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Contattaci oraStudio su 388 siti canadesi: robots.txt blocca l’IA nell’86% delle testate francesi, banche e fintech no.
Il 70% dei siti di notizie canadesi blocca i crawler delle intelligenze artificiali, contro il 5% degli altri settori: 65 testate su 93 hanno alzato un muro, mentre tra 29 istituti finanziari nessuno lo fa. Il dato conta perché orienta ciò che le macchine leggono, ma va letto con cautela: il robots.txt è una richiesta, non un divieto, e la sproporzione tra testate francofone e anglofone mostra un quadro editoriale diviso.
Il 70% dei siti di notizie canadesi blocca i crawler delle intelligenze artificiali. Negli altri settori, messi insieme, la quota scende al 5%. È il dato centrale di uno studio di Chateau Mojo che ha esaminato i robots.txt di 388 siti canadesi il 17 ottobre 2026: 65 testate su 93 hanno alzato un muro contro i programmi che raccolgono testi per addestrare i modelli. E dall’altra parte? Tra le 29 banche, assicurazioni e fintech esaminate, nessuna blocca un solo crawler.
Un muro alzato solo dai giornali
Per capire il numero bisogna sapere cosa è stato misurato. Lo scorso 17 ottobre Chateau Mojo ha letto i file robots.txt di 388 tra i siti più noti del Canada. Il robots.txt è un piccolo file di testo che ogni sito può pubblicare per dire ai programmi automatici, i cosiddetti crawler, quali pagine possono visitare e quali no. È lo stesso strumento che da anni regola il passaggio dei motori di ricerca. Oggi serve anche a decidere se i propri articoli finiranno nei dati con cui si addestrano ChatGPT e i suoi concorrenti. Una precisazione: è una richiesta, non un lucchetto. Funziona se chi la riceve sceglie di rispettarla.
Il quadro, però, non è uniforme. Secondo Chateau Mojo, l’86% delle testate in lingua francese blocca almeno un crawler AI, e l’82% blocca quello più usato per l’addestramento. Tra le testate in lingua inglese la quota si ferma al 39%. Due Canada editoriali, quindi, con due atteggiamenti molto diversi verso le macchine. E c’è un dettaglio che complica ancora le cose: tra i crawler respinti non ci sono solo quelli dei giganti americani.
Il campione nazionale chiuso fuori
Secondo lo studio, 16 siti bloccano il crawler di uno sviluppatore di IA canadese che nel 2024 ha ottenuto un impegno di finanziamento federale da 240 milioni di dollari. Il profilo corrisponde a quello di Cohere Inc., la società di Toronto per cui, come riportato dal Globe and Mail, il governo federale ha stanziato fino a 240 milioni di dollari per costruire in Canada un nuovo data centre, da diversi miliardi, destinato ad alimentare modelli di intelligenza artificiale.
Il paradosso è tutto qui. Ottawa investe denaro pubblico per avere un’IA di casa, mentre una parte dei siti di casa la tiene fuori dalla porta. Sedici siti su 388 non sono una maggioranza, certo. Ma il segnale conta: per chi produce contenuti, la nazionalità di chi li raccoglie pesa poco. Conta che li prenda per costruire un prodotto commerciale, senza un accordo e senza un compenso. Chi ci guadagna, alla fine? Non necessariamente chi ha scritto quei testi. E questo vale per il gigante californiano come per il campione nazionale.
Del resto non è una reazione nata ieri. Già alla fine del 2023, secondo un’analisi del Reuters Institute, il 48% dei siti di notizie più diffusi in dieci paesi bloccava i crawler di OpenAI, mentre il 24% bloccava quello di Google dedicato all’IA. Sono dati di quasi tre anni fa, raccolti con un altro campione, e non si possono confrontare direttamente con quelli canadesi. Indicano però una tendenza: gli editori hanno cominciato presto a sottrarsi. La domanda che resta aperta è un’altra. Se i giornali escono, chi rimane leggibile per le macchine?
Chi resta a parlare con le macchine
Una risposta arriva da una ricerca pubblicata su arXiv, che ha confrontato i robots.txt di fonti diverse. Il 60,0% dei siti affidabili vieta almeno un crawler AI. Tra i siti di disinformazione la quota si ferma al 9,1%. Detto in altre parole, chi pubblica contenuti verificati tende a chiudersi, mentre chi diffonde notizie false lascia la porta spalancata. Non serve molta fantasia per capire cosa finisce, in proporzione, nei dati che i modelli leggono.
Lo studio canadese aggiunge un tassello che riguarda da vicino chi fa impresa online. Banche, assicurazioni, fintech e in generale le aziende che non bloccano nulla diventano, per scelta o per semplice inerzia, le fonti che le IA consultano al posto dei giornali. Quando un assistente risponde a una domanda sui mutui o sulle polizze, attinge a ciò che ha potuto leggere. E in Canada ha potuto leggere senza ostacoli i siti di chi vende quei prodotti.
Non è necessariamente un male per quelle aziende: comparire nelle risposte dei chatbot è una forma di visibilità che oggi molti cercano attivamente. Resta il fatto che le informazioni a disposizione delle macchine si stanno sbilanciando. Da un lato ci sono le testate, che scelgono di proteggere il proprio lavoro. Dall’altro chi ha interesse a farsi trovare.
Il punto, alla fine, è concreto. Quelle poche righe nel robots.txt sono diventate una scelta di posizionamento. Chi lo lascia aperto entra nelle risposte delle IA. Chi lo chiude protegge i propri contenuti, ma da quelle risposte esce. In Canada, a uscirne per primi, sono proprio i giornali.
