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Contattaci oraCausa del 30 ottobre cita AD, fondatori e consiglieri, come in casi simili su Adobe e Microsoft
La causa derivata Rosen v. Pichai chiama in giudizio i vertici di Google, non la società, sul copyright e sulla violazione del BIPA. Conta perché sposta la responsabilità sui doveri del consiglio di amministrazione, seguendo un copione già visto con Adobe e Microsoft. Resta però un'ipotesi accusatoria, senza decisione nel merito.
Sundar Pichai, Larry Page, Sergey Brin, John Hennessy, John Doerr, Kent Walker. Venerdì 30 ottobre, due giorni fa, una causa ha citato per nome queste sei persone. Il marchio Google non è il bersaglio principale. Phil Rosen ha depositato una nuova causa derivata degli azionisti sul copyright, intitolata Rosen v. Pichai. Nel mirino ci sono l’amministratore delegato e altri dirigenti e consiglieri del gruppo, tra cui i due fondatori. La scelta di colpire chi siede nel consiglio di amministrazione invece della società è il primo elemento da guardare.
Sul banco non c’è Google, ci sono i suoi amministratori
Prima di tutto bisogna capire cosa sia una causa derivata. È un’azione con cui un azionista agisce per conto della società contro i suoi stessi vertici, accusandoli di averle causato un danno. In pratica non si chiede a Google di rispondere verso l’esterno: si chiede ai suoi amministratori di rispondere verso Google, cioè verso chi la possiede. Nel campo dell’intelligenza artificiale questo cambia la domanda. Non si chiede più soltanto se l’azienda abbia usato dati senza permesso. Si chiede se chi la guida lo sapesse e lo abbia lasciato fare.
C’è poi un elemento che distingue questa causa dalle precedenti, come nota il blog ChatGPT Is Eating the World, che l’ha segnalata per primo. Oltre alle contestazioni sul copyright, Rosen v. Pichai include una presunta violazione del BIPA, la legge dell’Illinois sulla privacy dei dati biometrici: volti, voci, impronte. Secondo la stessa fonte, questo potrebbe spiegare perché la causa sia stata depositata presso il tribunale federale del Northern District of Illinois. Va detto che si tratta di un’ipotesi del commentatore e non di una motivazione dichiarata. Resta da capire se sia un’iniziativa isolata o qualcosa di già visto.
Adobe, Microsoft, ora Google: lo stesso copione
Qualcosa di già visto, in effetti. Google è soltanto l’ultima azienda della lista. Come ha ricostruito il D&O Diary, un blog specializzato nella responsabilità di dirigenti e amministratori, Microsoft e Adobe sono già alle prese con cause derivate sul copyright quasi identiche. Quella contro Adobe risale ad aprile 2026, quella contro Microsoft a giugno. Nel caso di Microsoft l’accusa è che gli amministratori abbiano violato i loro doveri verso la società permettendo consapevolmente violazioni del diritto d’autore, e che in questo modo abbiano danneggiato l’azienda.
Messe in fila, le tre cause mostrano uno schema. Aprile, giugno, ottobre: tre grandi aziende tecnologiche, la stessa struttura giuridica e la stessa tesi. Secondo questa tesi, il modo in cui sono stati raccolti i dati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale non è un dettaglio operativo affidato agli ingegneri. È una scelta di cui il consiglio di amministrazione deve rispondere. Sullo sfondo c’è anche il caso Apple. Una causa riportata da Bloomberg Law sostiene che l’azienda abbia addestrato i propri modelli su raccolte di dati che includevano libri piratati e video estratti da YouTube senza autorizzazione.
Qui serve distinguere tra accuse e fatti accertati. Nessuna di queste cause, per quanto risulta dalle fonti, ha ancora prodotto una decisione nel merito. Non sappiamo se reggeranno davanti a un giudice. Sappiamo però che qualcuno ha deciso di sostenere in modo sistematico che l’uso dei dati nell’AI riguarda i doveri del board. Questa strategia, ripetuta azienda dopo azienda, è già un fatto. Se il disegno è chiaro, resta da capire quanto possa costare.
Il prezzo dei dati presi senza chiedere
Per avere un ordine di grandezza bisogna guardare i precedenti, e in materia di dati biometrici non mancano. Già nel 2021 Meta aveva accettato un accordo da 650 milioni di dollari per chiudere le contestazioni sul riconoscimento facciale basate proprio sul BIPA. Più di recente Google stessa ha concordato con lo Stato del Texas un accordo da 1,375 miliardi di dollari. Riguardava le accuse di raccolta illecita di dati sulla geometria del volto e di impronte vocali attraverso prodotti come Google Photos e Google Assistant. Rispetto al caso Meta,
la cifra è più che doppia.
Questi numeri non dicono quanto potrebbe costare Rosen v. Pichai, che è una causa diversa per natura e per destinatari. Dicono però che il contenzioso sui dati raccolti senza permesso ha già prodotto conti molto alti, e che Google li conosce bene. Una causa derivata usa proprio questo argomento: se l’azienda paga, qualcuno nel consiglio di amministrazione avrebbe dovuto impedirlo.
Per chi pubblica online, cioè editori, creatori di video, fotografi e aziende con un sito, la conseguenza è concreta. Se gli amministratori rispondono in prima persona dei dati usati per addestrare l’AI, la provenienza dei contenuti diventa un tema da consiglio di amministrazione e non solo da ufficio legale. Testi, video e immagini non sono più materiale da raccogliere liberamente. Diventano un fattore di rischio che le piattaforme dovranno valutare e, prima o poi, negoziare con chi li produce. Chi ci guadagna? Per ora gli avvocati. Ma chi produce contenuti si trova, forse per la prima volta, con un po’ di peso in più al tavolo.
