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La Commissione Europea sta testando una piattaforma open-source per ridurre la dipendenza da Microsoft Teams, seguendo l’esempio della Francia che punta al risparmio e al controllo dei dati.
La Commissione Europea, preoccupata per la forte dipendenza da Microsoft, sta testando un'alternativa open source a Teams basata su Matrix. La mossa, che segue l'esempio della Francia, mira a riacquistare sovranità digitale e sicurezza. Sebbene l'abbandono totale sia complesso e lontano, la direzione verso un futuro meno legato ai giganti tecnologici americani sembra ormai tracciata.
L’Europa dice basta a Microsoft? La Commissione testa un’alternativa open source
Sembra che a Bruxelles abbiano deciso di dare una scossa al sistema. La Commissione Europea sta infatti testando una piattaforma di comunicazione interna basata su Matrix, un protocollo di messaggistica open-source, con un obiettivo piuttosto chiaro: ridurre la pesante dipendenza dagli strumenti di collaborazione americani, Microsoft Teams in testa.
Ma è solo una questione tecnica o c’è dell’altro?
Diciamocelo, la mossa della Commissione non arriva dal nulla. È il risultato di un’ansia crescente a Bruxelles riguardo a quanto le istituzioni europee siano legate a doppio filo con l’infrastruttura software statunitense. Un episodio, in particolare, ha fatto suonare più di un campanello d’allarme: quando Microsoft ha disabilitato l’account email del procuratore capo della Corte Penale Internazionale, è diventato palese a tutti come un fornitore tecnologico americano possa, di fatto, limitare l’accesso a sistemi cruciali per le istituzioni internazionali.
Come descritto su Slashdot, la situazione è stata definita senza mezzi termini dall’eurodeputata finlandese Aura Salla, che ha esortato le aziende europee a “mollare i cloud dello Zio Sam”, sottolineando che “l’UE gira su Microsoft” e che “lo Zio Sam potrebbe spegnerla” in qualsiasi momento.
Una dipendenza che, a quanto pare, inizia a stare stretta a molti.
E non solo a parole.
Non solo la Commissione: la Francia fa da apripista
Infatti, la mossa della Commissione non è un caso isolato, ma si inserisce in un movimento molto più ampio. La Francia, ad esempio, ha già annunciato di voler abbandonare completamente Microsoft Teams e Zoom a favore di alternative sovrane.
E non è solo una questione di principio o di sicurezza: secondo le stime, questo passaggio potrebbe portare a un risparmio sui costi delle licenze fino a 1 milione di euro all’anno per ogni 100.000 utenti, come riportato su Euronews.
Il punto di forza delle alternative open-source come Rocket.Chat, Mattermost o Element è il controllo totale. Permettono ai governi di gestire i propri dati, di implementare sistemi isolati dalla rete per comunicazioni classificate e, soprattutto, di effettuare audit di sicurezza indipendenti grazie alla trasparenza del codice.
Piattaforme proprietarie come Teams, con la loro architettura a scatola chiusa e l’infrastruttura cloud basata negli Stati Uniti, semplicemente non possono offrire le stesse garanzie.
Tutto perfetto, quindi?
Non proprio.
Perché tra il dire e il fare, come sempre, c’è di mezzo un oceano di complessità.
La dura realtà dell’abbandono: costi, abitudini e integrazioni
Perché, diciamocelo, sradicare decenni di abitudini consolidate su Microsoft non è una passeggiata.
Gli esperti tecnici ammettono che uno degli ostacoli più grandi è la riqualificazione del personale. Microsoft ha investito per anni miliardi nell’educazione degli utenti e nell’integrazione dei suoi strumenti, creando una familiarità difficile da scardinare.
Inoltre, la maggior parte delle istituzioni non sta ancora abbandonando del tutto Microsoft 365. La strategia prevalente, al momento, è quella di affiancare piattaforme open-source per specifiche esigenze di alta sicurezza, piuttosto che sostituire l’intero pacchetto.
C’è poi il nodo delle integrazioni: anche se una piattaforma open-source ospitata in casa può teoricamente soddisfare i requisiti del GDPR in modo più netto, deve comunque dialogare con sistemi come Active Directory, i calendari di Outlook e gli archivi di file già profondamente radicati nell’infrastruttura Microsoft esistente.
Una mossa pragmatica, che ci porta dritti al punto finale:
Quali sono i tempi reali per questa rivoluzione?
