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Contattaci oraRaccomandazione sul noindex predefinito per pagine utente; due giorni dopo, annuncio apre ai ristoranti il controllo sui fornitori di ordinazioni.
Google ha esteso la guida sullo spam alle pagine condivise generate dagli utenti, chiedendo ai siti di applicare il noindex per impostazione predefinita. La misura sposta sui proprietari l'onere della pulizia, garantendo a Google un indice più ordinato. Resta il dubbio sul perché l'azienda riduca le pagine mentre ammette che la ricerca tradizionale rende più delle risposte AI.
Google chiede ai siti di nascondere le pagine che i loro stessi utenti creano e condividono. Non è un nuovo filtro e non è una penalità annunciata: è un’indicazione. Lo scorso 26 ottobre, come riportato da la rassegna settimanale di Search Engine Journal, l’azienda ha aggiunto alla sua guida sullo spam una sezione dedicata alle pagine condivisibili. La raccomandazione è applicare per impostazione predefinita il noindex, cioè il segnale che dice al motore di ricerca di non mostrare quella pagina nei risultati, oppure bloccarne del tutto la scansione. Detto in altre parole, la responsabilità di fare pulizia passa al proprietario del sito. E allora la domanda viene da sé: perché Google vuole meno pagine proprio adesso?
Le pagine che i tuoi utenti creano possono diventare spam
Partiamo da cosa dice esattamente la novità. Secondo Search Engine Journal, l’aggiornamento della scorsa settimana ha ampliato le regole sullo spam generato dagli utenti per includere in modo esplicito “pagine condivise, contenuti generati o web app”. Pensiamo a uno strumento online che produce un risultato con un link da girare agli amici, a un generatore di testi o immagini, a una piccola applicazione che crea una pagina per ogni utente. Fino a ieri erano zone grigie. Oggi Google le nomina una per una e suggerisce di tenerle fuori dall’indice fin dall’inizio, non dopo che qualcuno ne ha abusato.
Il motivo dichiarato non è nuovo. Nella sua guida alla prevenzione dello spam generato dagli utenti, Google spiega che gli spammer sfruttano spesso moduli di commento aperti e altri spazi in cui chiunque può inserire contenuti, generando pagine spazzatura su siti che non se ne accorgono. Il problema è reale. Ma c’è un paradosso: il sito vittima diventa anche quello che deve lavorare di più, perché tocca a lui chiudere le porte. Google ottiene un indice più pulito senza dover scovare da solo ogni pagina abusiva. Chi ci guadagna, in questo spostamento di carico, è abbastanza evidente.
Eppure, mentre chiede ai siti di chiudere porte, due giorni dopo Google ne apre una a una categoria precisa di attività.
Ai ristoranti un interruttore che prima non c’era
La porta è quella dei ristoranti. Il 28 ottobre Lisa Landsman di Google ha annunciato in un post pubblicato su LinkedIn che i ristoranti possono ora disattivare specifici fornitori di ordinazioni di terze parti direttamente dalla dashboard di Google Business Profile, la scheda che compare quando qualcuno cerca un locale su Google o su Maps. Il contrasto con prima è netto. Come sottolineato da Search Engine Roundtable, fino a pochi giorni fa bisognava inviare una richiesta di rimozione a ciascuna piattaforma e aspettare fino a cinque giorni lavorativi. Adesso è un interruttore. Il ristoratore decide chi può comparire accanto al suo nome quando un cliente vuole ordinare.
È una buona notizia per chi gestisce un locale, senza dubbio. Ma Google sta riordinando la sua vetrina, e dietro questo riordino c’è una questione di soldi che lo stesso management ha ammesso apertamente.
AI Mode cresce, ma rende meno
Prima il dato rassicurante. Secondo i risultati del terzo trimestre pubblicati da Alphabet nei giorni scorsi, i ricavi di Google Search & other sono cresciuti del 12% su base annua, arrivando a 63,35 miliardi di dollari. Una cifra enorme, che però va letta nel suo contesto: nel primo trimestre la crescita era stata del 19%, nel secondo del 17%. La ricerca continua a fare soldi, ma il ritmo rallenta.
Poi l’ammissione. Philipp Schindler, responsabile commerciale di Google, ha spiegato che “la forte crescita delle query in AI Mode ha avuto un impatto a causa della minore monetizzazione che stavamo vedendo in AI Mode”. Tradotto: AI Mode, la modalità in cui Google risponde con un testo generato dall’intelligenza artificiale invece che con la classica lista di link, piace agli utenti e viene usata sempre di più. Ma ogni ricerca fatta lì rende meno di una ricerca tradizionale, perché ci sono meno spazi pubblicitari e meno clic. È un’ammissione rara, e vale la pena tenerla a mente ogni volta che Google presenta le sue funzioni AI come un vantaggio per tutti.
C’è poi un’altra domanda, che interessa direttamente chi produce contenuti: quali pagine vengono scelte come fonte da queste risposte? Un’analisi di TJ Robertson su 193.507 risposte AI offre un indizio concreto. Le pagine citate rispondevano direttamente alla domanda già nelle righe iniziali nel 23% dei casi, contro il 14% delle pagine che comparivano per la stessa risposta ma non venivano citate. Non è una formula magica, e la maggior parte delle pagine citate non lo fa. Però la differenza c’è. Andare dritti al punto paga.
Messi insieme, i tre fatti raccontano una direzione coerente. Meno pagine nell’indice, con i siti chiamati a fare pulizia. Meno intermediari tra un’attività e i suoi clienti. Risposte AI che premiano chi risponde subito. Il tutto mentre la parte più nuova della ricerca rende meno di quella vecchia.
Per chi fa impresa online, quindi, cambiano tre cose concrete. Le pagine generate dagli utenti vanno governate prima che lo faccia Google, con il rischio di vedersele trattate come spam. Chi ha un’attività locale, almeno nella ristorazione, ha più controllo su come appare e su chi gli sta accanto. E i contenuti che rispondono subito alla domanda hanno più probabilità di essere citati dall’intelligenza artificiale. Resta aperta la questione più grossa: come Google proverà a far rendere AI Mode quanto la ricerca tradizionale. Da quella scelta, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, dipenderà dove finirà il traffico. E chi lo pagherà.
