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Google ha chiuso il modulo per chiedere più quota

Scritto da
Anita Innocenti
Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.
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Il limite resta di 200 richieste al giorno per progetto e non esiste più alcun modulo per ottenere un aumento

Google ha chiuso il modulo per richiedere quote aggiuntive dell'Indexing API, ratificando una pratica già inattiva da mesi. La mossa conta perché consolida un tetto fisso di 200 notifiche giornaliere per progetto, riservato a offerte di lavoro e dirette video, e segnala la distanza da IndexNow, aperto a più motori. Resta il dubbio su una gestione poco trasparente.

Nessun comunicato e nessun post sul blog ufficiale. Lo scorso 16 ottobre, come riportato da PPC Land nel suo approfondimento sulla Indexing API, Google ha riscritto la pagina dedicata a quote e prezzi di questo strumento e, nel farlo, ha eliminato il modulo con cui si poteva chiedere quota aggiuntiva e l’approvazione all’uso. Un dettaglio da documentazione tecnica, quasi invisibile. Eppure dice molto su come Google intende gestire l’accesso diretto al suo indice.

Un modulo sparito e un tetto che non si alza più

Partiamo dai numeri che restano. Secondo la documentazione di Google, il limite giornaliero predefinito per le notifiche di pubblicazione è di 200 richieste per progetto, e comprende sia le segnalazioni di pagine aggiornate sia quelle di pagine cancellate. Per le chiamate getMetadata, cioè le richieste con cui si verifica lo stato di una notifica già inviata, il tetto è di 180 al minuto. Complessivamente, su tutti gli endpoint, il limite è di 380 richieste al minuto. Sono valori predefiniti per progetto, quelli che ogni sviluppatore trova configurati nella console. La differenza, rispetto a prima, è che ora non c’è più un modulo per chiedere di superarli.

Nel changelog Google spiega la modifica in una riga: serviva a documentare i limiti di quota attuali e a rimuovere un modulo definito «obsoleto». Obsoleto. Una parola che suona come una pulizia di routine. Ma obsoleto da quando? E perché quasi nessuno se n’era accorto?

Una porta già chiusa da mesi

Per rispondere bisogna ricordare a cosa serviva davvero questa API. Non è mai stata una scorciatoia generica per far indicizzare qualsiasi pagina. Come ricostruito da Search Engine Roundtable nel suo articolo sull’aggiornamento, lo strumento poteva essere usato solo per far scansionare pagine con dati strutturati di tipo JobPosting, cioè annunci di lavoro, oppure BroadcastEvent incorporato in un VideoObject, in pratica le dirette video. In parole semplici: era un canale veloce pensato per contenuti che scadono in fretta, dove aspettare che il crawler (il programma che esplora il web per conto di Google) passi da solo significherebbe arrivare tardi.

Per andare oltre la quota iniziale e ottenere il via libera bisognava compilare proprio quel modulo, e la quota concessa poteva salire o scendere in base alla qualità dei documenti inviati. Un sistema discrezionale, quindi, con Google a fare da arbitro. E qualcuno ha provato ad approfittarne. John Mueller, uno dei volti più noti di Google Search Central, ha scritto che l’API era stata «inondata da blogger che cercavano di comportarsi come siti legittimi». Tradotto: siti che con annunci di lavoro e dirette non avevano nulla a che fare usavano il canale veloce per spingere i propri articoli nell’indice.

Ecco il dato che spiega tutto. Secondo un’analisi pubblicata da Alexander Chukovski, negli ultimi 9-10 mesi Google non ha approvato nemmeno una richiesta di aumento della quota. Nessuna. Il modulo, insomma, esisteva sulla carta ma non portava da nessuna parte. La riscrittura della scorsa settimana non introduce una chiusura: la ratifica. Mette per iscritto quello che accadeva già nei fatti. E viene da chiedersi chi ci guadagni in questa gestione silenziosa: Google si è tenuta per mesi un modulo che non usava, lasciando che le aziende continuassero a compilarlo senza ricevere risposta.

IndexNow, il club da cui Google resta fuori

Mentre Google sigilla la sua porta, altrove ce n’è una pensata per restare aperta. Si chiama IndexNow ed è un protocollo con cui un sito avvisa direttamente i motori di ricerca quando pubblica, modifica o cancella una pagina. Come si legge sul sito ufficiale di IndexNow, è distribuito con licenza Creative Commons e ha il sostegno di Microsoft Bing, Naver, Seznam.cz, Yandex e Yep. Chiunque può adottarlo, senza moduli né approvazioni caso per caso.

Nell’elenco degli adottanti, però, manca il nome più pesante: Google non c’è. Da una parte un canale aperto, condiviso da più motori; dall’altra un’API riservata a due tipi di contenuto, con un tetto fisso e nessuna possibilità di trattativa. La distanza tra i due approcci è tutta qui. Nelle prossime settimane varrà la pena osservare se la documentazione di Google subirà altri ritocchi e se Mountain View cambierà posizione verso IndexNow; per ora, nei fatti, non ci sono segnali in questa direzione.

Cosa cambia, allora, per chi gestisce un sito, un e-commerce o un portale di contenuti? La scorciatoia verso l’indicizzazione su Google non esiste, e adesso è anche scritto nero su bianco. Chi pubblica annunci di lavoro o dirette video può contare su 200 notifiche al giorno per progetto, non una di più. Tutti gli altri devono affidarsi alla qualità dei contenuti che Google sceglie di scansionare da sé, con i suoi tempi. Per Bing e gli altri motori che aderiscono a IndexNow, invece, la notifica diretta resta una strada aperta.

L'autore

Anita Innocenti

Sono una copywriter appassionata di search marketing. Scrivo testi pensati per farsi trovare, ma soprattutto per farsi scegliere. Le parole sono il mio strumento per trasformare ricerche in risultati.

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