La risposta è che non si tratta di una rivoluzione, ma di un’evoluzione strategica a medio-lungo termine. Gli osservatori tecnici parlano di un orizzonte temporale che va dai cinque ai dieci anni per un cambiamento significativo.
È l’inizio di un percorso per riprendere in mano il controllo dei propri dati e del proprio futuro digitale. Un percorso lento, certo, ma la direzione sembra ormai tracciata.

L’idea di sottrarsi al controllo dei colossi tech ha un suo fascino romantico, ma l’inerzia delle abitudini è un’onda contro cui è difficile navigare; quanti cicli di “adozione” fallita abbiamo già visto?
@Claudia Ruggiero Cambiano le sbarre, ma la prigione è la stessa. Una porta aperta dipinta su un muro. Chi ha le chiavi vere?
Tutta sta roba sulla sovranità digitale è fumo negli occhi se poi la piattaforma è un disastro e nessuno la usa. È il solito sbatti burocratico che ignora la user experience. La vera sfida non è creare l’alternativa, è farla adottare dalla gente.
Proclami di sovranità per nascondere l’ennesimo progetto destinato a un cassetto. Chi paga?
@Chiara Barbieri
Il punto non è solo chi paga con i soldi. Sembra un gioco delle tre carte con i nostri dati. Li spostano dalla tasca di un colosso a quella di un altro. Ma noi, dove finiamo in questo scambio?
@Benedetta Donati Il punto è proprio quello. Parlano di sovranità per distrarci, mentre trattano i nostri dati come figurine. Che sia Microsoft o un altro carrozzone europeo, noi restiamo sempre il prodotto da vendere. Quando ce ne accorgeremo?
@Chiara Barbieri Mi ritrovo nelle tue parole. L’immagine delle figurine è perfetta. Che sia un colosso o l’altro, ci trattano come merce. A volte mi sento solo un numero, senza volto né voce.
Un format già visto. Proclami di indipendenza, seguiti da un’esecuzione mediocre. Creare un clone di Teams gestito da comitati. Nel mio campo, la chiamiamo una vanity metric per giustificare budget. Una mossa geniale.
Che spettacolo! Sostituire il giogo dorato di un colosso privato con la catena arrugginita della burocrazia pubblica, chiamandola sovranità, è un numero da circo che ormai non inganna più nessuno, o sbaglio?
Che bello. Prima i nostri dati li prendeva un gigante americano, ora uno europeo. La chiamano sovranità digitale. A me sembra solo un cambio di guinzaglio. Alla fine, chi ci guadagna?
@Sebastiano Caputo Il risultato sarà un servizio peggiore, pagato il doppio con le nostre tasse.
Che mossa geniale sostituire un padrone con un altro controllato da Bruxelles. Un’epica battaglia per la sovranità che si risolve semplicemente spostando il guinzaglio da una mano all’altra; almeno con Microsoft sai chi ti sta spiando.
Gran bel teatrino per la sovranità digitale. Mentre a Bruxelles giocano con l’open source, i colossi fatturano. È come combattere un carro armato con una fionda. Almeno lo sforzo è commovente, quasi.
Un colpo di piccone che non scalfisce nemmeno la vernice. A Redmond intanto ridono. Io mi chiedo perché perdo ancora tempo a commentare.
Più che un piccone mi sembra un contentino politico; nel mentre le licenze si pagano.
Tentare di curare decenni di dipendenza tecnologica con un’aspirina open-source è un esercizio di ottimismo quasi commovente. La diagnosi finale, del resto, è già stata scritta da un pezzo.
Emanuela Barbieri, più che un’aspirina la vedo come il primo colpo di piccone contro una fortezza. Non si vuole curare un malato, ma iniziare a demolire la sua prigione. È tutta un’altra partita.
Nicolò, il suo “colpo di piccone” è un graffio. Le fortezze non si abbattono con un attrezzo, ma tagliando i rifornimenti: appalti, standard e normative. Senza un piano industriale serio, questo rimane solo un gesto simbolico, utile più alla propaganda che alla sovranità.
Parlano di sovranità digitale quando il feudo è stato già spartito da anni; questa è la burocrazia che gioca a fare la rivoluzione.
Si svegliano adesso? Il monopolio è un cancro radicato da tempo. Queste sono solo cure palliative, non la soluzione definitiva.
@Vanessa De Rosa, altro che cura palliativa: questa è un’operazione a cuore aperto eseguita da un comitato di burocrati. L’idea di affidare i nostri dati a dei chirurghi improvvisati, onestamente, mi fa venire i brividi.