La causa collettiva contro OpenAI e Microsoft mette a rischio il modello di business dell’intelligenza artificiale generativa
Lo scorso 24 giugno, l’annuncio di una causa collettiva ha scosso il settore dell’editoria digitale senza fare troppo rumore fuori dalle redazioni. Quasi quattrocento giornali locali americani, rappresentati dallo studio Platkin LLP, hanno messo sul banco degli imputati OpenAI e Microsoft. L’accusa è diretta: aver usato sistematicamente e senza permesso migliaia di articoli protetti da copyright per addestrare prodotti commerciali come ChatGPT e Microsoft Copilot. Non è la prima causa di questo tipo, ma per dimensioni e posta in gioco è diversa da tutte le altre. E potrebbe cambiare le regole per chi pubblica online, anche in Italia.
Più affidabili, più minacciati: il paradosso del giornalismo locale
Il punto di partenza è un paradosso che la denuncia depositata in tribunale mette nero su bianco. Il giornalismo locale resta la fonte di notizie più affidabile in America, scrivono gli avvocati dei editori. Eppure è proprio questa informazione di prossimità a essere più a rischio. Il motivo, sostiene l’ex procuratore generale del New Jersey Matthew Platkin, è il modello di business dell’intelligenza artificiale: “ha messo a serio rischio di estinzione il giornalismo locale”. Platkin guida la coalizione di quasi 400 giornali locali che ha intentato quella che Bloomberg Law descrive come la più grande azione legale mai avviata da editori contro aziende di intelligenza artificiale.
I numeri non bastano a spiegare la tensione. Il meccanismo è semplice e spietato: i modelli linguistici che alimentano ChatGPT e Copilot vengono addestrati su enormi quantità di testo preso dal web. Molto di quel testo sono articoli scritti da redazioni che investono tempo e denaro per verificare i fatti. Quegli stessi modelli, una volta addestrati, possono generare risposte dettagliate senza mai rimandare l’utente alla fonte originale. Se un giornale locale perde traffico, perde abbonamenti, perde pubblicità. La denuncia parla di un “colpo mortale per il giornalismo locale”, orchestrato e sfruttato proprio dalle aziende che hanno innescato il boom dell’intelligenza artificiale.
Ma come siamo arrivati a questo punto? La risposta sta in un fronte spaccato che da almeno tre anni divide l’editoria mondiale.
Licenze, cause e un fronte spaccato
La causa dei 400 non nasce dal nulla. Da anni il mondo dell’editoria si divide tra chi sceglie la via degli accordi di licenza e chi quella dei tribunali. La prima mossa la fece l’Associated Press nel luglio 2023, firmando un accordo di licenza con OpenAI. Poco dopo toccò ad Axel Springer, proprietario tra gli altri di Politico, Business Insider, Bild e Welt. Anche il Financial Times ha negoziato un’intesa. Sono contratti in cui l’azienda di Sam Altman paga per avere accesso regolamentato ai contenuti e per mostrarli eventualmente all’interno dei propri prodotti, con citazioni e link.
Sul fronte opposto, quello giudiziario, il primo colpo grosso arrivò già nel dicembre 2023. Il New York Times, la prima grande organizzazione giornalistica a fare causa a OpenAI e Microsoft per violazione del copyright, aprì la strada a un contenzioso che oggi coinvolge testate di ogni dimensione. Nell’aprile 2024 toccò a otto editori di giornali statunitensi: la loro denuncia, depositata in un tribunale federale di New York, accusava le due aziende tecnologiche di riutilizzare articoli senza permesso nei prodotti di intelligenza artificiale generativa e di attribuire loro informazioni inesatte. Un danno reputazionale, oltre che economico.
La differenza tra queste due strategie è netta. Chi firma un accordo di licenza ottiene un compenso certo e una qualche forma di visibilità all’interno degli strumenti di AI. Chi fa causa punta a stabilire un principio: l’addestramento dei modelli con contenuti protetti da copyright non può avvenire senza consenso e senza compenso. Se il principio verrà riconosciuto in aula, il valore delle licenze lieviterà. Se invece i tribunali daranno ragione alle piattaforme, il potere contrattuale degli editori si ridurrà a zero.
La causa dei 400 giornali locali, intentata con il supporto di Platkin LLP, è il più grande sforzo di contenzioso mai visto in questo ambito. Non rappresenta testate con capitali miliardari, ma redazioni di provincia che coprono consigli comunali, squadre di football scolastiche, cronaca nera di quartiere. Redazioni che non hanno la forza negoziale dell’Associated Press o del Financial Times, e che vedono nell’aula di tribunale l’unica leva possibile.
Se vincono i giornali locali, cambia qualcosa per tutti
Certo, il giudice deciderà tra mesi o anni. Ma per chi pubblica online oggi, il significato è immediato. Se una corte federale stabilisse che l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale con articoli di cronaca locale costituisce una violazione del copyright, l’effetto si estenderebbe ben oltre le parti in causa. Ogni sito che produce contenuti originali – non solo notizie, ma guide, recensioni, analisi – potrebbe rivendicare una tutela più solida. I motori di ricerca e le piattaforme che integrano modelli generativi sarebbero costretti a rivedere le proprie politiche di crawling e di attribuzione.
Il paradosso segnalato nella denuncia – i giornali locali sono i più affidabili ma i più minacciati – contiene una domanda che riguarda chiunque cerchi informazioni online. I sistemi di intelligenza artificiale generativa sono tanto più utili quanto più attingono a fonti verificate e di qualità. Ma se quelle fonti smettono di esistere perché il loro modello economico viene cannibalizzato, la qualità delle risposte stesse è destinata a degradarsi. Non è un problema tecnico, è un problema di incentivi: il sistema oggi premia chi aggrega, non chi produce.
La battaglia è appena iniziata. E questa volta, a combattere sono le redazioni che conosci di persona: quelle che coprono il tuo quartiere, la tua scuola, il tuo consiglio comunale. Perdere quelle voci non è solo un danno per chi ci lavora. È una perdita di bussola per chiunque abbia bisogno di capire cosa succede davvero, là fuori.
