La decisione del giudice Pitts riunisce quattro cause contro Anthropic in un unico procedimento
Non è un dettaglio procedurale. È il segnale che la partita legale sull’intelligenza artificiale generativa entra nella fase finale. Il 1° luglio 2026, il giudice Pitts del distretto settentrionale della California ha formalizzato una designazione di collegamento che cambia gli equilibri: quasi tutte le cause intentate da autori di libri contro Anthropic saranno ora riunite sotto la sua supervisione, a partire dal caso Cambronne, noto anche come Carreyrou contro Anthropic.
La mossa, apparentemente tecnica, ha un effetto immediato: quattro procedimenti già in corso – Chicken Soup for the Soul contro Anthropic, Cognella contro Anthropic, Cruz contro Anthropic e Kwon contro Anthropic – passano dai rispettivi giudici istruttori a un unico magistrato. Significa che un solo giudice federale avrà tra le mani il destino legale dell’azienda su quasi tutto il fronte del copyright librario. Il campo di battaglia si restringe, e con esso il margine di manovra.
Un giudice, tutte le cause
Fino a pochi giorni fa, le cause contro Anthropic erano sparse tra diversi giudici. Chicken Soup for the Soul era assegnata al giudice Gilliam Jr., Cognella al giudice Lin, Cruz al giudice Scott Corley, Kwon al giudice Wise. Ora tutto confluisce nel calendario del giudice Pitts. Non è un accentramento qualsiasi: Pitts aveva già in carico il caso Carreyrou, il più avanzato tra quelli contro Anthropic, e la designazione di “casi correlati” gli affida anche i procedimenti successivi.
La portata della concentrazione è netta. Non si tratta di poche decine di firme: in una di queste cause, Shakespeare contro Anthropic PBC, sono coinvolti più di 100 autori che accusano l’azienda di violazione del copyright. Se a questi si sommano i querelanti delle altre cause ora accorpate, il numero di persone che hanno portato Anthropic in tribunale supera il centinaio. Un solo giudice deciderà per tutti.
La regia processuale diventa così un fattore critico. Un unico calendario di udienze, un’unica linea interpretativa sulle richieste probatorie, un’unica sensibilità sul punto giuridico centrale – il fair use – applicata a una pluralità di casi che, pur diversi nei dettagli, ruotano intorno alla stessa domanda: addestrare un modello linguistico su libri protetti da copyright è lecito?
75 cause e un precedente che scotta
La mossa procedurale non è isolata. Dal 2022, secondo un aggiornamento dell’Authors Alliance, sono state intentate 75 cause legali sul copyright legate all’intelligenza artificiale. La concentrazione nel foro californiano non sorprende: è lì che hanno sede molte delle aziende chiamate in causa, ed è lì che si stanno formando i precedenti.
Il più ingombrante arriva dal giugno 2025, quando il giudice Chhabria – stesso distretto, stessa corte – ha concesso a Meta Platforms un giudizio sommario fondato sul fair use in una causa molto simile a quelle ora pendenti su Anthropic. In quell’occasione, Chhabria ha stabilito che addestrare modelli linguistici su libri coperti da copyright può rientrare nell’uso legittimo, almeno sulla base del fascicolo che aveva davanti. Non è una sentenza vincolante per il giudice Pitts, ma è un’indicazione di rotta difficile da ignorare.
Il paradosso è che la vittoria di Meta, anziché spegnere il contenzioso, lo ha accelerato. La sentenza Chhabria ha mostrato che il fair use può reggere anche nel contesto dell’addestramento AI, ma ha anche alzato la posta: chi perde ora rischia di perdere tutto. Per questo il consolidamento nelle mani di Pitts è un passaggio delicato. Se lui dovesse seguire la linea di Chhabria, le porte del fair use si spalancherebbero anche per Anthropic. Se invece dovesse distinguere i casi – per esempio sulla quantità di testi utilizzati, sulla natura commerciale dell’uso o sull’impatto sul mercato dei libri – lo scenario resterebbe frammentato e imprevedibile.
E ora? La visibilità in bilico
Se un giudice può decidere tutto, il rischio per chi pubblica contenuti online è concreto e immediato. Una sentenza che riconosca il fair use per l’addestramento dei modelli Anthropic – su scala così ampia e con così tanti autori coinvolti – manderebbe un messaggio chiaro: i testi disponibili in rete possono essere usati per alimentare sistemi di intelligenza artificiale senza bisogno di licenze né compensi.
Non è una questione che riguarda solo i bestseller o i grandi editori. Riguarda chi scrive su un blog, chi pubblica un manuale tecnico, chi cura una newsletter a pagamento. Se l’output del modello AI rielabora quei contenuti e li restituisce in forma sufficientemente trasformata, il lettore potrebbe non avere più bisogno di arrivare alla fonte originale. La sentenza sul copyright diventerebbe, nei fatti, una sentenza sulla visibilità.
Cosa possono fare, nell’immediato, editori e autori? Monitorare l’andamento del caso Pitts, certo. Ma anche chiedersi se gli strumenti tecnici oggi disponibili – bloccare i crawler, usare licenze esplicite, costruire modelli di abbonamento diretti – siano sufficienti a proteggere il valore di ciò che pubblicano. La partita del copyright AI si gioca ora su un tavolo solo. Per chi pubblica online, il verdetto potrebbe riscrivere le regole della visibilità.
