Britannica e Merriam-Webster fanno causa a OpenAI: copyright e reputazione a rischio

Anita Innocenti

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ChatGPT nel mirino: Encyclopædia Britannica e Merriam-Webster accusano OpenAI di violazione del copyright e danni alla reputazione per l’utilizzo non autorizzato dei loro contenuti.

La guerra legale contro i giganti dell'IA si intensifica con la causa di Encyclopædia Britannica e Merriam-Webster contro OpenAI. L'accusa è duplice: aver 'saccheggiato' i loro contenuti per addestrare ChatGPT e danneggiare la loro secolare reputazione quando il chatbot genera informazioni false attribuendole a loro. Una battaglia che definirà il futuro rapporto tra intelligenza artificiale e fonti verificate.

OpenAI di nuovo sotto accusa: Britannica e Merriam-Webster dichiarano guerra

Sembra che il vizietto di “prendere in prestito” dati senza chiedere il permesso sia duro a morire in casa OpenAI.

Questa volta a bussare alla porta non è un piccolo editore, ma due colossi della conoscenza: Encyclopædia Britannica e la sua controllata Merriam-Webster.

Hanno appena depositato una causa federale che accusa il gigante dell’IA di aver sistematicamente copiato quasi 100.000 articoli e voci di dizionario protetti da copyright per addestrare i suoi modelli linguistici.

In pratica, l’enciclopedia e il dizionario più famosi del mondo sostengono che ChatGPT sia stato nutrito con i loro contenuti, senza autorizzazione né compenso.

Ma il problema, a quanto pare, non è solo una questione di plagio su larga scala.

C’è di peggio, come rileva anche TechCrunch.

Non solo copyright: in gioco c’è la reputazione (e il portafoglio)

L’accusa mossa a OpenAI è duplice, e questo è il punto che devi capire bene.

Da un lato, c’è la violazione che avviene durante l’addestramento: i loro articoli vengono inghiottiti e digeriti dal modello. Dall’altro, c’è il danno che si manifesta quando usi ChatGPT, che a volte “sputa fuori” passaggi interi o parziali presi di peso dai testi di Britannica, senza attribuire la fonte.

Questo crea un concorrente sleale: perché un utente dovrebbe visitare il sito di Britannica, che vive di traffico e pubblicità, quando può ottenere un riassunto (o un pezzo di testo) direttamente da un chatbot?

Ma il vero affondo arriva con il Lanham Act, una legge sui marchi. Il punto è semplice: quando ChatGPT si inventa di sana pianta informazioni errate (le cosiddette “allucinazioni”) ma le attribuisce con nonchalance a Britannica, sta di fatto danneggiando una reputazione costruita in secoli di lavoro editoriale meticoloso.

E se pensi che OpenAI sia preoccupata solo per Britannica, ti sbagli di grosso.

La fila dei creditori, per così dire, si sta allungando.

Una battaglia legale che va oltre Britannica: cosa c’è in ballo per il futuro dell’IA?

Questa causa non è un evento isolato, ma l’ultimo capitolo di una vera e propria offensiva legale contro i giganti dell’IA. Prima di Britannica, si sono già mossi pezzi da novanta come il New York Times e Ziff Davis (che controlla testate come Mashable e PCMag). A questi si aggiunge un plotone di oltre una dozzina di giornali e broadcaster nordamericani.

La stessa Britannica, per non farsi mancare nulla, ha già messo nel mirino anche Perplexity AI per accuse molto simili.

La domanda che tutti si pongono è se addestrare un’IA su materiale protetto da copyright costituisca “fair use”. Una sentenza del 2025 sul caso Anthropic ha suggerito che l’uso dei testi per l’addestramento potrebbe essere considerato trasformativo, ma ha anche stabilito che scaricare milioni di libri senza permesso è illegale.

Insomma, il modo in cui ottieni i dati conta tanto quanto quello che ci fai.

Il risultato di queste battaglie legali potrebbe ridisegnare completamente il settore: se le aziende di IA saranno costrette a pagare le licenze per i contenuti, i costi di sviluppo aumenteranno, ma forse, e dico forse, la qualità e l’affidabilità delle risposte potrebbero migliorare.

Nel frattempo, la tensione resta: da una parte la nostra comodità di avere risposte immediate, dall’altra la sopravvivenza di chi quel sapere lo crea e lo verifica da sempre.

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

6 commenti su “Britannica e Merriam-Webster fanno causa a OpenAI: copyright e reputazione a rischio”

  1. Giovanni Battaglia

    Hanno eretto una cattedrale digitale su fondamenta di sabbia legale. Ora le prime crepe diventano voragini. Chissà cosa c’è davvero dentro quella scatola nera.

  2. Andrea Cattaneo

    Hanno costruito un colosso arraffando il lavoro altrui, come se fosse normale. Ora arriva il conto da pagare, e mi pare il minimo sindacale.

  3. Letizia Costa

    Nutrire un’IA con dati protetti e poi stupirsi delle cause legali è il colmo della miopia. Il punto non è la reputazione, ma chi paga il conto di questo saccheggio digitale di massa.

  4. Riccardo Cattaneo

    Finalmente qualcuno con abbastanza soldi per gli avvocati glielo fa notare. Hanno costruito un impero saccheggiando il lavoro degli altri, era solo questione di tempo.

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