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Contattaci oraLa giudice Lee adotta il ragionamento di Breyer e respinge le accuse in un’altra delle cause di Beaulier
La giudice federale Eumi K. Lee ha respinto le accuse di Austin Beaulier contro Meta adottando il ragionamento del collega Charles Breyer, secondo cui la rimozione delle informazioni sul copyright durante la conversione dei file 3D non è intenzionale come richiede il DMCA. La decisione conta perché indebolisce questa via legale contro l'addestramento dei modelli AI, ma Beaulier può emendare le accuse.
Una giudice federale californiana, invece di scrivere un nuovo ragionamento, ha preso quello di un collega e lo ha fatto proprio. Il 23 ottobre la giudice Eumi K. Lee ha respinto le due richieste avanzate da Austin Beaulier, creatore di modelli 3D, per la presunta rimozione delle informazioni sul copyright dai suoi file. Lo ha fatto, come ha segnalato ieri il blog specializzato ChatGPT Is Eating the World, «sulla stessa base» con cui il giudice Charles Breyer aveva già respinto le analoghe accuse nella causa Beaulier contro Meta. L’ordinanza ha una settimana e non è un fatto clamoroso. Va letta però come un segnale per chi pubblica contenuti: una delle strade legali per difenderli dall’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale sta incontrando lo stesso ostacolo in tribunali diversi.
Un’ordinanza che ne copia un’altra
Il passaggio centrale del provvedimento è breve. La corte, si legge, ritiene «persuasiva» l’opinione del giudice Breyer in Beaulier v. Meta Platforms, Inc., causa n. 26-cv-2632-CRB del Northern District of California, «e ne adotta il ragionamento». Nei tribunali federali statunitensi le decisioni di un giudice di pari grado non sono vincolanti per gli altri. Lee non era quindi obbligata a seguirle, ma ha scelto di farlo senza aggiungere argomenti propri.
Le due richieste di Beaulier sono state respinte con possibilità di emendarle: l’autore potrà riscriverle e provare a colmare le lacune indicate dalla corte. Nel frattempo la giudice ha sistemato il calendario. Ha annullato l’udienza prevista per il 28 ottobre e ha dichiarato superflua la mozione di sospensione presentata dalla società convenuta. Ha anche sospeso la discovery, cioè la fase in cui le parti si scambiano documenti e prove, «in attesa di ulteriori ordini». La conferenza iniziale di gestione del caso è stata rinviata al 27 gennaio 2027. Resta da capire che cosa ci fosse di così netto nella prima decisione da convincere una collega a limitarsi a rimandarvi.
Convertire un file non significa cancellare un copyright
Bisogna tornare alla causa contro Meta, da cui ora dipende anche l’esito di questa seconda. Beaulier sosteneva una violazione della sezione 1202 del DMCA, la legge statunitense sul copyright digitale. Quella norma tutela le cosiddette CMI, le «copyright management information»: il nome dell’autore, il titolare dei diritti, i termini di licenza e gli altri dati che accompagnano un’opera, spesso incorporati nel file stesso come metadati. Rimuoverle può costituire un illecito autonomo, distinto dalla copia vera e propria dell’opera. Per i titolari dei diritti è uno strumento interessante, perché non richiede di dimostrare che il modello AI riproduca l’opera originale.
Il problema è che la legge non punisce qualsiasi rimozione. Come ricostruisce un’analisi dello studio legale Loeb & Loeb, il tribunale ha ritenuto che Beaulier non avesse allegato che la rimozione delle CMI da parte di Meta fosse «intenzionale», come richiede il DMCA. Il punto debole stava nelle stesse affermazioni dell’autore. Stando a ciò che Beaulier aveva scritto, Meta aveva convertito i formati dei modelli 3D per renderli utilizzabili nell’addestramento dell’AI, non per eliminare le informazioni sul copyright. Le CMI sarebbero quindi andate perse come effetto collaterale di un’operazione tecnica con un altro scopo.
Il fatto in sé, cioè che le informazioni siano sparite, conta meno dello scopo per cui il file è stato trasformato. Per un’azienda che addestra modelli è una distinzione rassicurante. Per un autore significa dover dimostrare non solo che i metadati sono scomparsi, ma che qualcuno voleva farli scomparire, una prova molto più difficile da ottenere. Chi sostiene questa impostazione la difende anche in termini più generali. Commentando una decisione d’appello che aveva respinto una tesi simile in un’altra causa, la Electronic Frontier Foundation ha scritto in un intervento sul proprio sito che accogliere quella teoria «avrebbe creato una fonte di responsabilità del tutto nuova per attività altrimenti perfettamente lecite», con danni alla creatività e all’innovazione ben oltre lo sviluppo dell’AI. È la posizione di un’organizzazione che si batte da anni contro l’estensione del copyright, e va letta come tale. Coincide però con la direzione che stanno prendendo i giudici.
Quattro cause, un solo argomento
Il caso pesa per la sua scala. Secondo quanto riportato da VitalLaw, Beaulier ha presentato quattro cause separate contro Roblox, Meta, Microsoft e Nvidia, a nome proprio e di altri creatori nella stessa situazione, davanti ai tribunali federali del Northern District of California e del Western District of Washington. In due di queste il criterio dell’intenzionalità si è già rivelato decisivo. Se l’argomento è lo stesso e il ragionamento di Breyer viene adottato senza modifiche, è difficile immaginare che le altre due cause abbiano un esito molto diverso, almeno su questo punto.
La partita non è chiusa. Entrambe le corti hanno lasciato a Beaulier la possibilità di emendare le accuse, e il prossimo appuntamento nella causa seguita da Lee è fissato al 27 gennaio 2027. Basterà riscrivere le allegazioni per dimostrare che qualcuno voleva davvero togliere quelle informazioni? Per ora nessuna delle carte depositate va in quella direzione.
Per chi pubblica contenuti online, che siano modelli 3D, foto o articoli, la conseguenza pratica è questa. Le informazioni di copyright incorporate nei file non funzionano come barriera automatica contro l’addestramento dei modelli AI. Se vengono perse durante una conversione tecnica, i tribunali finora non considerano la rimozione intenzionale. Chi vuole proteggere il proprio lavoro dovrà quindi affidarsi ad altri strumenti, contrattuali, tecnici o legali, perché i metadati da soli non bastano.
