La difesa di Anthropic punta sulla sentenza Cox v. Sony per alzare l’asticella delle prove richieste
Mentre l’industria discuteva di dataset di addestramento e fair use, Anthropic ha spostato un’altra pedina. La scorsa settimana, il 5 agosto, l’azienda ha presentato una mozione per archiviare le accuse di violazione legate agli output e la richiesta DMCA CMI nel caso Concord Music II. Non è un dettaglio tecnico: è un segnale preciso su dove si sta concentrando la difesa legale delle aziende di IA generativa. E la Corte Suprema, con una sentenza di marzo, ha offerto un appiglio che fino a pochi mesi fa non esisteva.
La mossa a sorpresa sugli output
La mozione è arrivata in contemporanea con quella presentata da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, e si inserisce in un quadro processuale già in movimento. Lo scorso mese, entro luglio, gli editori musicali avevano abbandonato le accuse di violazione contributiva e vicaria nella causa Concord contro Anthropic. Una rinuncia che ha ridisegnato il perimetro del contendere: restano in piedi le accuse di violazione diretta, ma con un’architettura molto più fragile.
Il tribunale, in una fase precedente del procedimento, aveva già respinto le accuse di violazione secondaria e di alterazione delle informazioni sulla gestione del copyright, concedendo però agli editori la possibilità di riformularle. Ora Anthropic torna all’attacco sostenendo che le nuove formulazioni non reggono. Secondo l’azienda, le accuse relative agli output di Claude sono troppo generiche: “senza alcun esempio, le accuse essenziali dei Publishers sugli output di Claude non configurano un reclamo per violazione diretta”. In sostanza, Anthropic contesta la mancanza di prove concrete che dimostrino che il modello abbia effettivamente prodotto contenuti identici o sostanzialmente simili a opere protette.
La richiesta di archiviazione del DMCA CMI – l’accusa di aver rimosso o alterato informazioni sulla gestione dei diritti digitali – segue la stessa logica. Anthropic ritiene che l’impianto accusatorio poggi su ipotesi, non su fatti documentati. Ma cosa rende questa mossa così efficace proprio adesso?
L’effetto domino della sentenza Cox
La domanda è: perché proprio ora? La risposta si trova in una sentenza che non riguarda direttamente i modelli linguistici, ma che ne sta ridisegnando i confini di responsabilità. La sentenza Cox v. Sony della Corte Suprema, emessa lo scorso marzo 2026, ha alzato l’asticella per le accuse di violazione contributiva contro le aziende tecnologiche. Il principio è lineare: se un software ha usi non illeciti significativi, non si può automaticamente attribuire al suo sviluppatore la responsabilità per ciò che gli utenti decidono di farne.
È un paradosso solo apparente. Gli editori hanno già ritirato le accuse di violazione contributiva, quindi tecnicamente Cox v. Sony non si applica direttamente al caso Concord II. Ma la logica della sentenza filtra nel ragionamento giuridico: se persino le accuse esplicite di contribuzione all’illecito sono diventate più difficili da sostenere, a maggior ragione lo sono quelle che tentano di imputare ad Anthropic una responsabilità diretta per ogni output generato da Claude. Il software, argomenta Anthropic, “non induce alla violazione né è progettato per violare copyright”. Produce testi, riassunti, analisi. È uno strumento multiuso, non un motore di pirateria.
La Corte Suprema ha di fatto tracciato una linea: un’azienda non può essere considerata complice di violazione solo perché il suo prodotto potrebbe, in determinate circostanze e su input specifico di un utente, generare contenuti che ricordano opere protette. Anthropic usa questo principio come uno scudo, sostenendo che le accuse dei Publishers mancano del requisito di specificità necessario per superare la soglia del dibattimento. Senza esempi concreti di output effettivamente illeciti, la difesa ritiene che il caso non possa procedere.
Ma la partita non è chiusa. Un altro fronte resta aperto, e questa volta le accuse sono più articolate.
BMG e il fronte aperto delle cause parallele
Mentre Anthropic guadagna terreno in Concord II, un altro ricorso bussa alla porta. BMG ha intentato una causa contro Anthropic che riunisce in un unico procedimento quasi tutte le accuse possibili: violazione diretta tramite addestramento, violazione diretta tramite output, violazione diretta per aver scaricato dataset via torrent, più le accuse di violazione contributiva, vicaria e rimozione di informazioni sulla gestione del copyright. BMG controlla diritti su quasi quattro milioni di composizioni musicali e punta a dimostrare che la valutazione di 380 miliardi di dollari di Anthropic sarebbe stata costruita su opere protette utilizzate senza autorizzazione.
La causa BMG rappresenta un test più severo per le difese basate su Cox v. Sony. Qui le accuse di violazione contributiva e vicaria non sono state ritirate e, soprattutto, includono il nodo del torrenting, un comportamento attivo che va oltre la semplice messa a disposizione di un modello generico. Anthropic dovrà dimostrare che anche in questo caso le accuse sono infondate o, in subordine, che il suo software ha usi sostanzialmente non illeciti.
