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Contattaci oraChatGPT 5.2-5.5: la modalità Thinking rende le fonti difficili da tracciare
Uno studio su arXiv rileva che Google Search e OpenAI Responses API recuperano insieme solo un quarto degli URL citati da ChatGPT, lasciando invisibile la maggior parte delle fonti. Il dato pesa perché mette in discussione la Generative Engine Optimization: ottimizzare la visibilità su sistemi che non si possono misurare significa lavorare alla cieca, mentre i publisher registrano perdite di traffico.
La scorsa settimana è stato reso pubblico su arXiv uno studio osservazionale su ChatGPT Web che mette i creatori di contenuti davanti a un dato scomodo: anche combinando Google Search e OpenAI Responses API, due proxy esterni recuperano solo circa un quarto degli URL citati da ChatGPT. Il lavoro è firmato da Yunxuan Jiang, Shiqi Zhang, Anqi Xing, Xiangyu Chang e Xiaokui Xiao e analizza quattro configurazioni, da ChatGPT 5.2 a 5.5, nelle modalità Instant e Thinking, osservando URL, nomi di dominio ed entità.
La scatola nera di ChatGPT: solo un quarto degli URL è visibile
Il dato più rilevante arriva dal confronto con i proxy esterni. Google Search e OpenAI Responses API, usati per ricostruire ciò che ChatGPT decide di mostrare, insieme recuperano circa un quarto degli URL citati. Il resto è una scatola nera: non si vede, non si misura, non si governa.
Lo studio aggiunge una differenza utile tra le modalità. Le versioni Instant restano per lo più su un singolo ciclo di interrogazione, mentre GPT-5.4 Thinking esegue spesso più cicli di recupero. In pratica, quando il modello ragiona di più, il modo in cui attinge alle fonti diventa ancora più difficile da tracciare con i soli proxy esterni.
Un modello supervisionato che combina i due proxy raggiunge valori di AUC superiori a 0,74 per GPT-5.3 e GPT-5.5 a tutti e tre i livelli analizzati. È un risultato parziale, non una fotografia completa: il margine di invisibilità resta ampio in tutte le configurazioni.
Il paradosso del controllo: ottimizzare ciò che non si può misurare
Per capire il peso di questa cecità bisogna tornare all’impostazione nata attorno al KDD 2024: il GEO, Generative Engine Optimization. L’obiettivo dichiarato era aiutare i creatori di contenuti a migliorare la visibilità nelle risposte dei motori generativi, come descritto nel paper originario su arXiv. Ma lo stesso documento riconosce che i creatori hanno poco o nessun controllo su quando e come i loro contenuti vengono mostrati.
È qui il cortocircuito. Ottimizzare per sistemi di cui non puoi vedere la risposta completa significa lavorare alla cieca. Provi a migliorare la visibilità, ma non hai metri affidabili per capire se il contenuto è stato mostrato, in quale posizione, con quale frequenza e davanti a quale domanda. Se i proxy esterni restituiscono solo un quarto delle citazioni, il controllo sulla visibilità generativa resta più una dichiarazione d’intenti che uno strumento operativo.
E mentre gli strumenti di misura restano parziali, i numeri dei publisher cominciano a mostrare il conto.
Cosa guardare nelle prossime settimane per chi fa impresa online
La risposta, per ora, arriva da Google AI Overviews. Come riportato da Digiday, Google AI Overviews sta effettivamente danneggiando il traffico dei publisher. Secondo DCN, la maggior parte dei siti membri — sia news sia intrattenimento — registra perdite di traffico da Google Search comprese tra l’1% e il 25%.
Non è un dettaglio tecnico. Se una parte del traffico organico si ferma nella risposta generata e non arriva al sito, la conseguenza è immediata: meno pagine viste, meno occasioni di conversione, meno dati di prima parte. Il fatto che i proxy esterni vedano solo un quarto delle citazioni rende anche più difficile capire se e quanto il tuo sito sia stato usato come fonte.
Per chi fa impresa online, il segnale è chiaro: la visibilità nei motori generativi non si può più dare per scontata; servono strategie che prescindano dai vecchi ranking e guardino a ciò che questi sistemi decidono di mostrare. Nelle prossime settimane andrà osservato se emergeranno strumenti di misura più trasparenti, ma per ora la scatola nera resta tale.
