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Il fallimento non dipende dalla tecnologia, ma dalle carenze organizzative interne, dalla gestione frammentata dei dati e dalle aspettative spesso gonfiate che ne compromettono l’integrazione
La previsione di Gartner sul fallimento del 40% dei progetti di IA Agente non è un'accusa alla tecnologia, ma alle aziende. Il vero problema risiede nel caos organizzativo, nei dati frammentati e in aspettative irrealistiche. Senza processi solidi, l'intelligenza artificiale non risolve i problemi, ma li amplifica, trasformando investimenti promettenti in costosi buchi nell'acqua.
Agenti IA: Gartner suona la campana a morto per il 40% dei progetti. Di chi è la colpa?
Gartner ha lanciato una di quelle previsioni che fanno drizzare le orecchie: entro il 2027, più di quattro progetti su dieci basati su IA agente verranno cancellati. E la parte più interessante, diciamocelo, non è il numero in sé, ma il motivo.
Non è la tecnologia a essere difettosa.
Il vero problema, a quanto pare, sei tu.
O meglio, la tua azienda.
Sembra un paradosso, vero?
Si investono milioni in una tecnologia rivoluzionaria solo per vederla naufragare a causa di problemi che esistevano da prima. Ma la faccenda è ancora più profonda.
La tecnologia non c’entra, è l’organizzazione che non regge
Dimentica per un attimo gli algoritmi complessi e le reti neurali.
Il vero campo di battaglia è molto più banale: i processi interni e la gestione dei dati.
Come descritto da Search Engine Land, il 40% dei fallimenti è attribuibile a processi organizzativi disastrati e dati chiusi in compartimenti stagni. Mentre i reparti marketing sognano agenti autonomi che chiudono contratti, la realtà è che il 61% delle aziende sta ancora facendo esperimenti con l’IA in modo isolato, come se ogni team vivesse su un’isola deserta. Si creano così delle “scatole nere” autonome, agenti AI che operano senza trasparenza né controlli, andando a scontrarsi frontalmente con le necessità di stabilità e conformità che ogni impresa seria deve avere.
Ma se i problemi interni sono così evidenti, perché così tante aziende continuano a spingere sull’acceleratore?
La risposta sta in un’illusione collettiva.
Aspettative gonfiate e il miraggio del ROI
Molti di questi progetti partono già zoppi perché chi li approva usa il metro di misura sbagliato. Si giudica il successo di un agente AI guardando solo al taglio dei costi nel breve periodo, ignorando completamente i benefici a lungo termine in termini di produttività e precisione.
A questo si aggiunge un fenomeno che potremmo definire “agent washing”: si prende un vecchio chatbot o un sistema di automazione, gli si appiccica l’etichetta “agente” e lo si vende come il futuro.
Peccato che un vero agente AI sia semi-autonomo, capace di ragionare e agire, non solo di rispondere a un comando.
Questa confusione generale non fa che gonfiare le statistiche sui fallimenti, mettendo nello stesso calderone esperimenti acerbi e sistemi genuinamente avanzati.
Eppure, in mezzo a questa moria annunciata, c’è un 60% di progetti che, secondo le previsioni, non solo sopravviverà, ma prospererà.
Cosa li rende così diversi?
I sopravvissuti: dove la maturità batte la fretta
La linea di demarcazione tra successo e fallimento è sorprendentemente semplice: la chiarezza dei processi. Le aziende che ce la fanno sono quelle che, prima ancora di pensare all’IA, hanno messo nero su bianco le proprie procedure operative.
C’è un esempio che spiega tutto: un’azienda ha provato a usare un’IA per automatizzare le registrazioni contabili, ma il sistema si è messo a generare storie creative invece che transazioni. L’errore non era dell’algoritmo, ma dell’azienda, che non aveva mai definito con precisione cosa fosse una transazione di successo.
I progetti destinati a durare non saranno sistemi generici buoni per tutto e per niente. Saranno soluzioni costruite su misura per settori ad alta precisione, come la finanza, integrate perfettamente nei sistemi aziendali esistenti. Perché se un agente non può dialogare con i sistemi critici dell’azienda, finisce per creare più problemi di quanti ne risolva.
La lezione, alla fine, è piuttosto amara: l’intelligenza artificiale non può mettere ordine dove regna il caos.
Può solo amplificarlo.

Splendida la pretesa di curare il caos gestionale con un algoritmo, un’illusione che alimenta un mercato florido per chi vende soluzioni. Chissà quando si inizierà a vendere il buon senso come servizio primario.
Carlo Benedetti, il buon senso non si vende. Si costruisce. L’IA diventa solo un alibi costoso per non affrontare il disordine interno. Un modo elegante per procrastinare le decisioni scomode.
Si scopre che lanciare tecnologia su processi inesistenti non produce miracoli, ma solo costosi fallimenti. Una sorpresa per tutti coloro che hanno sempre confuso il caos operativo con una presunta agilità manageriale.
Un motore Ferrari su un’Ape sgangherata non la trasforma in un’auto da corsa. Al massimo si smonta prima. Serve una buona carrozzeria.
La tecnologia è un acceleratore, non una cura. Se la direzione è sbagliata, si arriva prima al disastro. Molti cercano scorciatoie e trovano precipizi. Questo mi insegna a diffidare sempre delle soluzioni che sembrano troppo facili.
L’intelligenza artificiale è lo specchio che riflette il disordine aziendale, ma invece di pulire la stanza si lamentano che lo specchio è sporco. Quando inizieranno a guardare seriamente dentro casa propria?
@Antonio Romano, l’introspezione non genera fatturato quanto l’acquisto compulsivo di gadget con cui mascherare l’incompetenza, una logica manageriale a suo modo coerente.
Vogliono far correre un’automobile senza ruote solo perché le hanno montato un navigatore nuovo di zecca; l’unica cosa artificiale, a quanto pare, è l’intelligenza di chi prende queste decisioni.
Dare la colpa alla tecnologia è la scusa perfetta per non ammettere che l’organizzazione è un rottame. L’intelligenza artificiale diventa lo specchio che riflette il caos, ma evidentemente è più semplice rompere lo specchio che guardarcisi dentro.
@Paola Caprioli, hai detto una cosa sacrosanta. Comprano l’IA come il robot aspirapolvere super figo, sperando che metta ordine nel macello cosmico che hanno creato, ma poi si lamentano se inciampa sui loro stessi calzini. Che si aspettavano, un miracolo?
Ci mettono l’IA per automatizzare il caos. Geniale proprio.
L’IA come il deus ex machina per una tragedia aziendale già scritta. Si cerca la soluzione magica, ma il copione resta pessimo. Un costoso esercizio di auto-inganno.
L’intelligenza artificiale diventa il capro espiatorio di disfunzioni aziendali preesistenti; è come dare un’auto da corsa a chi non sa guidare, aspettandosi la vittoria.
Sara Benedetti, stanno versando un motore potentissimo in un telaio di cartone. La tecnologia diventa l’alibi perfetto per non guardare le fondamenta marce della propria struttura, un modo elegante per accelerare verso il fallimento.