Editori e creator contro Apple: accuse di aggiramento delle barriere di YouTube per l’AI.
Sono 173.536 video di YouTube, prelevati da più di 48.000 canali. Secondo un’inchiesta di Proof News, i loro sottotitoli sono finiti nei dataset usati da Anthropic, Nvidia, Apple e Salesforce per addestrare modelli di intelligenza artificiale. È la cifra che sta dietro all’opposizione depositata da Ted Entertainment lo scorso 30 agosto contro la richiesta di Apple di archiviare la causa per violazione del DMCA.
L’opposizione, datata 24 agosto 2026, arriva dopo che a fine luglio Apple aveva chiesto al giudice di chiudere il caso. A firmare la class action sono Ted Entertainment, Inc., Matt Fisher e Golfholics, Inc.: un fronte che da mesi contrappone editori e piattaforme di intelligenza artificiale.
La partita processuale
Per capire perché quei 173.536 video non sono solo un dettaglio tecnico bisogna entrare nell’aula del giudice André Birotte Jr., che segue il caso nel distretto centrale della California. La mozione di Apple, depositata il 28 luglio 2026, chiede il rigetto con pregiudizio ai sensi della regola 12(b)(6) delle Federal Rules of Civil Procedure: in sostanza, secondo Apple, anche accettando come veri tutti i fatti descritti dai ricorrenti non emergerebbe una violazione di legge.
La replica di Ted Entertainment non si limita a difendere la propria posizione. L’accusa mossa ad Apple è precisa: secondo i ricorrenti, la società avrebbe eluso le protezioni anti-scraping di YouTube per scaricare i video e usare i contenuti sottostanti per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale. Il punto non è tanto l’aver utilizzato i video, quanto l’aver aggirato le barriere tecniche che YouTube frappone al download automatico.
È qui che si gioca la partita. La domanda che resta aperta è se quelle protezioni anti-scraping valgano come “controllo efficace dell’accesso” ai sensi del DMCA. Se la risposta è sì, chi le aggira commette una violazione della Sezione 1201, indipendentemente dal fatto che i contenuti sottostanti fossero visibili a chiunque.
Il paradosso del dato pubblico
Se il fronte processuale è chiaro, il nodo giuridico è un paradosso che da maggio 2026 coinvolge oltre venti cause. Dopo la sentenza hiQ contro LinkedIn, negli Stati Uniti vale una presunzione: lo scraping di dati pubblicamente accessibili è legale. Se una pagina è visibile a chiunque, raccoglierne i contenuti con strumenti automatici non costituisce di per sé una violazione.
Ma a maggio 2026 più di venti cause erano state depositate sostenendo che i convenuti avevano violato la Sezione 1201 usando strumenti automatizzati per accedere e scaricare video di YouTube e altri dati dal web. In quelle stesse cause, diversi convenuti hanno risposto che le funzionalità di YouTube non sono misure tecnologiche che “controllano efficacemente l’accesso” alle opere protette: i video sono accessibili a chiunque per la visione online e, con uno sforzo minimo, anche scaricabili.
La contraddizione è il cuore del problema. Può una pagina pubblica essere allo stesso tempo protetta da un “controllo efficace”? Le due letture convivono male. Se la risposta è sì, la presunzione di hiQ si svuota quasi del tutto: ogni sito che aggiunge una protezione anti-bot, per quanto debole, potrebbe trasformare in violazione del DMCA ciò che prima era semplice raccolta di dati accessibili a tutti. Se la risposta è no, le protezioni tecniche di YouTube perdono gran parte del loro valore legale.
Cosa significa per chi pubblica e per chi addestra modelli
Al di là del caso singolo, la decisione del giudice Birotte segue la sentenza dell’aprile 2026 del giudice Hellerstein in Sony Music contro Uncharted Labs, e si inserisce in un campo di oltre venti azioni legali. La stessa questione viene declinata in modi diversi: chi produce contenuti sostiene che le protezioni anti-scraping vadano rispettate, chi addestra modelli replica che il dato pubblico non possa essere chiuso a posteriori.
Per chi pubblica online la posta è concreta. Se prevalesse la tesi di Apple e degli altri convenuti, la visibilità di un video o di una pagina non basterebbe a garantirne il controllo: chiunque potrebbe scaricare e riusare ciò che è raggiungibile da un browser. Se invece prevalesse la tesi di Ted Entertainment, aggiungere una protezione tecnica diventerebbe un modo per blindare i contenuti rispetto all’addestramento dei modelli.
La partita non è chiusa. Resta da vedere se il precedente hiQ resisterà alla pressione della Sezione 1201. Chi pubblica online deve sapere che la linea tra dato pubblico e contenuto protetto non è più un confine stabile: è una decisione che i giudici stanno ridisegnando, e la visibilità dei contenuti dipenderà da come cadrà.
