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Altman ha detto che la RAM nei PC è uno spreco

Scritto da
Anita Innocenti
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Il CEO di OpenAI: memoria nei PC è uno spreco, i data center assorbono la produzione mondiale.

Sam Altman ha definito un terribile spreco la RAM nei PC, usata solo il cinque percento del tempo, sostenendo che la memoria vada concentrata nei data center. La logica è coerente per un gestore di infrastruttura, ma OpenAI stessa ha prenotato forniture imponenti, fino a 900.000 wafer DRAM al mese. Il rischio è che i prezzi di laptop e telefoni salgano.

Usata appena il cinque percento del tempo e ferma per tutto il resto: secondo Sam Altman è uno spreco che il mondo non si può permettere. Il CEO di OpenAI ha detto in un’intervista che è «terribile» avere la RAM nei computer personali invece che nei data center. La frase è stata ripresa due giorni fa, il 30 ottobre, come riportato da The Verge nel suo articolo sulla carenza di RAM. Sembra una provocazione da palco. In realtà è un piccolo manifesto economico, e la domanda da farsi è semplice: terribile per chi?

Il cinque percento che non piace ad Altman

Il ragionamento, nelle sue parole, è questo: «da una prospettiva di allocazione globale, è piuttosto terribile che ognuno abbia un pezzo dell’offerta mondiale limitata di DRAM nel proprio computer, usata il cinque percento del tempo». La DRAM è la memoria di lavoro dei dispositivi, quella che il computer usa mentre fa girare programmi e applicazioni. E poi la conclusione: «in un ambiente con un’offerta così vincolata, vuoi la massima utilizzazione nel cloud».

Tradotto: se la memoria scarseggia, conviene metterla dove lavora sempre, cioè nei server che noleggiano potenza di calcolo a tutti. È una logica da gestore di infrastruttura, ed è coerente. Solo che chi la pronuncia è anche uno dei clienti più affamati di quella memoria. E qui c’è un dettaglio che vale la pena guardare da vicino. Altman parla di «offerta limitata». Ma una buona parte di quell’offerta, in realtà, è già stata prenotata. Da chi?

Wafer prenotati, wafer sottratti

La risposta, in parte, è OpenAI stessa. Samsung e SK Hynix, due dei maggiori produttori di memoria al mondo, hanno accordi a lungo termine con gli operatori cloud e con progetti come Stargate, l’iniziativa di OpenAI per costruire data center dedicati all’intelligenza artificiale. Accordi che, scrive The Verge, hanno riservato gran parte della produzione mondiale di RAM per i prossimi anni.

Per avere un’idea delle dimensioni basta leggere l’annuncio della partnership tra Samsung e OpenAI: una lettera di intenti firmata da OpenAI con Samsung Electronics, Samsung SDS, Samsung C&T e Samsung Heavy Industries per accelerare l’infrastruttura globale dei data center AI. Nello stesso documento c’è il numero che conta: la domanda di memoria di OpenAI è stimata fino a 900.000 wafer DRAM al mese. Il wafer è il disco di silicio da cui si ricavano i chip. Attenzione però: una lettera di intenti è una dichiarazione di direzione, non un contratto chiuso, e la cifra è una proiezione «fino a». Resta comunque la misura dell’appetito.

E OpenAI non è sola al tavolo. Secondo l’analisi di IDC sulla crisi globale della memoria, la domanda di HBM da parte degli hyperscaler, cioè i colossi del cloud come Microsoft, Google, Meta e Amazon, ha spinto i tre grandi produttori, Samsung Electronics, SK Hynix e Micron Technology, a spostare spazio produttivo e investimenti verso componenti enterprise a margine più alto. L’HBM è una memoria ad altissima velocità montata accanto ai processori grafici usati per addestrare e far girare i modelli di AI.

Qui sta il punto. IDC lo descrive senza giri di parole come un gioco a somma zero: ogni wafer destinato a uno stack HBM per una GPU Nvidia è un wafer sottratto alla memoria LPDDR5X di uno smartphone di fascia media o all’SSD di un portatile consumer. Le fabbriche non si allargano dall’oggi al domani. Quello che va ai data center non va nelle nostre tasche.

Ecco perché la frase di Altman suona diversa, riletta così. Non descrive solo un’inefficienza: descrive un mercato in cui ogni wafer va dove paga di più. E se i data center vincono questa partita, resta da capire quanto costerà la sconfitta a chi compra un telefono.

Il conto arriva sugli scaffali

La sconfitta ha un numero, ed è nei listini. Come spiega The Verge, i miliardi che le grandi aziende sono disposte a spendere per i chip sono il motivo per cui laptop, telefoni e altri dispositivi stanno diventando più cari proprio adesso. Nei giorni scorsi Fortune ha descritto l’effetto sui produttori: la carenza di memoria ha eroso i margini di chi fa elettronica, rendendo più difficile per i produttori di smartphone, PC e console evitare di alzare i prezzi. La carenza di RAM trainata dai data center AI, in sostanza, li sta costringendo a ritoccare i listini di portatili, telefoni e console.

Quanto? IDC ha fatto i conti sugli smartphone. Nell’ipotesi moderata, il prezzo medio di vendita potrebbe salire dal 3 al 5%. In quella pessimistica, dal 6 all’8%. Sono stime, non certezze, ma indicano una direzione chiara: a parità di modello, il telefono di domani rischia di costare di più di quello di oggi, e non perché sia migliore.

Per chi fa impresa online la frase di Altman non è una curiosità. Pensa ai portatili del team, ai telefoni aziendali, alle postazioni di lavoro: tutto hardware che contiene proprio quella memoria. Da una parte c’è la RAM che Altman vorrebbe nel cloud, sempre accesa e sempre sfruttata. Dall’altra c’è quella che paghi di più nel tuo computer. Il mercato indica una direzione precisa: hardware locale più caro e un incentivo crescente a spostare il calcolo nel cloud. Cioè esattamente dove i grandi operatori vogliono che finisca la memoria del mondo.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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