Il punto, per chi pubblica contenuti online, è che il campo di battaglia si è ormai spostato. Fino a due anni fa il dibattito legale ruotava quasi esclusivamente attorno all’addestramento: le aziende di IA possono usare testi, immagini e musica protetti per allenare i loro modelli? Oggi la domanda si è spostata sugli output: se un modello genera un contenuto che assomiglia a un’opera protetta, chi è responsabile? Anthropic sta costruendo la sua difesa proprio su questo crinale, usando Cox v. Sony per sostenere che, senza la prova di un danno concreto e di un comportamento attivamente illecito, la responsabilità non può ricadere sullo sviluppatore del software.
La sentenza Cox potrebbe diventare l’arma decisiva in questa fase. Non perché risolva la questione dell’addestramento, che resta aperta in altri procedimenti, ma perché ridefinisce l’asticella per le accuse sugli output: più alta, più esigente, più difficile da superare con argomentazioni generiche. Per editori e creatori di contenuti, ignorare questa svolta significa restare scoperti sul fronte oggi più esposto.

Non è una difesa legale, è una guerra di logoramento. Vince chi ha più fondi.
Hanno riscritto le regole del gioco a loro favore, e noi applaudiamo pure.
Fregati. Hanno spostato il pallone e gli altri guardano ancora il dischetto. Roba da manuale del furbo. Alla fine, chi paga l’avvocato più grosso vince, non chi ha ragione. Che mondo giusto.
Simone Damico, non è il più furbo, è il più grosso. Un colosso ti schiaccia e nemmeno se ne accorge. A volte mi chiedo se sto solo costruendo un castello di sabbia, se tutto questo sbattimento non serva a niente.
@Enrico Romano Il colosso è grosso, ma se cambia le regole del gioco è perché le vecchie non gli bastavano più. Il tuo castello di sabbia gli dà fastidio, altrimenti non lo guarderebbe.
Cambiano le regole a partita in corso. Il tribunale è un teatro, l’etica un costo accessorio. La creatività diventa un precedente legale.
@Melissa Romano Il tuo teatro è solo il primo atto. Spostando l’attenzione sull’output, rendono l’originale un’eco irrilevante e l’autore un fantasma. Stanno solo brevettando un nuovo modo per farci scomparire con stile, mi pare.
Una mossa legale sublime. Non si discute più l’origine dei dati, ma la somiglianza del risultato, alzando un muro invalicabile per chi accusa. Ogni processo diventa un’occasione per legiferare a proprio favore. A quando l’abbonamento premium per avere giustizia?
Pista da bowling? Carini. Loro non giocano: stabiliscono le nuove regole del gioco. Gli output sono solo la prima mossa. Stanno legalizzando l’esproprio del pensiero creativo. Un giorno ci chiederemo come abbiamo fatto a permetterlo.
@Angela Longo Hanno ridefinito il furto come progresso. Attendiamo con calma la nostra obsolescenza.
@Melissa Romano Cara, la nostra obsolescenza è solo il bonus di produzione. Il vero prodotto è la legalizzazione del saccheggio su scala industriale. Non è progresso, è semplicemente un colpo di mano.
@Roberta De Rosa Ridisegnano la pista per legalizzare il furto; presto verranno per i nostri pensieri.
Patetico vedere l’industria musicale aggrapparsi a concetti legali preistorici. Anthropic non ha spostato la battaglia, ha semplicemente evidenziato quanto sia obsoleto il campo di gioco. Adesso scusatemi, devo andare a brandizzare la fine del lavoro creativo come lo conosciamo.
@Alessandro Parisi Chiamalo “evidenziare”, ma stanno solo spostando i birilli con la palla in pista. La chiamano furbizia, io la chiamo prepotenza brandizzata.
@Roberta De Rosa Non spostano i birilli: ridisegnano la pista da bowling e la chiamano “interpretazione giuridica”. Quanti piccoli studi legali potranno permettersi di giocare a questo nuovo, costosissimo sport?
@Alessandro Parisi Stiamo solo cambiando il boia, non la forca. Chissà chi sarà il prossimo.
Spostano il focus per rendere la causa insostenibile. Vince chi ha più soldi, ovvio.
Solito teatro dei tribunali. L’unica cosa che conta è il risultato finale, no?
@Giovanni Graziani Chiamalo teatro, io la chiamo una mossa da manuale. Un classico diversivo, come quelli che vendevo in pubblicità. Ti fanno guardare la mano destra mentre la sinistra ha già cambiato le carte. La domanda è: quali carte nascondono?
@Emma Rinaldi Mettiamola così: più che nascondere le carte, cercano di scrivere le regole del gioco. Alla fine della fiera, non è una mossa per ingannare noi, ma per definire il loro campo da gioco.
Giovanni Graziani, il risultato è la recensione. Loro riscrivono il finale in diretta. Spostano l’arma del delitto dal pensiero all’azione. Un colpo da maestri del posizionamento. L’originalità, nel frattempo, è già un caso archiviato.
La solita furbata legale. Spostano il focus sugli output. I colossi tech si parano sempre il culo. Il conto poi lo pagano i creativi.