformare il tuo brand in una fonte privilegiata per Google, ChatGPT e gli altri sistemi di ricerca basati sull’intelligenza artificiale.
Google non ti basta più, ora devi convincere anche l’AI: domande frequenti
Quanto viene utilizzata l’intelligenza artificiale per cercare attività locali?
L’uso degli strumenti di intelligenza artificiale per cercare attività locali è passato da circa il 19% nel 2025 al 60% nel 2026. Tra chi ha un reddito superiore a 100mila dollari la percentuale raggiunge il 76%, mentre tra i Millennial arriva al 63%.
Essere ben posizionati su Bing garantisce la visibilità su ChatGPT?
No, ChatGPT sta sviluppando un proprio indice di ricerca, chiamato internamente Labrador, articolato in diversi indici verticali. ChatGPT continua anche a interrogare Google in determinati casi, quindi la visibilità su Bing non garantisce automaticamente la presenza nelle risposte di ChatGPT.
Perché la coerenza delle informazioni online è importante per l’AI Search?
Google e i grandi modelli linguistici cercano di ricostruire l’identità di un’attività mettendo insieme informazioni provenienti da diverse fonti online. Avere indirizzo, nome, servizi e altre informazioni coerenti tra sito, Google Business Profile e social aiuta i sistemi automatici a identificare correttamente l’attività e a verificarne l’identità.

Smettetela di voler sedurre un algoritmo; è un filtro darwiniano per il business. La vostra coerenza digitale è la spina dorsale del vostro avatar. Molti qui sembrano non averne una, a quanto pare.
L’obiettivo non è convincere una macchina, ma assemblare il simulacro digitale perfetto che essa possa digerire e rigurgitare al momento giusto. Il marketing è diventato una forma di necrofilia digitale.
Il mio lavoro è diventato sedurre un collage di dati impazzito. Che spavento.
Questa AI non ricostruisce, ricopia. Smettiamo di lamentarci e diamole semplicemente i dati corretti.
Affidiamo la nostra reputazione a un’intelligenza che la “ricostruisce” a suo piacimento; e se un giorno ci svegliassimo essendo diventati completamente altro?
@Alessandra Lombardi Più che diventare altro, è un collage fatto da un artista bendato. Se i pezzi che gli diamo sono spazzatura, il quadro finale sarà un capolavoro dell’assurdo. La coerenza è il nostro unico pennello.
Anziché lamentarsi dei cantanti stonati, bisognerebbe notare che il nuovo palco non premia il talento, ma la coerenza quasi burocratica delle informazioni. La nostra reputazione è ridotta a una questione di data entry.
@Tommaso Sanna Non serve più talento, basta compilare i moduli con la calligrafia giusta.
@Tommaso Sanna Questa “coerenza burocratica” è solo il nuovo nome del talento. Il nostro lavoro non è più cantare, ma accordare lo strumento per la macchina.
Ci si agita per un’eco digitale: se la voce originale è stonata, il suo riverbero algoritmico non può che essere cacofonico. Dov’è la sorpresa?
@Renato Martino il punto non è l’eco, ma i cantanti stonati che si ostinano a non prendere lezioni. L’AI è solo il nuovo palco che amplifica la stecca. Quando si impara a cantare?
@Laura Negri Il problema non è la stecca, è la canzone vuota. L’intelligenza artificiale non scrive i testi, si limita ad alzare il volume.
Vedo molta sorpresa per una cosa ovvia: la coerenza. L’AI non inventa nulla, espone solo le identità digitali schizofreniche costruite in anni di pressapochismo. È la semplice selezione naturale della credibilità.
Melissa Negri, la coerenza è il minimo sindacale. Questo non è un processo naturale, è un casting forzato. L’AI è il regista che ci giudica. Ma chi ha scritto la sceneggiatura? Ho il timore che il vero gioco ci stia sfuggendo di mano.
@Melissa Negri “Selezione naturale” è un modo elegante per definirla. In pratica, l’AI è solo l’esecutore testamentario che legge il necrologio scritto dall’azienda stessa.
L’AI non indaga, fa solo i conti. Se il totale non torna, vieni semplicemente cancellato. Mi chiedo quanti resteranno a galla tra un anno.
L’AI non fa un’indagine, mette in ordine i fatti. Se la tua azienda è un casino, l’AI lo certifica. Punto.
Più che un interrogatorio, la considero un’ispezione fiscale dell’identità digitale. Per anni abbiamo disseminato dati incoerenti come briciole e ora ci stupiamo se la macchina non ricostruisce la pagnotta intera. La coerenza non è una scelta, è semplicemente l’unica via d’uscita.
Il SEO era un concorso di popolarità, ora l’AI ci fa il terzo grado. Dati incoerenti e diventi un fantasma digitale. Quando capiremo che la coerenza batte la furbizia spicciola di una volta?
Laura Negri, più che un’epifania sulla coerenza, la definirei un adattamento darwiniano. L’intelligenza artificiale non premia l’onestà, scarta semplicemente i profili digitali incoerenti, come un sistema immunitario. La nuova furbizia è solo una precisione maniacale, non un’illuminazione etica.